Dritti verso il baratro. Il voto può essere il suicidio del Pdl

"Il Riformista" del 18 novembre 2009

Alessandro Campi ( 18 novembre 2009 )

"Silvio, se la maggioranza non è compatta si torna alle urne (Schifani). Silvio, chiudi il teatrino (Belpietro). Silvio, butta all’aria il tavolo (Cossiga). Silvio, mandali tutti a casa (Feltri). Silvio, basta giochetti (Stracquadanio). Silvio, torniamo alle urne (Quagliariello). Il coro che vuole elezioni anticipate prima che tutto precipiti, che sogna un nuovo “predellino” o comunque un colpo di scena risolutore, canta sempre più forte...."


Dritti verso il baratro. Il voto può essere il suicidio del Pdl


Chi sceglie chi

Silvio, se la maggioranza non è compatta si torna alle urne (Schifani). Silvio, chiudi il teatrino (Belpietro). Silvio, butta all’aria il tavolo (Cossiga). Silvio, mandali tutti a casa (Feltri). Silvio, basta giochetti (Stracquadanio). Silvio, torniamo alle urne (Quagliariello). Il coro che vuole elezioni anticipate prima che tutto precipiti, che sogna un nuovo “predellino” o comunque un colpo di scena risolutore, canta sempre più forte.

Sulle pagine dei giornali e nei corridoi del Palazzo. Piuttosto che restare impotente nell’angolo, a farsi cuocere a fuoco lento dai magistrati e dai nemici (interni ed esterni), molto meglio per Silvio - secondo i berlusconiani di osservanza stretta - dichiarare morta questa legislatura e affidarsi nuovamente al popolo, il suo giudice naturale. Un azzardo, certamente, ma preferibile all’inazione di questi giorni o a soluzioni pasticciate e contorte che a conti fatti non risolverebbero nessuno dei suoi problemi: né quelli giudiziari né quelli politici.

Ma cosa ne pensa il diretto interessato di una soluzione simile? Che la stia valutando seriamente sarebbe confermato dai rumori ormai irrefrenabili che circolano sulla piazza romana e dall’attivismo dei suoi sondaggisti. Ma lo dimostrerebbe, soprattutto, il suo perdurante silenzio, tipico di chi si sta preparando ad un evento politicamente traumatico, del quale tuttavia non può assumersi la diretta responsabilità. Ed ecco dunque spiegato il fiorire di ipotesi sull’incidente, subìto o procurato ad arte, che potrebbe giustificare dinnanzi all’opinione pubblica una decisione tanto radicale come la prematura e innaturale fine dell’attuale compagine di governo: tanto forte nei numeri ma all’apparenza sempre più debole.

Elezioni anticipate, dunque, viste da chi le propone con tanta insistenza come una fatale necessità o una risolutiva extrema ratio. Ma è proprio così? Davvero tornare alle urne sarebbe il modo migliore per uscire dall’impasse odierna e avviare una fase nuova, che consentirebbe a Berlusconi di riprendere nelle sue mani il proprio destino politico? E si tratta realmente di una ipotesi praticabile e risolutiva o è solo una minaccia dal sapore vagamente intimidatorio, rivelatrice peraltro della confusione e delle irrazionali paure che attraversano in questo momento settori consistenti del centrodestra?

Per rispondere, proviamo ad esaminare i differenti scenari e i possibili orizzonti. Partendo da una constatazione invero assai banale: volere le elezioni è un conto, ottenerle tutt’altro. Per quante chiacchiere si possano fare su una “costituzione materiale” che avrebbe stravolto o modificato in senso presidenziale l’ordinamento politico italiano, resta il fatto che la nostra è pur sempre, lettera e consuetudine alla mano, una Repubblica parlamentare: è il Capo dello Stato che scioglie le Camere, non il Presidente del Consiglio, e nemmeno il Presidente del Senato. Ed è facile immaginare, specie dopo la pessima piega che hanno preso i rapporti tra Berlusconi e Napolitano, che quest’ultimo – peraltro con buona ragione, vista se non altro la difficile situazione economica dell’Italia – tenterebbe ogni carta pur di evitare il ricorso anticipato alle urne. Forse non ci vorrebbe un solo minuto a trovare in Parlamento una nuova maggioranza, come sostiene Casini. Ma non è da escludere, anzi è da ritenere probabile viste le grandi manovre in corso, la nascita di un esecutivo tecnico-politico sostenuto da un’alleanza trasversale, a guidare il quale, come l’esperienza insegna, qualcuno alla fine si trova sempre. Insomma, coloro che in questi mesi hanno agitato lo spettro del governo istituzionale, gridando ora al complotto ora all’inciucio, rischiano di vederlo materializzato proprio grazie al loro irresponsabile attivismo.

Ma mettiamo pure che si arrivi al voto, come nei disegni dei falchi del berlusconismo. E mettiamo pure che gli schieramenti in campo restino gli stessi di oggi (cosa della quale si può dubitare, essendo più facile immaginare una rapida e ampia scomposizione delle attuali forze politiche, che in prima battuta investirebbe proprio il Popolo della libertà, segnandone di fatto la fine prematura). A quel punto si avrebbero tre sole possibilità. La più ironica e paradossale sarebbe una sconfitta di Berlusconi, che dovrebbe sapere - come peraltro già indicano taluni sondaggi - quanto mutevoli possano essere gli orientamenti dell’opinione pubblica. Si tratterebbe, in questo caso, di un suicidio politico vero e proprio.

La seconda eventualità è quella di un pareggio, reso sempre possibile dall’attuale legge elettorale e già sperimentato dall’ultimo governo Prodi. Il risultato, questa volta, sarebbe la definitiva paralisi del nostro sistema politico o una forzata “grande coalizione” che metterebbe comunque fuori gioco Berlusconi.
Resta l’ultima possibilità, quella sperata e attesa dai fautori del voto anticipato: una grande vittoria della coalizione guidata dal Cavaliere. Ma anche in questo caso cosa si sarebbe ottenuto di concreto? Anche con un plebiscito i suoi problemi con la giustizia resterebbero intatti, a meno di non voler giocare il consenso popolare, che peraltro egli già oggi possiede, contro l’ordine giudiziario, con quali gravi e nefaste conseguenze per le istituzioni è facile immaginare. Non solo, ma con la Lega al 15%, e che nel frattempo avrebbe anche ottenuto Piemonte e Veneto, Berlusconi si consegnerebbe mani e piedi al suo alleato minore. L’unica consolazione, per quest’ultimo, sarebbe aver confermato le sue indubbie capacità propagandistiche: ma a questo punto della sua storia, forse, ciò che dovrebbe dimostrare sono doti di governo e di statista, che sappia vincere le elezioni, polarizzando l’elettorato e mobilitando le truppe, lo sappiamo già da un pezzo. In effetti, forse ci sarebbe, in questo caso, un minimo ritorno politico: il ridimensionamento di Fini e dei finiani. Ma pensare sul serio che tutti i problemi di Berlusconi dipendano sempre e soltanto dai suoi alleati infidi - alle origini la Lega, poi Casini, oggi Fini e Tremonti - sa tanto di autoconsolatorio, è una tranquillizzante e perdurante sciocchezza.

In politica la logica del “nemico interno” funziona sempre, ma è sempre un modo per scaricare sugli altri le proprie inadempienze e difficoltà. Che nel caso di Berlusconi hanno storicamente a che vedere con la sua difficoltà a decidere e scegliere senza stare troppo a preoccuparsi del consenso e dei sondaggi quotidiani. Il che significa che un politico che abbia come unica preoccupazione quella di piacere e di lisciare il pelo agli elettori è destinato a non lasciare traccia di sé nella storia di un paese. Modernizzare un paese, cambiarne gli equilibri sociali ed economici, comporta un prezzo che Berlusconi sinora non ha mai voluto pagare. Basti ad esempio la riforma della giustizia, sempre annunciata e mai realizzata, utilizzata piuttosto come minaccia o materia di scambio.

C’è infine un argomento sul quale allegramente si sorvola quando si parla di elezioni anticipate: l’interesse degli italiani, non di Berlusconi o di qualunque altro attore politico, a gettarsi in una campagna elettorale che si svolgerebbe, fatalmente, in un clima arroventato e aggressivo, avendo come esclusivo tema di scontro la giustizia e i guai del Cavaliere. Si può facilmente immaginare quale sarebbe l’impatto sul paese di una simile contesa, condotta da tutti i partecipanti senza esclusione di colpi. Si rischierebbe di produrre solo macerie, entro uno scenario già parecchio lacerato. Berlusconi se la sente di assumersi una simile responsabilità, peraltro nel bel mezzo di una delicata congiuntura economica?

Non rimane perciò che una conclusione, l’unica politicamente ragionevole. E cioè che nelle condizioni attuali anticipare il voto non servirebbe a nessuno, in primis al Cavaliere. Che una mossa politica radicale in effetti dovrebbe realizzarla: smetterla di dare ascolto ai suoi troppo solerti consiglieri e suggeritori, che con l’idea di salvarlo rischiano invece di condurlo dritto in fondo al baratro.

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