Una prova di maturità

"Corriere della Sera" del 4 dicembre 2009

Franco Venturini ( 04 dicembre 2009 )

"Se Obama si aspettava una corale adesione dei principali alleati atlanti­ci alla sua richiesta di in­viare rinforzi in Afghanistan, deve essere rimasto deluso. La Germania non prenderà deci­sioni prima della conferenza di Londra di fine gennaio...."


MIlitari italiani in Afghanistan

Una prova di maturità

Se Obama si aspettava una corale adesione dei principali alleati atlanti­ci alla sua richiesta di in­viare rinforzi in Afghanistan, deve essere rimasto deluso. La Germania non prenderà deci­sioni prima della conferenza di Londra di fine gennaio. La Francia potrebbe aumentare, e non è sicuro, soltanto il nume­ro degli addestratori. I soldati turchi continueranno a non partecipare a operazioni di combattimento. Tanto più degno di nota di­venta allora il ruolo di avan­guardia che l’Italia (assieme al­la Gran Bretagna e alla Spagna) ha deciso di assumere. Nelle at­tuali condizioni strategiche e fi­nanziarie mille uomini in più entro la fine del 2010 non sono poca cosa, anche se lo sforzo sa­rà compensato da rientri di mi­litari dal Libano e dai Balcani.

Le prime verifiche contabili avranno luogo tra oggi e lunedì alla Nato, ma se anche il segre­tario Rasmussen riuscisse a rag­giungere l’obbiettivo dei 7.000 uomini in più (provenienti da una ventina di Paesi), la rispo­sta italiana tanto diversa da quelle tedesca e francese lasce­rebbe il segno. Un segno che vuole essere politico, assai più che operativo. L’Italia che non esita a dire «sì» a Obama intende evidente­mente dare nuovo vigore al­l’amicizia con gli Usa. Un nuo­vo vigore assai opportuno se si considera che, al di là delle ras­sicurazioni diplomatiche, Washington preferirebbe vede­re Roma più impegnata nel contenere la dipendenza euro­pea dal gas russo e preferireb­be anche evitare troppi elogi a Lukashenko.

Ma soprattutto, e qui si pone la vera questione strategica, l’Italia del «sì» sceglie di caval­care la scommessa di Barack Obama. Una scommessa auda­ce, secondo alcuni persino te­meraria. Gli Usa spediscono in Afghanistan la quasi totalità dei rinforzi chiesti dal generale Mc­Chrystal. Contro ogni regola mi­litare e a fini di consenso inter­no, viene sin d’ora annunciato l’inizio del ritiro per il luglio 2011 (su questa scia il ministro Frattini ha indicato ieri nel 2013 la fine della «transizione» af­ghana, e dunque il disimpegno militare italiano e alleato). Oba­ma, però, non ha specificato una data-limite per il rientro in patria delle altre truppe Usa. E sono comunque in molti a dubi­tare che le forze Isaf, anche irro­bustite dai nuovi arrivi, riesca­no davvero a creare le condizio­ni per un ripiego onorevole con tanto di sereno passaggio di consegne all’esercito afghano.

E ancora, sarà davvero di­strutta al Qaeda, Karzai farà la sua parte in maniera finalmen­te dignitosa (ieri ha detto di es­sere disposto a parlare anche con il mullah Omar), Olanda e Canada rivedranno le loro deci­sioni di ritiro rispettivamente nel 2010 e nel 2011, non risulte­rà destabilizzato il Pakistan con le sue atomiche, non ci metterà lo zampino il confinante Iran che continua a non stringere la mano tesa americana? È una scommessa, appunto, ma al punto in cui era Obama non poteva fare altro. E anche l’Italia, nella misura del suo contributo, non ha voluto fare altro, aspettare, pensarci su, ti­rarsi indietro. Il messaggio è chiaro, ed è positivo: tra alleati, in avanti o indietro, ci si muo­ve uniti.




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