E' finita l'era delle leggi ad personam

"La Stampa" del 17 ottobre 2009

Marcello Sorgi ( 17 ottobre 2009 )

"Le schermaglie iniziali, che hanno accompagnato ieri il ritorno in scena della Grande Riforma, non devono trarre in inganno. Silvio Berlusconi non ha «preso un pugno in faccia» dall'opposizione, come pure ha lamentato. E se avesse adoperato un linguaggio più attento, vista la delicatezza della materia, invece dei soliti attacchi ai «Pm rossi», forse qualcuno dei «no» iniziali che ha ricevuto si sarebbe trasformato in un «ni»...."


E' finita l'era delle leggi ad personam


Le schermaglie iniziali, che hanno accompagnato ieri il ritorno in scena della Grande Riforma, non devono trarre in inganno. Silvio Berlusconi non ha «preso un pugno in faccia» dall'opposizione, come pure ha lamentato. E se avesse adoperato un linguaggio più attento, vista la delicatezza della materia, invece dei soliti attacchi ai «Pm rossi», forse qualcuno dei «no» iniziali che ha ricevuto si sarebbe trasformato in un «ni». Anche perché, era forse troppo in questo momento aspettarsi una risposta chiara dal Pd, il partito a cui era principalmente rivolta la proposta del premier di riaprire il dialogo sui cambiamenti della Costituzione. Tutto sarà più chiaro da domenica 25, quando il nome del leader dei Democratici uscirà dalle urne delle primarie.

Ma anche prima, una valutazione sommaria della svolta si può fare. Se Berlusconi s'è risolto a tornare sul cammino impervio delle riforme costituzionali, vuol dire che i suoi alleati gli hanno fatto capire che non è più tempo di «leggi ad personam». Pur vituperata, ancora una volta, dal Cavaliere, la Corte Costituzionale, con la sentenza sul lodo Alfano, ha chiuso l'epoca delle scorciatoie tramite cui Berlusconi tentava di sottrarsi ai suoi giudici.

E questo non è male. Ora, sul piano politico, il premier potrà contare su una solidarietà piena del centrodestra. Tranne Di Pietro, nessuno o quasi dall'opposizione gli chiederà di dimettersi. Ma dovrà rassegnarsi ad affrontare i processi.

Quanto alla possibilità che, dopo tutti i fallimenti del passato, la Grande Riforma stavolta arrivi al traguardo, le probabilità - va detto - non sono molte, ma vale sempre la pena tentare. E' stato il presidente Napolitano, commemorando Norberto Bobbio a Torino, a dire che «essere fedeli alla Costituzione, non vuol dire considerarla intoccabile». Ed anche se Berlusconi, nel riproporre le riforme, ha usato un tono sbagliato, badando più alla sostanza che gli interessa, e meno al metodo «costituzionale», Fini, autorevolmente, e Calderoli sulla base della sua diretta esperienza, hanno cercato di convincere l'opposizione che si tratta di un'offerta seria.

A questo punto c'è insomma la possibilità di tornare a discutere, e a votare, se si trova l'accordo, con una maggioranza più ampia di quella che sorregge il governo, una serie di riforme condivise. A cominciare dalla riduzione del numero dei parlamentari, dalla differenziazione delle funzioni tra Camera e Senato e dal riequilibrio dei poteri tra governo e Parlamento: temi su cui inaspettatamente, da diverse parti e in diverse occasioni, sono piovuti consensi imprevisti, sui quali si potrebbe tentare di costruire convergenze, com'è già avvenuto nell'attuale legislatura in materia di federalismo fiscale.

Fatto questo - e si tratta già di un pacchetto molto importante - si dovrebbe mettere mano alla riforma della giustizia: inutile nasconderlo, è un terreno minato su cui governi di centrodestra e di centrosinistra sono già saltati per aria o hanno dovuto rassegnarsi a riforme minime, talvolta sbagliate, se non inutili.

Il paradosso è che nei due campi, a destra e a sinistra, esistono due partiti riformatori trasversali, che per il solo fatto di essere stati battuti in passato dagli opposti partiti dei giudici, si prenderebbero volentieri una rivincita. Ma proprio adesso, con Berlusconi di nuovo sotto processo, e un pezzo di opinione pubblica schierata col pezzo di magistratura che si dichiara minacciata, è assai difficile per l'opposizione - pur convinta, come ha detto ieri la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, che la giustizia non funzioni -, dare una mano a risolvere il problema. Sul resto, invece, è legittimo aspettarsi sorprese, perché il Pd, superate le angosce congressuali, non ha interesse a lasciare la palma del cambiamento solo in mano al centrodestra.

Ciò significa che dopo tante speranze e tante terribili delusioni, sta finalmente arrivando il momento buono per la Grande Riforma? Davvero è presto per dirlo. E ripensando a come affondò la Bicamerale, non si può che essere prudenti. Su molte delle novità da introdurre, compreso il presidenzialismo, che oggi appare un tabù, dodici anni fa era stato trovato un accordo che franò proprio sulla giustizia, quando Berlusconi si accorse che non avrebbe incassato il ridimensionamento delle procure a cui già allora aspirava.

Tutto sembrava fatto - e poi a sorpresa tutto finì - quando, davanti alla famosa crostata di casa Letta, il Cavaliere e D'Alema si strinsero la mano. Ma se tre giorni fa se la sono stretta di nuovo, una ragione dev'esserci.

Materiale: