Crisi e urne i due enigmi del Cavaliere

"La Stampa" del 12 dicembre 2009

Marcello Sorgi ( 12 dicembre 2009 )

"Berlusconi ieri ha negato di volere le elezioni, non perché non le voglia, ma perché non sa come arrivarci. Una delle cose più complicate, in Italia, infatti è ottenere lo scioglimento anticipato delle Camere..."


Crisi e urne i due enigmi del Cavaliere


Berlusconi ieri ha negato di volere le elezioni, non perché non le voglia, ma perché non sa come arrivarci. Una delle cose più complicate, in Italia, infatti è ottenere lo scioglimento anticipato delle Camere. Nella Prima Repubblica c’era una sorta di regola non scritta: premesso che le elezioni anticipate dovevano essere considerate ufficialmente come un trauma assoluto, da accompagnare con lamenti, rimorsi e giuramenti di non farvi più ricorso, quando Dc e Pci, vale a dire i maggiori partiti di governo e opposizione, si mettevano d’accordo, lo scioglimento era fatto. Il Capo dello Stato, cui formalmente competeva la decisione, si limitava a registrarlo come un notaio. Anche questa regola, che aveva funzionato nel 1972, ’76, ’79 e ’83, come tutto, a un certo punto andò in tilt. Nel 1987, per ottenere le elezioni, la Dc dovette addirittura votare contro un suo governo. Nel ’94 le elezioni le decise praticamente Occhetto da solo, gli altri leader erano impicciati con Tangentopoli. Fu uno dei suoi più tragici errori, che aprì la strada a Berlusconi. Il quale, dopo il ribaltone, le avrebbe rivolute subito. Scalfaro riuscì a temporeggiare per un anno ancora, e si andò al voto nel ’96. Per dieci anni, fino al 2006, l’andamento delle legislature, malgrado la confusione politica imperante, tornò a essere, diciamo così, regolare.

Ma nel 2008 la caduta del cagionevole governo Prodi rese di nuovo necessario lo scioglimento anticipato. Non che il Capo dello Stato non avesse tentato di evitarlo: ma si trattò, più che altro, di una formalità: il presidente del Senato Marini, formalmente incaricato, fece un giro di consultazioni e tornò sconfortato al Quirinale per dimettersi. Ora i bookmakers di Montecitorio, malgrado le smentite berlusconiane, e in mancanza di regole e precedenti validi, si pongono qualche domanda. Pur essendoci un asse di ferro tra Berlusconi e Bossi, se la sentono, i due, di questi tempi, di aprire una «crisi pilotata»? E se gli scappa di mano? E se invece la aprono, Napolitano che fa? Chiama Schifani, il quale sarebbe anche più rapido di Marini a gettare la spugna? O chiama Fini e provoca una mezza rivoluzione nel Pdl? O chiama Letta, l’unico che godrebbe del necessario appoggio bipartisan per portare la nave fuori dalle secche? E Letta, in questo caso, come si comporterebbe? Sono questioni alle quali non è facile dare una risposta. Il guaio è che in queste ore le stesse domande se le sta facendo anche Berlusconi.


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