Raffreddare l'amore

"La Stampa" del 28 dicembre 2009

Lucia Annunziata ( 28 dicembre 2009 )

"Il centro sinistra sembra aver cominciato a ragionare su come raggiungere un diverso clima politico nel Paese, dopo l'attacco al premier. E se ne sta accollando le conseguenze: le cronache politiche sono piene in questi giorni delle tensioni che percorrono l’opposizione su se e come e in che tempi avviare una diversa fase del confronto...."


Raffreddare l'amore


Il centro sinistra sembra aver cominciato a ragionare su come raggiungere un diverso clima politico nel Paese, dopo l'attacco al premier. E se ne sta accollando le conseguenze: le cronache politiche sono piene in questi giorni delle tensioni che percorrono l’opposizione su se e come e in che tempi avviare una diversa fase del confronto.

Ma il premier? Cosa sta facendo, a sua volta, il premier, per stabilizzare questo nuovo clima? Non possiamo affrettare, naturalmente, la riflessione di Silvio Berlusconi. Né vogliamo lanciarci in giudizi. Ma la solidarietà e anche la convinzione di dover cambiare molte cose nella politica attuale, non possono diventare esenzione dalle critiche. Per cui, senza alcun intento di lesa maestà, si può forse dire, ora che il premier sembra aver recuperato il suo spirito e il suo ottimismo, che la sua continua riproposizione dell'amore come base della ricostruzione di un clima di concordia nazionale, è un clamoroso rischio se non addirittura un clamoroso errore.

Non parliamo qui del «partito dell'amore», di cui si è già scritto molto. Richiamando Ilona Staller, o l'allucinata descrizione del ministero dell'Amore di George Orwell nel romanzo «1984» («Fra tutti il ministero dell'Amore era quello che incuteva un autentico terrore. Era assolutamente privo di finestre. Accedervi era impossibile, se non per motivi ufficiali, e anche allora solo dopo aver attraversato grovigli di filo spinato, porte d'acciaio e nidi di mitragliatrici ben occultati.

Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pattugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armati di lunghi manganelli»). Parliamo di errore, perché evocare l'amore come base della arena istituzionale è operazione esattamente uguale a quella di chi rivendica l'odio come base della lotta politica.

L'odio, si dice, giustamente, va bandito perché è un avvelenatore della vita comune, perché focalizza sulle persone, restringe il campo, premia il dettaglio sulla visione di insieme.

Ma l'amore ha lo stesso potere divisivo, frazionante, assolutista. Quando è stato infatti invocato in politica ha sempre avuto i connotati delle dittature, e del consenso forzato. Che si tratti di regimi su basi ideologiche, o su basi religiose, che si tratti delle dittature del ‘900 o di quelle teocratiche odierne, non abbiamo bisogno di andare molto lontano per ricordarci che il filo fra odio e amore è molto sottile, e che i morti fatti dall'uno e dell'altro sentimento ammontano agli stessi milioni.

Quando si condanna dunque l'odio in politica, non si sta parlando di uno specifico atteggiamento negativo. Si sta in realtà evocando una concezione della politica profondamente diversa. Le ragioni per cui si condanna l'odio è perché l'interesse comune richiede una gestione della cosa pubblica priva - per quel che è possibile - di deviazioni individuali, di personalizzazioni, di un uso del potere piegato alle convinzioni e alle passioni negative di chi in quel momento lo detiene, o di chi lo contesta.

Si invoca dunque una democrazia «raffreddata», in cui la stella polare non sia l'individuo con i suoi dettagli, ma una macchina della compatibilità, una terza entità - che è il bene del Paese - che proprio nel suo distacco dalle passioni dei suoi stessi gestori diventa garanzia di uguaglianza di tutti.

Naturalmente, gli uomini hanno passioni. Naturalmente, non si vive né si può vivere senza avere presente sempre e comunque il proprio particolare. Ma quando si parla di istituzioni, quando si dice di dover prendere una strada che vale per tutti, si indica un processo di «raffreddamento» e persino di «dismissione» di una parte di questi interessi individuali.

Se non ci siamo del tutto sbagliati, quando si parla di un nuovo clima si intende questo.

Il richiamo di Silvio Berlusconi all’amore suona dunque come una sua incomprensione, se non addirittura una sua ostinazione. In maniera diversa, questo richiamo ci sembra riproporre infatti la sua idea di sempre di una democrazia personalizzata. E se la sua idea, al rientro nella vita attiva, è quella di trovare un Paese in cui si stendano ai suoi piedi tappeti rossi, è probabile che si stia preparando per lui una forte delusione.

Come cittadini, il nostro principale diritto non è né all'odio né all'amore, ma a uno Stato che funzioni, che restituisca in beni comuni quello che paghiamo in tasse, e che difenda le diversità, di fede e di opinione, che ciascuno, nella sua individualità, abbraccia. Se poi uno statista vuol farsi amare, basta che eserciti la sua pietas incanalandola nel suo esercizio pubblico.

Non è difficile neppure capire come fare. Basta guardarsi intorno in queste sfortunate feste odierne.

Ci sono molti operai, molti disoccupati, molti sventurati che trascorrono questi giorni di celebrazioni nell'angoscia e nella incertezza. Presentare una solida piattaforma di aiuti a queste parti della nostra società, e farla approvare subito e bene, dandogli una assoluta priorità rispetto alle riforme istituzionali, sarebbe un’ottima iniziativa per avviare un nuovo clima. Un ottimo gesto da statisti. E non sarebbe nemmeno un povero sostituto dell'Amore.


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