Fejtö, unica fede l’eresia

www.lastampa.it del 18 agosto 2009

Bruno Ventavoli ( 18 agosto 2009 )

"Nato ebreo si fece cattolico, prima comunista poi liberale: ha smascherato le menzogne dei totalitarismi del Novecento..."


Fejtö, unica fede l’eresia

Francois Fejto è morto a Parigi nel giugno 2008

Nato ebreo si fece cattolico, prima comunista poi liberale:
ha smascherato le menzogne dei totalitarismi del Novecento


Era nato ebreo, diventò cattolico. Era comunista, si scoprì socialdemocratico e liberale. Era ungherese, morì francese. Sono state tante le conversioni di François Fejtö, uno dei grandi cittadini del Novecento che hanno vissuto in prima persona i sussulti, le guerre, gli stermini, le faide ideologiche del secolo. Sempre pronto alla metamorfosi dolente, mai voltagabbana per tornaconto. Storico, giornalista, affetto dallo scomodo morbo di voler guardare chiaro ai fatti del mondo, sganciato da partiti e scuole, è conosciuto in Italia come editorialista di quotidiani e saggista dell’impero asburgico o della dominazione sovietica nell’Europa centrale. Ora Sellerio pubblica Ricordi. Da Budapest a Parigi, brillante autobiografia che consente di fare i conti sul suo accidentato cammino ideologico e cognitivo.

È un’autobiografia soprattutto intellettuale. Fejtö accenna a dettagli minimi personali, il matrimonio, una figlia generata con l’«amica», certi crolli psicologici da lenire con l’analisi. Ma sono rapide sfumature di colore. Perché tutta la sua attenzione narrativa è concentrata sullo sterminato catalogo di incontri con personaggi e sistemi politici. Nato nel 1909 a Nagykanizsa, s’infatuò giovane del comunismo e finì pure nelle prigioni horthyste per quella sua fede immatura. Ben solida fu invece l’amicizia con un grande comunista eretico, il poeta Attila József (quello che scriveva «Non ho padre, né madre / né Dio né patria / né culla né sudario / né baci né donne da amare»), il più puro, il più tragico, il più idilliaco. Si frequentarono assiduamente, s’accapigliarono sul bolscevismo, discussero di poesia, finché non morì suicida. Molte sono le altre confluenze del periodo ungherese, dal raffinato Kolozsvári Grandpierre Emil, all’impetuoso ultranazionalista Dezsö Szabó, scomodo a tutti, sia alle sinistre sia alle destre, nella sua aspirazione a un’Ungheria pura e contadina, al raffinato Kolozsvári Grandpierre Emil. Fu folgorato dal giovane Lukács dell’Anima e le forme, rimase poi deluso per la sua fedeltà al Partito, nonostante il Partito a più riprese lo considerasse scomodo e deviazionista.

A Fejtö, brillante studente nell’Ungheria degli Anni 30, dissero che non poteva andare all’università perché c’era il numerus clausus per i non cristiani. «Convertiti, se non altro per forma». Rimase scioccato. Poi accettò il consiglio per studiare, ma già nell’animo aveva deciso di passare alla fede in Cristo, colpito dalla lettura del Vangelo. Fu dura però veder dilagare l’antisemitismo. Prima rozzi squadristi che bastonavano gli ebrei, poi l’Olocausto che gli sterminò la famiglia. Quando capì che nell’amata patria schiacciata nella morsa dell’alleanza hitleriana non c’era più futuro, emigrò in Francia. Trovò ospitalità, e gelo. Era facile incontrare intellettuali e fattorini, ma sempre al caffè, mai nelle case private, perché i francesi al solito un po’ sciovinisti, non aprivano volentieri le porte del loro mondo domestico ai troppi stranieri fuggiti da regimi sbagliati. E mandarono tranquillamente al massacro un reggimento di espatriati impreparati a fermare i panzer tedeschi della Blitzkrieg.

Nella nuova Francia di De Gaulle, lui, poliglotta, trovò mestiere come giornalista prima in un’agenzia di stampa, poi in quotidiani e periodici. Dovette difendersi dalle accuse di essere alternatamente un ex informatore fascista e una spia rossa, perché era tale la sua indipendenza di pensiero che poteva essere scambiato nemico ora dell’una ora dell’altra parte. Quando László Rajk, suo antico conoscente, che pure gli era stato ostile, venne condannato a morte in un processo farsa come spia al soldo di Tito e degli americani, costretto a false confessioni pubbliche, Fejtö smascherò tra i primi lo stalinismo ungherese. E fu di nuovo tra i primi a capire che il governo Nagy avrebbe portato al ’56.

