Voce al paese senza tifoserie

"La Stampa" del 16 ottobre 2009

Sergio Romano ( 16 ottobre 2009 )

"Se i guai degli altri servono a rendere i nostri più tollerabi­li, gli italiani posso­no dare un’occhiata a ciò che accade in alcune de­mocrazie occidentali. Ne­gli Stati Uniti il presidente sostiene che Fox News (il canale televisivo di Rupert Murdoch) è un partito, e lo accusa di essere pregiu­dizialmente ostile alla Ca­sa Bianca...."


L’INFORMAZIONE NON E’ UNA CROCIATA

Voce al paese senza tifoserie

Se i guai degli altri servono a rendere i nostri più tollerabi­li, gli italiani posso­no dare un’occhiata a ciò che accade in alcune de­mocrazie occidentali. Ne­gli Stati Uniti il presidente sostiene che Fox News (il canale televisivo di Rupert Murdoch) è un partito, e lo accusa di essere pregiu­dizialmente ostile alla Ca­sa Bianca. Ma in occasio­ne di un suo discorso al Congresso un deputato gli grida «bugiardo», mentre un movimento sorto negli scorsi mesi (i «birthers», da birth , nascita) lo accu­sa di avere falsificato i suoi dati anagrafici. Ba­rack Obama sarebbe nato in Kenya, non sul territo­rio americano, e la sua ele­zione sarebbe quindi ille­gale.

In Francia il presidente Sarkozy ha un figlio di 23 anni, studente di giuri­sprudenza, consigliere municipale di Neuilly e candidato alla presidenza di un’agenzia territoriale che programma e ammini­stra lo sviluppo di una ric­ca «città degli affari» alle porte di Parigi: due cari­che che furono del padre e divennero la piattafor­ma da cui si lanciò alla conquista del potere. Per gran parte della stampa francese, quindi, il presi­dente della Repubblica è «nepotista». Come capo dello Stato gode dell’im­munità giudiziaria sino al­la fine del mandato e do­vrebbe astenersi dall’inter­venire negli affari di giusti­zia che lo concernono. Ma questo non gli ha impedi­to di dare per scontata, in una intervista, la colpevo­lezza di alcune persone, oggi accusate di avere ma­nipolato i documenti di una banca lussemburghe­se per inserire il suo no­me in una lista di persone che avrebbero incassato generose tangenti per la vendita di forniture milita­ri all’estero. Il principale accusato è Dominique de Villepin, ministro degli Esteri e primo ministro al­l’epoca della presidenza Chirac, che ha esordito di­chiarando ai giornalisti, sulla soglia del tribunale, di essere deciso a sbugiar­dare Sarkozy. In Gran Bre­tagna gli scandali che coinvolgono il governo so­no frequenti, ma vengono trattati con chirurgica rapi­dità. Non è bello tuttavia apprendere che il primo ministro aveva gonfiato la lista delle spese di cui ha chiesto il rimborso e che dovrà restituire circa 15.000 sterline. È un pecca­to veniale, ma poco confa­cente a un uomo politico che è stato in passato can­celliere dello Scacchiere (ministro del Tesoro).

Questo è grosso modo lo stato di quasi tutte le maggiori democrazie. La classe politica è sul banco degli imputati ed è guarda­ta a vista da una stampa che ama spesso conside­rarsi custode dei pubblici costumi e bocca della veri­tà. Quando lasciò la sua ca­rica a Gordon Brown, Tony Blair si sfogò con un lungo articolo in cui scris­se quanto fosse stato diffi­cile lavorare con i mezzi d’informazione durante i suoi anni a Downing stre­et (peccato, tuttavia, che non abbia accennato al modo in cui un suo colla­boratore aveva cercato di manipolare la gestione delle notizie).

In Italia la situazione, apparentemente, è peggio­re. Qui gli scandali sono più numerosi e spesso più gravi. Qui esistono forze politiche che non smetto­no, neppure per un mo­mento, di trattarsi come eserciti in guerra, divisi dalla linea del fuoco. E in­sieme agli eserciti combat­tenti vi sono tifoserie per cui sono vere le notizie che si prestano a essere usate come munizioni contro il nemico, false o reticenti quelle che non servono allo scopo.

Ho scritto apparentemente, tuttavia, perché non credo che questo quadro rifletta la realtà del Paese. Penso che dietro le tifoserie vi sia un’altra Italia meno credula e faziosa, meno impegnata nell’esercizio di una militanza ossessiva e accecante, più occupata a lavorare e a produrre.

Non credo che sia la «borghesia» e, tantomeno, che possa essere identificata con una particolare regione del Paese. Credo piuttosto che si tratti di una grande classe media, progressivamente cresciuta durante la modernizzazione del Paese dopo la Seconda guerra mondiale. Quando vuole informarsi, anche per meglio programmare la sua vita e il suo lavoro, questa classe media vede il pendolo dell’informazione oscillare continuamente fra due opposte verità e constata che certi giornali sono un kit fatto di pezzi che servono ad assemblare ogni giorno la stessa rappresentazione della realtà. La maggioranza degli italiani sa che i fatti e gli uomini sono più complicati di quanto appaia da queste rappresentazioni, che i programmi politici vanno continuamente misurati con il metro della loro applicazione, che i meriti vanno riconosciuti anche quando vengono da persone altrimenti criticabili, che una legge può essere in parte buona e in parte cattiva, che le ragioni di due contendenti vanno spiegate e capite, che gli insulti servono spesso a mascherare un vuoto di idee e di programmi. E vorrebbe essere informata, non educata a combattere. Oggi più che mai vi è spazio per una informazione che non sia un bollettino di guerra, che non lanci crociate, che riporti il pendolo al centro del panorama nazionale.



Materiale: