Donne, giovani e tanti «piccoli»

"Corriere della Sera" del 2 dicembre 2009

Maurizio Ferrera ( 02 dicembre 2009 )

"Pur largamente prevedibi­li, gli ultimi dati Istat sul­le forze di lavoro fanno un certo effetto: erano an­ni che il numero di persone in cerca di occupazione non supera­va i due milioni, l'8% in termini relativi. È vero che siamo ancora al di sotto della media Ue (9,3%)...."


Donne, giovani e tanti «piccoli»

Pur largamente prevedibi­li, gli ultimi dati Istat sul­le forze di lavoro fanno un certo effetto: erano an­ni che il numero di persone in cerca di occupazione non supera­va i due milioni, l'8% in termini relativi. È vero che siamo ancora al di sotto della media Ue (9,3%). Preoccupa però la composizione interna della nostra disoccupa­zione, che colpisce con intensità crescente le donne e i giovani. Il modello della «flessibilità senza rete di sicurezza» su cui hanno puntato i vari governi a partire dal 1997 mostra oggi tutti i suoi limiti: centinaia di migliaia di la­voratori atipici hanno già perso il posto di lavoro, ampliando quell'esercito di outsider per i quali il nostro sistema di welfare prevede solo qualche briciola. Come hanno documentato le in­chieste di Dario Di Vico, tra le fi­la di questo esercito sta finendo anche un numero crescente di la­voratori in passato relativamente «sicuri»: artigiani, piccoli pro­duttori, persino alcune figure di liberi professionisti. Grazie alla Cassa integrazione, l'occupazio­ne delle imprese di medie e gran­di dimensioni ha retto sinora ab­bastanza bene. Ma per uscire dal­la crisi il sistema produttivo ita­liano ha intrapreso un percorso non facile di ristrutturazione, che avrà effetti diffusi e prolun­gati sui livelli occupazionali di tutti i settori.

Che fare? Il primo e più urgen­te obiettivo non può che essere la gestione dell'emergenza, attra­verso un potenziamento degli ammortizzatori sociali anche tra­mite ulteriori deroghe volte a so­stenere il reddito delle categorie più deboli. Il governo sembra pronto a muovere in questa dire­zione già con la Finanziaria ora all'esame del Parlamento. Dato il carattere chiaramente strutturale della crisi in atto, vi sono però almeno due altri passi da compiere, dopo un rapido ma articolato esercizio di progetta­zione istituzionale. Il primo pas­so è una riforma organica della nostra politica del lavoro, final­mente capace di realizzare quel­la combinazione tra misure atti­ve e passive di salvaguardia del­l’occupazione che è diventata la norma nei principali Paesi Ue. Tra i tanti traguardi mancati del­la strategia di Lisbona, questo è stato forse il più clamoroso e dannoso: dobbiamo recuperare al più presto il terreno perduto.

Il secondo e più difficile passo è l'individuazione (e poi l'avvio) di un percorso di riconfigurazio­ne del nostro modello economi­co e sociale per adeguarlo ai nuo­vi parametri del dopo crisi. Quan­do inizierà la ripresa, l'Italia ri­schia di ricadere nella trappola di una crescita (peraltro mode­sta) senza occupazione, come già avvenne durante lo scorso de­cennio. Anche altri Paesi europei corrono questo rischio, ma lì il la­voro di progettazione è già ben avviato. L'Unione europea sta scaldando i motori di una nuova strategia decennale volta a crea­re un’«economia più intelligen­te, più interconnessa e più ver­de »: l'obiettivo è proprio quello di rilanciare la competitività e in­sieme l'occupazione nel nuovo quadro globale.

A chi ha perso il posto di lavo­ro e fa fatica ad arrivare a fine mese, un dibattito come questo può suonare come una poco uti­le fuga in avanti. Senza progetti di largo respiro e senza riforme, il dramma della disoccupazione rischia però di avvitarsi in una spirale di impoverimento e decli­no collettivo, con effetti di lungo periodo e forse irreversibili.



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