Minareti, che alimenta il populismo

"La Stampa" del 9 dicembre 2009

Nicolas Sarkozy ( 09 dicembre 2009 )

"Con un referendum il popolo svizzero si è pronunciato contro la costruzione di nuovi minareti sul suo territorio. Questa decisione può legittimamente suscitare degli interrogativi...."


Minareti, che alimenta il populismo


Con un referendum il popolo svizzero si è pronunciato contro la costruzione di nuovi minareti sul suo territorio. Questa decisione può legittimamente suscitare degli interrogativi. Il referendum impone di rispondere alla domanda con un «sì» o un «no». Si può rispondere con un «sì» o un «no» a una domanda così complicata, che tocca questioni tanto profonde? Sono convinto che dando una risposta così netta a un problema che deve poter essere risolto caso per caso, nel rispetto delle convinzioni e delle credenze di ciascuno, non si possano che creare malintesi dolorosi.

Ma come non rimanere stupefatti dalla reazione che questa decisione ha suscitato in certi ambiti mediatici e politici del nostro Paese? Reazioni eccessive, a volte caricaturali, nei confronti del popolo svizzero la cui democrazia, più antica della nostra, ha le sue regole e le sue tradizioni, che sono quelle di una democrazia diretta in cui il popolo ha l’abitudine di prendere la parola e decidere in prima persona.

Dietro la violenza di queste prese di posizione si nasconde in realtà una diffidenza viscerale verso tutto ciò che viene dal popolo. Il riferimento al popolo è già, per alcuni, l’inizio del populismo. Ma è proprio diventando sordi alle grida del popolo, indifferenti alle sue difficoltà, ai suoi sentimenti, alle sue aspirazioni, che si nutre il populismo. Questo disprezzo del popolo, perché è una forma di disprezzo, finisce sempre male. Come stupirsi del successo degli estremisti, quando non si tiene conto della sofferenza degli elettori?

Quello che è appena accaduto mi ricorda come fu accolto il «no» alla Costituzione europea nel 2005. Mi ricordo di parole a volte dure pronunciate contro la maggioranza dei francesi che aveva scelto di dire no. Opporre la Francia del «sì» a quella del «no» significava aprire una frattura, che non avrebbe mai permesso alla Francia di riprendere il suo posto in Europa. Per riconciliare la Francia del «sì» e quella del «no» bisognava prima di tutto capire cosa avevano voluto esprimere i francesi. Bisognava ammettere che questa maggioranza non si era sbagliata ma che aveva, come la maggioranza degli irlandesi o degli olandesi, espresso quello che sentiva e detto «no» coscientemente a un’Europa che non voleva più, perché dava l’idea di essere sempre più indifferente alle aspirazioni dei popoli.

Non potendo cambiare i popoli, bisognava cambiare l’Europa. La Francia del «no» ha iniziato a riconciliarsi con quella del «sì» a partire dal momento in cui invece di giudicarla ha cercato di capirla. È allora che, superando le divisioni, la Francia ha potuto mettersi a capo del movimento per cambiare l’Europa. Dunque, invece di insultare gli svizzeri perché la loro risposta non ci piace, sarebbe meglio interrogarci su quello che rivela. Perché in Svizzera, Paese con una lunga tradizione di apertura, ospitalità, tolleranza, c’è stato un rigetto così forte? E cosa risponderebbe il popolo francese alla stessa domanda?

Invece di condannare senza appello il popolo svizzero, cerchiamo di capire cosa ha voluto esprimere e che cosa provano molti popoli europei, compreso quello francese. Niente sarebbe peggio della negazione. Niente sarebbe peggio del non guardare in faccia la realtà dei sentimenti, delle preoccupazioni, delle aspirazioni di tanti europei. Capiamo bene innanzitutto che quel che accade non ha nulla a che fare con la libertà di culto o di coscienza. Nessuno, nemmeno la Svizzera, si sogna di rimettere in discussione queste libertà fondamentali.

Gli europei sono accoglienti, sono tolleranti, è nella loro natura e nella loro cultura. Ma non vogliono che la loro vita, il loro modo di pensare e le loro relazioni sociali vengano snaturati. E il sentimento di perdere la propria identità può essere causa di profonda sofferenza. La mondializzazione contribuisce a ravvivare questo sentimento.

La globalizzazione rende l’identità problematica, perché tutto in lei contribuisce a smembrarla, ma nello stesso tempo ne acuisce il bisogno: perché più il mondo è aperto, più la circolazione delle idee delle persone dei capitali delle merci è intensa, più c’è bisogno di un’ancora, di un punto di riferimento, di sentire che non si è soli al mondo. A questo bisogno di appartenenza si può rispondere con la tribù o con la nazione, frantumando la società in comunità etniche o con l’unità della Repubblica. L’identità nazionale è l’antidoto al tribalismo e al comunitarismo. È per questo che ho sperato in un ampio dibattito sull’identità nazionale. Bisogna parlare tutti insieme di questa sorda minaccia che tante persone nelle nostre vecchie nazioni europee sentono pesare sulla loro identità, perché a forza di essere rinnegato questo sentimento non finisca per generare un terribile rancore.

Gli svizzeri come i francesi sanno che il cambiamento è necessario. La loro lunga storia ha insegnato loro che per restare se stessi bisogna accettare di cambiare. Come le generazioni che li hanno preceduti, sanno che aprirsi agli altri è un arricchimento. Nessun’altra civiltà europea ha tanto praticato il meticciato delle culture, che è il contrario del comunitarismo. Il meticciato è la volontà di vivere insieme, il comunitarismo è la scelta di vivere separati. Ma il meticciato non è la negazione delle identità, è la comprensione e il rispetto per tutti. Da parte di chi accoglie è il riconoscere cosa l’altro può portare. Da parte di chi arriva è il rispetto di cosa c’era prima di lui. Da parte di chi accoglie è, ancora, l’offerta di condividere la propria eredità, la propria storia, la propria civiltà e arte di vivere. Da parte di chi arriva è la volontà di inserirsi senza violenza ma naturalmente in questa società che si contribuirà a trasformare, in questa storia che si contribuirà a scrivere. La chiave di questo mutuo arricchimento che è il meticciato delle idee dei pensieri delle culture è un’assimilazione riuscita.

Rispettare chi arriva è anche permettere loro di pregare in luoghi di culto decenti. Non si rispettano le persone quando le si obbliga a pregare in un hangar. Accettando una situazione del genere non rispettiamo neanche i nostri valori. Ancora una volta, laicità non è il rifiuto della religione, ma il rispetto di tutte le religioni. È un principio di neutralità, non di indifferenza. Quando ero ministro dell’Interno ho creato il Consiglio francese del culto musulmano perché la religione musulmana fosse messa su un piede di uguaglianza delle altre grandi religioni.

Rispettare chi si accoglie è sforzarsi di non urtarli, di non choccarli, di rispettarne i valori, le convinzioni, le leggi, le tradizioni e farle, almeno in parte, proprie. È fare propria l’uguaglianza tra uomo e donna, la laicità, la separazione di potere temporale e spirituale.

Io mi rivolgo ai miei compatrioti musulmani per dire loro che farò di tutto perché si sentano cittadini come gli altri, abbiano gli stessi diritti degli altri a vivere la propria fede, a praticare la loro religione con la stessa libertà e dignità degli altri. Combatterò qualsiasi forma di discriminazione. Ma voglio anche dire loro che nel nostro Paese, dove la civiltà cristiana ha lasciato una traccia tanto profonda, dove i valori della Repubblica sono parte integrante della nostra identità nazionale, tutto quello che può sembrare una sfida a questa eredità e a questi valori condannerebbe alla sconfitta la creazione così necessaria di un Islam francese che si inserisca senza violenza nel nostro patto sociale e civico.

Cristiano, ebreo, musulmano, uomo di fede, qualunque sia la sua fede, credente, qualsiasi siano le sue convinzioni, ognuno deve saper evitare ogni ostentazione e provocazione e, cosciente della fortuna di vivere in una terra libera, deve praticare il suo culto con l’umile discrezione che testimonia non la debolezza delle sue convinzioni ma il rispetto fraterno che prova per chi non pensa come lui e con cui vuole vivere.

(Da Le Monde)

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