Dov'è finita la "differenza Cristiana"?

"Europa" del 24 luglio 2004

Pierluigi Castagnetti ( 24 luglio 2008 )

Un commento all'indagine Ipsos sul voto dei cattolici. L'indagine è presentata dal n. 30 del settimanale Famiglia Cristiana


Dov’è ?nita la “differenza cristiana”?

PIERLUIGI CASTAGNETTI



L’ indagine dell’Ipsos sul voto dei cattolici alle ultime elezioni, a cui ieri Europa ha giustamente dato ampio spazio, conferma elementi per lo più conosciuti, e contenuti in una precedente analisi di Segatti e Vezzoni che abbiamo già commentato e che possiamo così riassumere: i cattolici, soprattutto quelli frequentanti la messa domenicale e maggiormente impegnati nelle attività parrocchiali hanno votato più il Pdl che il Pd, più ancora l’Udc, e significativamente anche la Lega. Il Pd in ogni caso ha ragione d’essere soddisfatto perché, nonostante i radicali e nonostante tante polemiche su temi delicati, continua a ricevere grosso modo un terzo dei voti dei cattolici praticanti.
Ma dalla ricerca illustrata da Nando Pagnoncelli emerge con ancora maggiore nettezza un dato già conosciuto, e cioè che i cattolici si sono orientati nella scelta elettorale seguendo criteri prevalentemente politici, analogamente alla generalità degli altri cittadini. Solo una piccola minoranza dichiara di aver seguito come criterio per il voto le cosiddette questioni eticamente sensibili, su cui da anni insiste giustamente il magistero ecclesiale. Se a questa modesta percentuale si aggiunge l’ancora più modesto risultato della lista antiaborista (0,3%) di Giuliano Ferrara, abbiamo un quadro su cui riflettere.
E, lo dico con il massimo rispetto con cui lo dissi già all’indomani del 14 aprile, dovrà riflettere soprattutto la Chiesa italiana. Non c’è traccia consistente e significativa infatti, nei comportamenti elettorali, della “differenza cristiana”. Se, come si dice oggi assumendo una categoria sociologica che si è imposta con un certo successo nel linguaggio giornalistico, quella attuale è una “Chiesa di popolo”, il problema che questi dati elettorali ci rassegnano è quello di un voto cattolico così di popolo che non si distingue dal resto del popolo.
La questione non riguarda l’opzione politica dei cattolici evidentemente, ma la sua motivazione.
È evidente che se i cattolici non sono riconoscibili nella società, o lo sono meno di quanto dovrebbero e potrebbero, sarà sempre più difficile che si facciano riconoscere in politica. Purtroppo lunghi anni di – pur sacrosante – polemiche contro il relativismo culturale ed etico non sembrano avere sortito i risultati attesi, almeno nei comportamenti elettorali.
La silenziosa, acritica assuefazione a modelli culturali, sociali e politici dominati dal pensiero unico della ricchezza e della disinvoltura etica (“moralistici” vengono definiti anche da importanti esponenti della Chiesa i rilievi riguardanti la coerenza dei comportamenti privati di certo ceto dirigente del paese, emersi da ultimo in modo clamoroso anche nella recente vicenda delle intercettazioni) forse ha avuto qualche peso nel determinare questa situazione.
È probabile che qualcuno consideri un po’ troppo impertinenti queste mie osservazioni, contenute peraltro già nell’editoriale di Chiara Geloni di ieri. Personalmente penso il contrario, nel senso che le considero assolutamente pertinenti. Il tanto bistrattato (ormai ha vinto la sua decennale battaglia al riguardo Gianni Baget Bozzo) cattolicesimo democratico è anche questo, «distinguere per unire» come diceva Giuseppe Lazzati citando l’apostolo.
Distinguere i piani, quello ecclesiale da quello temporale, senza dimenticare ciò che li unisce.
I cattolici democratici, evangelicamente gelosi della loro autonomia in politica, mai si sono sentiti estranei alla loro Chiesa.
Ed è con questo spirito e queste preoccupazioni che oggi noi riteniamo, in modo pertinente, che i risultati del 13 e 14 aprile propongono argomenti di riflessione a tutta la comunità dei credenti italiani.
Ciò non significa che, per quanto ci riguarda, si sia indebolita o ancor peggio esaurita la nostra funzione all’interno del Pd, e Francesco Rutelli ha ragione a dire che i cattolici debbono sentirsi a loro agio in questo partito.

Perché se gli elettori cattolici si orientano elettoralmente sempre più sulla base di criteri politici, sanamente laici, dunque l’“offerta politica” sui temi dell’economia, delle istituzioni o della pace non sarà indifferente all’apporto culturale di quei politici capaci di trasformare l’ispirazione cristiana in competenza nel gestire i problemi della storia.
In questo senso riemerge l’esigenza di un protagonismo della tradizione del cattolicesimo democratico che, oltreché metodo, è cultura politica in senso proprio.
Quando evochiamo l’identità pluralistica del Pd alludiamo proprio a questo, non alla pluralità delle correnti (gli amici di tizio o di caio), ma alla pluralità delle culture.
E non a caso l’unica cultura politica cristianamente ispirata che ha segnato positivamente la storia italiana ed europea è stata quella del cattolicesimo democratico.
Le altre, come quella dei cosiddetti teo-con importata negli anni recenti dall’America, a me pare che danni ne abbiano già combinati abbastanza. Anche alla Chiesa.

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