Una nuova cultura della mobilità

"La Stampa" del 21 ottobre 2009

Franco Bruni ( 21 ottobre 2009 )

"L’affermazione che «il posto fisso è meglio della mobilità», fatta da Tremonti e ripresa dal capo del governo, ha una valenza politica e può avere un significato economico. Ma è soprattutto un messaggio culturale. Che evoca, con vaghezza ma qualche efficacia, dei «valori», come hanno detto sia il ministro che il presidente...."


Una nuova cultura della mobilità



L’affermazione che «il posto fisso è meglio della mobilità», fatta da Tremonti e ripresa dal capo del governo, ha una valenza politica e può avere un significato economico. Ma è soprattutto un messaggio culturale. Che evoca, con vaghezza ma qualche efficacia, dei «valori», come hanno detto sia il ministro che il presidente.

Per analizzarne il profilo politico occorrerebbe decifrare il politichese ed entrare nel tafferuglio trasversale in corso nel governo, fra la maggioranza e l’opposizione, all’interno di entrambe e del mondo sindacale. Per discuterne il significato economico occorrerebbe sapere quale preciso contenuto programmatico la frase vuole avere. E’ dunque più facile prenderla come provocazione culturale. Alle voci che stanno scegliendo questa strada, compresa quella giustamente contrariata e forse un poco sorpresa di Emma Marcegaglia, vorrei aggiungere due considerazioni.

La prima è che il mondo cambia, rapidamente e inesorabilmente. Reagire senza flessibilità è una difesa dell’esistente effimera, fallimentare e dannosa. Questo vale per i processi produttivi, le idee, i costumi, la distribuzione e l’equilibrio del potere globale, regionale, nazionale, aziendale e familiare. La crisi in corso, come le grandi crisi economiche del passato, deriva da cambiamenti di fondo, come l’entrata di intere nuove popolazioni nei mercati della produzione e del consumo, ai quali è difficile far fronte. La difficoltà consiste nel costo di adattarci costruttivamente a quei cambiamenti. Penso che, dal punto di vista culturale, il messaggio da dare alla gente in difficoltà, ai giovani che stanno cercando un orientamento, sia l’opposto di quello che viene evocato dall’inno al «posto fisso». Bisogna piuttosto incoraggiarli a cercare, individualmente e collettivamente, nuove forme di organizzazione del lavoro, della vita e delle idee. Qualunque irrigidimento è fonte di attrito improduttivo con le inevitabili novità, qualunque fissità diventa arretramento. A meno che l’obiettivo sia quello di approfittare delle paure che circolano per spargere speranze e illusioni che durano il breve periodo di un ciclo elettorale.

Il secondo punto, sempre considerando l’idea del «posto fisso» come simbolico, astratto ma importante messaggio culturale, è che a quest’idea è quasi inevitabile associare un risvolto di esclusione degli outsider, di quelli che il posto non lo hanno, soprattutto i giovani, soprattutto chi è in qualche modo «nuovo», nelle idee e nelle capacità. Può essere una persona, un’impresa o un altro genere di organizzazione, che vuole competere con la fissità dell’esistente, sfidando chi ha già «un posto», nel lavoro, nella società, nel mondo, a misurarne la validità con la novità che emerge. Se a chi è giovane e nuovo non si offre una «società aperta», mobile e flessibile, si blocca il progresso, cade la mobilità verticale dei redditi e delle responsabilità, cadono le speranze. Rimane l’arroccamento degli insider, dei «posti fissi», delle imprese antiche, dei salotti buoni, dei paesi vecchi, delle idee sorpassate, che man mano si rivela un assedio perdente e un cammino verso la povertà, economica e culturale. E’ uno scenario reazionario che dovremmo evitare venga evocato dalla crisi, col suo fardello di insicurezze.

La risposta culturale da dare alle insicurezze della crisi e, più in generale, agli choc da cambiamento che spesso percuotono il mondo, è quella che una società aperta, ben regolata e governata in modo progressivo e lungimirante può «gestire il cambiamento», offrendo a chi deve cambiare l’assistenza necessaria per farlo nel modo migliore, organizzando canali di mobilità dove la gente non si perde ma trova i punti di riferimento per un nuovo cammino. E’ un’assistenza costosa e occorre tassarci per procurare le risorse necessarie: risorse non solo economiche e politiche ma anche culturali, risorse di attenzione al futuro e non di nostalgia del passato.

La politica economica offre esempi importanti e attuali di questo atteggiamento. Che a tratti appare l’atteggiamento di alcuni membri di questo stesso governo, quando pensa a forme nuove per assistere la disoccupazione, a favorire la mobilità con contratti di lavoro più flessibili e decentrati, a riformare gli incentivi alle imprese, a responsabilizzare maggiormente la gestione del pubblico impiego, a rinnovare la scuola e rendere più flessibile, perché più decentrata, la finanza pubblica.

Gioverebbe alla credibilità di tutto questo avvolgerlo, con qualche entusiasmo, in un messaggio culturale di fondo che sia il contrario di un disdegno della mobilità. Anche perché, al di là dell’importanza e della concretezza dell’economia, la società aperta, progressiva, innovativa, mobile, solidale ma selettiva, è veramente un fatto di cultura, di espressioni verbali appropriate attorno alle quali raccogliere gli sforzi della politica e dell’economia.



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