Che disastro la politica degli avvocaticchi

www.ilriformista.it dell' 8 ottobre 2009

Antonio Polito ( 09 ottobre 2009 )

Pubblico oggi 9 ottobre questo pezzo appena rintracciato sul sito del giornale di Polito. A me sembra acuto come sempre. "Cominciamo con lo sgombrare il campo dalle balle. Ma quale regime? La Corte costituzionale ha bocciato ieri la legge cui più teneva Berlusconi, il presunto padrone dell'Italia. Fino all'ultimo i suoi uomini e Umberto Bossi hanno minacciato di conseguenze politiche gravi il collegio giudicante. Subito dopo la sentenza Berlusconi, in un evidente stato di alterazione, ha dichiarato che è una sentenza politica, che la Consulta non è più un organo di garanzia, che è di sinistra come Napolitano...."


Che disastro la politica degli avvocaticchi




Cominciamo con lo sgombrare il campo dalle balle. Ma quale regime? La Corte costituzionale ha bocciato ieri la legge cui più teneva Berlusconi, il presunto padrone dell'Italia. Fino all'ultimo i suoi uomini e Umberto Bossi hanno minacciato di conseguenze politiche gravi il collegio giudicante. Subito dopo la sentenza Berlusconi, in un evidente stato di alterazione, ha dichiarato che è una sentenza politica, che la Consulta non è più un organo di garanzia, che è di sinistra come Napolitano.

Eppure, in questo regime, la suprema magistratura di garanzia ha fatto ciò che riteneva giusto fare. I check and balances funzionano anche nel nostro sistema democratico. Non perfettamente, ma funzionano. C'è sempre un giudice a Berlino, o meglio, su quella piazza del Quirinale che ospita, uno di fronte all'altro, il palazzo presidenziale e quello della Consulta. I mestatori in giro con la coppola alla Di Pietro che invitano il popolo alla rivolta perché nessuno più protegge la Costituzione, dovrebbero vergognarsi dopo la sentenza di ieri per tutte le bugie che hanno raccontato agli italiani, invece di festeggiare. Dovrebbe vergognarsi anche Berlusconi delle dichiarazioni che ha fatto. Perché anche lui, finché fa il premier, è la Repubblica italiana, e deve difenderne la dignità e gli altri organi costituzionali.

Dunque la Consulta ha deciso. Avevamo scritto prima di conoscerla che, come fece Gore negli Usa quando la Corte suprema diede ragione a Bush, non si può fare altro che rispettare la sentenza. Avevamo anche scritto che, quando si prevede un'immunità giudiziaria, bisogna agire per via costituzionale, e cioè cambiare la Costituzione con le procedure previste all'articolo 138.

Facile previsione, la nostra. Cinque anni fa, interrogata sul Lodo Schifani, la Consulta non si espresse su questo. Non ne ebbe il coraggio. Prese il Lodo Schifani dalla coda, invece che dalla testa. E gli trovò un paio di difetti correggibili. Il centrodestra li corresse, e ripresentò il Lodo con la firma di Alfano. Stavolta, invece, il collegio ha preso il toro dalle corna. E si è espresso sul punto cruciale.

La Consulta ha cioè stabilito che quella prevista nel Lodo Alfano era una vera e propria immunità, non una «sospensione funzionale», come hanno argomentato gli avvocati del premier, che dunque viola l'articolo 3 della Costituzione sull'uguaglianza dei cittadini. Cosa che si può fare, ma si può fare solo scrivendolo in Costituzione. Il centrodestra ha avuto anni per agire in modo più saggio, per introdurre una norma che non c'è in tutto il mondo democratico, ma da qualche parte c'è eccome. Però ha sempre risposto alle emergenze giudiziarie con la logica delle leggine ad hoc e ad personam, in corsa con il tempo e con le procure.

Forse sarebbe l'ora di ammettere che l'intera strategia del berlusconismo sulla giustizia è stata sbagliata, è stata una strategia da avvocaticchi, non da riformatori, perché di riforme vere non ne ha fatte nemmeno una, ma di pezze a colore ne ha messe tante, purtuttavia senza riuscire ad evitare l'epilogo: Berlusconi che torna da imputato davanti agli odiati giudici di Milano, per un processo la cui sentenza è già scritta, avendo lo stesso tribunale condannato l'avvocato Mills come corrotto e non avendo finora potuto condannare Berlusconi come corruttore solo grazie al Lodo Alfano. Non ci vorrà molto, dicono gli esperti, perché ora quella condanna arrivi. E potrebbe essere pesante, e potrebbe prevedere la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici. Potrebbe segnare cioè il più grave colpo mai assestato dai giudici alla carriera politica di Silvio Berlusconi.

Che cosa vuol dire? Che è finito Berlusconi e con lui il berlusconismo? Sono giustificati i boati che hanno accolto la sentenza in molti luoghi di Roma e che solo il timing ha evitato risuonasse anche nella sede dove Montezemolo e Fini si incontravano per scrivere insieme l'Italia futura? È giustificato il paragone tra Palazzo Grazioli e il Raphael, che a molti è venuto in mente ieri vedendo la sede romana di Berlusconi circondata da centinaia di poliziotti pronti a scacciare un eventuale nemico di piazza? Secondo noi no. Ogni conclusione politica è prematura. Berlusconi è ferito, ma nient'affatto morto. È forse finita la sua sesta vita, ma può averne una settima.

Mai sottovalutare la forza del consenso popolare di cui gode ancora il premier, che in democrazia non è un optional. Le ere politiche finiscono solo quando quel consenso si esaurisce. Non che questa maledetta estate di Berlusconi, dalle escort, al Lodo Mondadori, a quello Alfano, non lasci segni sul suo rapporto con il pubblico. Ma i segnali di uno smottamento non si vedono affatto. E questo per una ragione molto semplice: l'elettorato giudica i risultati, non le inchieste. Però, se e quando Berlusconi sarà condannato a Milano per corruzione in atti giudiziari, la sua posizione interna e internazionale sarà gravemente compromessa. Forse non più tenibile. Per questo il suo mondo si divide oggi tra quelli che dicono: andiamo subito al popolo, scioglimento e nuove elezioni, perché così ti cuociono a fuoco lento. E l'altro fronte che dice: no, stai al tuo posto, continua a governare, concentrati sul programma, e magari fai finalmente quella riforma della giustizia che finora hai sempre barattato per un po' di tregua dalle toghe.

La giornata di ieri è stata una perfetta dimostrazione di questo dibattito interno. È partita con Bossi che annunciava il ricorso alla piazza (e con Bersani che minacciava di contro-mobilitare il suo popolo). Ed è finita con più miti consigli. Per quanto Berlusconi abbia gridato ieri a Piazza Venezia, sembra avere escluso per ora la via dell'ordalia popolare, di chiamare al voto contro i giudici, in uno scenario sudamericano. La via che sembra aver scelto, quella di rimanere dov'è e di farsi i suoi processi da imputato, è di gran lunga la più corretta dal punto di vista istituzionale (se la terrà). Quella cui l'ha richiamato in questi giorni il Quirinale, il quale non concederebbe crisi extra-parlamentari e soluzioni extra-costituzionali (ecco perché ieri Berlusconi ce l'aveva tanto con lui).

E per quanto i demagoghi alla Di Pietro possano strillare chiedendo dimissioni ed elezioni, in realtà per il paese è molto meglio se le cose vanno così. Lo stesso Pd non deve cadere nel tranello della scorciatoia: se crolla oggi il berlusconismo, il primo partito a spappolarsi sarebbe proprio il Pd, seguito a ruota dal Pdl. (Per un curioso - ma mica tanto - caso del destino, proprio ieri si presentava all'Italia l'aspirante successore del bipolarismo Pdl-Pd: Luca Montezemolo).

La via della Costituzione, ancora una volta, è dunque la più saggia. Non sappiamo però quanto sia saggia la classe politica di questo paese, visto che da quindici anni combatte la stessa ed unica battaglia, berlusconiani e antiberlusconiani, per trovarsi quindici anni dopo al punto di partenza, mentre il paese scivola ogni anno un po' più indietro. È interessante notare che, proprio mentre arrivava la sentenza sul Lodo, l'Italia apprendeva che in termini di prodotto interno pro capite è stata superata, dopo che dalla Spagna, anche dalla Grecia e dalla Slovenia.

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