Silvio scese in campo, Filippo finì dentro

"Il Riformista" del 12 dicembre 2009

Marianna Bartoccelli ( 12 dicembre 2009 )

"Quello che ha dimostrato l’udienza di ieri al primo piano del palazzo del Tribunale di Palermo è certamente che la politica non si fa e non si deve fare con la giustizia...."

Silvio scese in campo, Filippo finì dentro


ACCUSE CHE NON STANNO IN PIEDI. L'errore della Procura di riaprire il processo Dell'Utri e alune coincidenze.

Quello che ha dimostrato l’udienza di ieri al primo piano del palazzo del Tribunale di Palermo è certamente che la politica non si fa e non si deve fare con la giustizia. Cosa che invece spesso hanno cercato di fare molti pm di quell’edificio dove è passato Grasso ma anche Caselli, dove sono passati Chinnici, Falcone e Borsellino saltati in aria per operazione definite, dall’ultimo pentito Gaspare Spatuzza, di “terrorismo mafioso”, come diceva anche il super procuratore Vigna già nel 1995. Dove uno dei pm capo era Gaetano Costa che attivò il primo grosso processo di mafia costruito da Boris Giuliano, il cui figlio ha arrestato a Milano giorni fa il vecchio boss Fidanzati, e il primo della lista era il finanziere Sindona subito scomparso da quel processo. Costa e Giuliano sono stati uccisi entrambi ed entrambi colpivano la mafia che poi si chiamò degli “scappati” e che ora sono tornati dagli Stati Uniti chiamati da Lo Piccolo con il consenso di Provenzano, perché capivano che la mafia rimasta fuori dal carcere era quella proprio malmessa.

Si è scritto all’infinito degli scontri dentro la mafia, dell’uso fatto di molti pentiti, dei tanti processi avviati grazie alle intercettazioni, sino ad arrivare ad oggi dove un killer di primo piano, Gaetano Spatuzza, riapre la strage dei dieci processi, quella Borsellino, e colpisce in alto, anzi al vertice del potere, e cioè il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Attraverso Marcello Dell’Utri che fa sempre politica e vede il suo processo riaperto da un procuratore generale, Nino Gatto, che mentre fa il pg al processo di secondo grado, torna al secondo piano come procuratore aggiunto di Messineo e collega di Ingroia e Scarpinato. Tutto in quell’incredibile palazzo di giustizia si tiene ed è collegabile.

Gli interrogatori di ieri degli ormai famosi boss super stragisti negli anni ‘93 e ‘94 sono alla fine apparsi a favore dell’imputato Marcello Dell’Utri, dimostrando quanto si diceva al piano delle corti d’appello. E cioè che è stato un errore riaprire il processo Dell’Utri ormai in dirittura di conclusione. Non solo perché giuridicamente poco corretto ma perché poteva succedere quello che è successo e cioè che i Graviano, soprattutto Filippo, sempre boss anche dopo quindici anni di carcere duro, disconoscono le accuse di Spatuzza, ma non il pentito Spatuzza e affermano che Dell’Utri non ha mai parlato con loro e tantomeno Berlusconi. Così l’ipotesi di un rapporto stretto tra il clan di Brancaccio e Dell’Utri si riduce a un “no” secco di Filippo. «Conosceva Marcello Dell’Utri?» chiede alla fine dell’interrogatorio il presidente Claudio Dell’Acqua. «No» risponde asciutto con il suo classico accento palermitano Filippo Graviano. E tocca a noi ricordare che il giorno dell’arresto di Filippo, 26 gennaio 1994, che doveva durare solo quattro mesi, Berlusconi mandava in giro la cassetta con la quale annunziava a tutti la sua decisione di scendere in campo per essere eletto al governo di Italia,

Leggendo i brani della lettera che Giuseppe Graviano, ricciolino ai tempi dell’arresto, si fa un ulteriore passo indietro rispetto alle accuse a Dell’Utri. Graviano non parla perché afferma di stare male. Ma ha mandato una lettera al presidente dove spiega la sua posizione. Dove pare che scriva delle “torture” che subisce in carcere e della sua malattia che si sviluppa proprio per il tipo di carcere. Per il resto, dei rapporti con Forza Italia non c’è scritto nulla.

Prende così sempre più consistenza quanto abbiamo scritto giorni fa sul Riformista. E cioè che la vera trattativa è quella di cui ha parlato il procuratore Vigna, iniziata con i detenuti al 41 bis nel 2002. Si tratta per i Graviano, che ormai consigliano alle mogli di andare via da Palermo e fare crescere i figli in modo diverso dal loro clan, di avere la possibilità di allentare il 41 bis. E così si riparla di dissociazione e di scioglimento. Del resto Filippo durante l’interrogatorio ha parlato sempre di scelte, le sue, ormai di legalità e di un rapporto di solidarietà e aiuto verso gli altri detenuti. Una trattativa con alcuni magistrati, che vorrebbero dimostrare come Cosa Nostra sia ormai allo stremo. Che non porta certo alla scarcerazione ma ad un allentamento delle condizioni che si vivono, così come per i pentiti che già ne godono e a volte sono ormai fuori dal carcere.

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