Lo scoglio che non t’aspetti

"Avvenire" del 22 ottobre 2009

Marco Bertola ( 22 ottobre 2009 )

"Figlio mio, sai che c’è? Si deve tirare la cinghia…». Così semplice, così difficile. Anche in tempi di crisi. Perché in fondo non ci si credeva poi tanto, perché sembrava lontana, perché le file di impiegati rampanti che vanno a casa con lo scatolone in mano le vedevamo solo in televisione...."


Lo scoglio che non t’aspetti

C’è un’Italia che tira la cinghia e non riesce a dirlo ai suoi figli

«Figlio mio, sai che c’è? Si deve tirare la cinghia…». Così semplice, così difficile. Anche in tempi di crisi. Perché in fondo non ci si credeva poi tanto, perché sembrava lontana, perché le file di impiegati rampanti che vanno a casa con lo scatolone in mano le vedevamo solo in televisione. Parlarne, soprattutto in casa, a volte sembra uno scoglio insormontabile, più semplice lasciar parlare giornali e tg, e chi ha orecchie per intendere intenda.

I dati che emergono dalla ricerca "Minori, mass media e crisi economica" (di cui diamo conto a pagina 4) sollecitano qualche riflessione. Perché se i genitori faticano a comunicare ai figli adolescenti le difficoltà, magari non ancora drammatiche, nelle quali si dibattono, i ragazzi, che pure percepiscono la criticità del momento perché bombardati dalle informazioni martellanti, non decodificano il messaggio e non ne traggono le dovute conseguenza. Chi si adagia nel senso di impotenza e chi prova impulsi di rabbia e di ribellione. Ma in pochi hanno visto diminuire le proprie disponibilità – ah, la mitica e mitizzata paghetta! –, in pochissimi si sono trovati a dovere o voler ridurre gli acquisti di abbigliamento, ricariche, oggetti elettronici. Solo una minima parte ha modificato il proprio stile di vita.

Sono lontani i tempi del paterno "cappotto rivoltato", protagonista di una canzoncina del dopoguerra, che scaldò generazioni di ragazzini che nulla sapevano di look, ma apprezzavano il tepore di una palandrana sformata. La povertà non è mai davvero "nuova" e non lo sono neppure il pudore con cui la si vive, la discrezione nell’esporla pubblicamente. Nuovo è il contesto in cui la si coglie. Ed è semmai sorprendente che, in tempi in cui tutto si ostenta, il privato è pubblico in tutte le sue pieghe più indiscrete, la comunicazione è un imperativo, si scorgano proprio tra le mura di casa le ombre dei silenzi, fors’anche della vergogna quando le cose non girano più per il verso giusto, quando la crisi buca lo schermo del televisore e invade il salotto, la cucina, sostituisce il dialogo schietto con imbarazzati bisbiglii.

Improvvisamente si confrontano e magari si scontrano atteggiamenti diversi, persino opposti, dirompenti. La naturale ritrosia a rendere palesi le proprie difficoltà si avvita su se stessa, persino la famiglia da punto di forza poco a poco si trasforma in fortezza. Assediata. Scattano i piani di difesa, le rinunce, le attenzioni. Ma i ragazzi… No, loro non devono patire per le nostre piccole o grandi sconfitte. È pronto lo scudo, che solo in apparenza li difende, in realtà rende schizofrenica la loro percezione di ciò che sta accadendo. La crisi c’è, forse, ma è lontana, non ci tocca. E nulla deve cambiare.

Magari il posto fisso è già volato via travolto dagli eventi, magari c’è solo bisogno di darsi una regolata perché i prezzi corrono e lo stipendio no, magari «oggi per noi va tutto bene, ma domani chissà…». Ecco un’occasione preziosa di dialogo, di condivisione, di crescita. Perché si può dire al proprio figlio adolescente: guarda che non siamo in un videogioco, quella crisi di cui parla la tv ora è qui, in casa nostra! Non una sconfitta, ma una sfida, alla quale si può provare a rispondere insieme, portando ciascuno il proprio carico, sacrificando chi l’auto nuova o la borsetta firmata e chi cento sms. Un momento difficile che si trasforma in occasione educativa. Dall’umiliazione all’azione, dall’indifferenza alla differenza. Certo, non è la soluzione di tutto. Ma aiuta.

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