Integrare con regole flessibili

"La Stampa" del 4 dicembre 2009

Giovanna Zincone ( 04 dicembre 2009 )

"Il rapporto privilegiato Bossi Berlusconi è una premessa e una conseguenza delle tensioni con Fini. Se, come è probabile, lo scontro recente accentuerà il patto tra i due leader, a farne le spese potrebbero essere gli immigrati. Perché i loro diritti fanno parte di un facile baratto politico...."


Integrare con regole flessibili


Il rapporto privilegiato Bossi Berlusconi è una premessa e una conseguenza delle tensioni con Fini. Se, come è probabile, lo scontro recente accentuerà il patto tra i due leader, a farne le spese potrebbero essere gli immigrati. Perché i loro diritti fanno parte di un facile baratto politico. Non se ne torneranno a casa loro, come Bossi ha auspicato di recente.

Questo significherebbe il collasso della nostra società e della nostra economia. E troppi produttori e famiglie che votano Lega lo sanno. Il punto è se sarà ancora politicamente possibile adottare provvedimenti che facilitino la loro integrazione. Dopo l’ondata di misure repressive, si tratterebbe di varare qualche misura di inclusione per immigrati operosi e rispettosi della legge, per i loro figli. Il recente sondaggio del Transatlantic Trends sull’immigrazione conferma che gli italiani giudicano gli immigrati troppi e in prevalenza irregolari. Non conoscono i dati reali ed hanno paura. Ma nonostante i timori e le campagne contro sono ancora favorevoli a concedere diritti agli immigrati regolari. Su questa linea di integrazione dei regolari, nel Pdl sono posizionati non solo i finiani, ma anche una parte di ex socialisti e di cattolici. C’è per loro ovviamente ben di più di una sponda nell’opposizione. Ma il carattere trasversale di alcune proposte pro immigrati è stato considerato, all’interno della maggioranza, come un regalo al nemico.

Il fatto è che riformare la cittadinanza o estendere il diritto al voto locale significa riformare le regole del gioco democratico. Si stabilisce, infatti, chi ha diritto a partecipare al gioco: esattamente come quando si decise per il voto alle donne o ai diciottenni. Di fatto, tutte le riforme della cittadinanza dal 1992 ad oggi sono state approvate all’unanimità e nessuno ha mai gridato al tradimento. La sola eccezione ha riguardato l’innalzamento degli anni di matrimonio con un cittadino italiano necessari per naturalizzarsi, norma inserita nel pacchetto sicurezza. Peraltro questa misura era già inclusa nel progetto di riforma della cittadinanza dell’ultimo governo di centro-sinistra, anche se ovviamente non da sola. Insomma, un ampio consenso, come è sempre successo in passato, si può trovare, purché i diritti degli immigrati non siano oggetto di baratto tra Lega e presidente del Consiglio. Se si evita, come è auspicabile, questa trappola, si possono trovare soluzioni sensate. Ma lo si può fare solo partendo da un’onesta conoscenza dei fatti.

In Italia non è solo l’opinione pubblica ad avere opinioni infondate. Il voto locale agli immigrati può non piacere, ma non lo si può considerare - come ha fatto di recente il senatore Bossi - un’assurdità. Perché, nelle elezioni amministrative, in Italia gli immigrati comunitari (quindi ad esempio i romeni) già votano e i non comunitari votano in un sacco di civilissimi Stati europei: ad esempio in tutti i Paesi scandinavi e in Olanda. Si aggiunga che secondo il sondaggio di Transatlantic Trends il 53% degli italiani si dichiara tuttora favorevole al voto locale. Neppure si può considerare un’ignominia la proposta di abbassare i tempi di attesa per fare domanda di naturalizzazione a cinque anni di residenza regolare, perché è il termine più frequentemente adottato in Europa. Si tratta di cose sapute e risapute, da chi le vuole sapere, ovviamente. D’altra parte, in molti Paesi europei si osserva una crescente selezione dei potenziali cittadini e pure dei possibili residenti attraverso l’adozione di indicatori di integrazione.

Il timore di includere individui pericolosi per l’ordine pubblico, suscitato dagli attentati in Inghilterra, in Olanda, in Spagna, la volontà di accogliere stranieri più facili da inserire socialmente hanno spinto molti Paesi a introdurre corsi più o meno obbligatori e test di integrazione e di lingua, giuramenti di accettazione di valori condivisi anche prima di arrivare alla tappa conclusiva della cittadinanza: per la concessione della carta di soggiorno, per il rinnovo e persino per il rilascio del permesso e pure per i ricongiungimenti familiari. Il test di lingua è previsto per la domanda di permesso di soggiorno di lungo periodo anche da noi: è stato inserito dalla legge sicurezza approvata nel luglio scorso. Questo tipo di provvedimenti ispirati da giustificate motivazioni politiche dovrebbe essere guidato da principi di ragionevolezza. Si tratta insomma di individuare criteri flessibili ed adattabili a circostanze diverse: la nonna cinese non imparerà mai un italiano da conferenziere, ma vogliamo obbligarla a rinnovare faticosamente per lei e per i nostri uffici il permesso dopo che sta già qui da svariati anni? E’ possibile trovare punti di incontro, purché i conti delle attuali tensioni interne alla maggioranza non vengano presentati agli immigrati.



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