Non amava Benda, Althusser, Lukács, troppo impeccabili, troppo implacabili. Ammirava gli uomini che Heine (chissà perché nella traduzione porta il nome Henri?) nel suo linguaggio romantico avrebbe definito i «Cavalieri dello Spirito Santo», Camus, Silone, Koestler, e soprattutto Raymond Aron, l’incrollabile nemico di tutti i totalitarismi. Fejtö lo incontrò nel 1950, per presentargli un saggio sull’Europa dell’Est. Aron disse francamente che non gli piaceva, ma ciò non scalfì la devozione intellettuale, perché il filosofo teneva testa a tutte le mode, non accettava alcunché senza esame, e manteneva le distanze anche dalle cause con cui si sentiva solidale. Gli piaceva il Muro di Sartre, ma con l’autore ebbe un rapporto difficile. Finché il padre dell’esistenzialismo, comunista determinato ma ferito dai fatti d’Ungheria, accettò di scrivere la prefazione a un suo libro.

Fejtö era convinto che fascismo e comunismo sovietico fossero regimi speculari, quando quell’equazione era ancora scomoda ed eretica. Ma in quel periodo di guerra fredda atomica e intellettuale veniva guardato con distacco, se non peggio. «Revisionista» era una sorta di insulto, Fejtö se ne fregiava con orgoglio. Perché significava «avere una coscienza del provvisorio». Ex ebreo, fu spernacchiato da Buber: quando gli portò il suo strano saggio sull’ebraismo, Dio e il suo Ebreo, il grande filosofo tedesco gli chiese «Lei legge l’ebraico?». Lui timido, imporporato di timoroso impaccio, rispose no. «Se non sa leggere l’ebraico come osa parlare di Dio?». L’incontro ebbe subito termine. Ma il legame con la religione dei padri non si spezzò mai. Andò in Israele, quando il Paese veniva condannato come usurpatore, fu colpito dai kibbutz, dalla vitalità democratica del nuovo Stato, e ne divenne amico, fiancheggiatore, sempre per amore di scomodità.

Nell’Ungheria di Kádár fu per molto tempo considerato un nemico, e lui, ormai naturalizzato francese, continuò a dare informazioni sui Paesi dell’Est così vicini eppure così misteriosi, sperando che, una volta spezzato il giogo sovietico, sarebbero potuti tornare nell’alveo dell’Europa, accantonando tutti gli odi nazionalistici, e costruendo quella federazione di popoli danubiani che la Duplice Monarchia non era riuscita a realizzare.Fejtö ha seguito con occhio attento, scomodo, critico, tutti gli sviluppi della contemporaneità, dalla Primavera di Praga a Solidarnosc, dal crollo del Muro al socialismo cubano. Scriveva per decine di giornali e periodici, dal Figaro a Arguments, il forum creato da Morin e Barthes, dal Giornale di Montanelli, al Mondo operaio diretto da Pellicani, che Craxi rese magnifica rivista. Rivoluzionò molte cose nella propria vita, ma in fondo per quarant’anni è stato un «esempio di stabilità». «Da quarant’anni - diceva - abito nella stessa casa e ho il medesimo numero di telefono; in cinquant’anni non ho cambiato moglie né convinzioni politiche». E nonostante fosse inviso alle sinistre, continuò a leggere Marx e a credere nel suo messaggio di libertà, stravolto dai tanti dittatori rossi e dalle aberrazioni dei partiti comunisti.

L’autobiografia si conclude nel simbolico incontro con Ionesco, a discutere sull’assurdità del mondo, sul rancore di Dio verso l’umanità. A leggere le vicende dei popoli e della politica c’è infatti da mettersi le mani nei capelli, e se si leva lo sguardo verso il cielo c’è da essere non meno costernati. Ma Fejtö resta felicemente speranzoso. Nel Padreterno crede e non crede, perché pensare un mondo senza Dio è desolante. E sulla Storia è pessimista sì e no. Come diceva il grande tragediografo ungherese Imre Madach: «Lascia l’ultima parola al poema del Signore: “uomo, ti ho detto, lotta e abbi fiducia”».

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