Tutti i dubbi (ragionevoli)

"Corriere della Sera" del 5 dicembre 2009

Sergio Romano ( 05 dicembre 2009 )

"Gaspare Spatuzza, testimone nel processo contro Marcello Del­­l’Utri, è un «pentito». Ap­partiene quindi a una cate­goria di testimoni di cui è lecito chiedersi se non rap­presentino in molti casi, per usare un’espressione militare, la prosecuzione della guerra di mafia con al­tri mezzi..."


DOVERI DELLA POLITICA E DELLA MAGISTRATURA

Tutti i dubbi (ragionevoli)

Gaspare Spatuzza, testimone nel processo contro Marcello Del­­l’Utri, è un «pentito». Ap­partiene quindi a una cate­goria di testimoni di cui è lecito chiedersi se non rap­presentino in molti casi, per usare un’espressione militare, la prosecuzione della guerra di mafia con al­tri mezzi. Non parla di fatti recenti, sui quali è possibi­le raccogliere altre testimo­nianze, ma di eventi acca­duti più di quindici anni fa. Quali sono le sue cre­denziali? E’ permesso chie­dersi perché parli ora, con tanto ritardo, e fornisca in­formazioni che colpiscono Berlusconi nel momento in cui il presidente del Con­siglio è messo alle strette da altre indagini? Non cre­do vi sia uomo politico o magistrato di buon senso che non abbia avuto, ascol­tandone le dichiarazioni, questi dubbi e queste per­plessità.

Ma la giustizia non può scartare una ipotesi senza averla verificata e deve quindi, come usa dire in queste circostanze, andare sino in fondo. Nulla da ec­cepire, come abbiamo già scritto, se i processi fosse­ro ragionevolmente brevi e dessero una rapida rispo­sta ai nostri dubbi. Ma vi­viamo in un Paese dove quello di Perugia è durato, dal giorno del delitto, due anni; ed è, come sappia­mo, un puzzle di cui la ma­gistratura possiede tutti i pezzi: il cadavere, l’arma del delitto, la stanza della morte, i possibili assassini. Che cosa accadrà di un pro­cesso che concerne fatti lontani e che ha perduto lungo la strada, per ragioni anagrafiche, alcuni possibi­li imputati e testimoni? Può un intero sistema poli­tico essere indefinitamen­te ostaggio di una vicenda giudiziaria che getta sul premier l’ombra di una col­pa non ancora provata ma tale da intaccare la sua au­torità? In Francia, quando un magistrato cominciò a indagare sul presidente del­la Repubblica, fu possibile decidere che le indagini sa­rebbero state riprese alla fi­ne del suo mandato. In Ita­lia, come abbiamo visto, so­luzioni di questo genere si scontrano con le resistenze della magistratura e le sen­tenze della Corte costituzio­nale. Forse perché i magi­strati, come sostiene Berlu­sconi, gli sono nemici? Cre­do piuttosto che le ragioni siano, nel senso migliore della parola, professionali. Molti giudici e procuratori si rendono conto della gra­vità della situazione, ma non vogliono prendere de­cisioni che sembrerebbe­ro, nel clima surriscaldato della politica italiana, una diminuzione del ruolo pub­blico conquistato negli ulti­mi vent’anni. Ed eccoci tut­ti prigionieri di un proces­so che potrebbe anche as­solvere Berlusconi, ma che, nel frattempo, avrà condannato l’Italia alla pa­ralisi. Chi indennizzerà il Paese del tempo perduto, delle occasioni mancate, delle riforme accantonate? Ho descritto il labirinto italiano, ma rifiuto di cre­dere che non abbia, come tutti i labirinti, una via d’uscita. Spetta alla politica trovarla; e la strada mae­stra potrebbe essere quella di un impegno congiunto fra maggioranza e opposi­zione per riforme istituzio­nali che mettano fine a una transizione durata ormai poco meno del regime fa­scista. Ma occorrono alme­no due sacrifici. L’opposi­zione deve lasciare che il processo faccia il suo corso senza utilizzarlo politica­mente. E Berlusconi deve permettere alla magistratu­ra di lavorare (anche ai pro­cessi contro di lui) e deve capire che nulla potrà ga­rantirgli il completamento del mandato quanto un’in­tesa con l’opposizione sui nodi istituzionali che la maggioranza, da sola, non può sciogliere.



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