Nessuno può dirsi soddisfatto

"La Stampa" del 18 gennaio 2010

Franco Garelli ( 18 gennaio 2010 )

"E’ stato senza dubbio un incontro dal valore storico, ma che non poteva sorvolare sulle spine che da tempo ostacolano i rapporti tra la chiesa cattolica e gli Ebrei...."


Nessuno può dirsi soddisfatto



E’ stato senza dubbio un incontro dal valore storico, ma che non poteva sorvolare sulle spine che da tempo ostacolano i rapporti tra la chiesa cattolica e gli Ebrei. La visita del Papa alla Sinagoga di Roma è stata abbellita dalla inedita presenza di una delegazione della grande moschea della capitale, che però non ha spostato l’asse di fondo della riflessione e del confronto. Tra i protagonisti dell’evento vi sono state molte attenzioni reciproche, importanti accenni al ruolo essenziale (sui temi della spiritualità, della pace, dell’ecologia, della solidarietà umana) che le grandi religioni storiche devono avere nel mondo; ma soprattutto gli esponenti della comunità ebraica, e in parte anche il Papa, non hanno mancato a più riprese di richiamare i problemi che oggi condizionano il reciproco riconoscimento tra le due fedi religiose.

Così Benedetto XVI, accennando ieri all’Angelus che nel pomeriggio si sarebbe recato al Tempio Maggiore, ha ricordato il clima di dialogo che oggi intercorre tra cattolici e ebrei «malgrado i problemi e le difficoltà»; mentre ancora più espliciti sono stati gli accenni ai problemi tra le due confessioni religiose fatti durante la visita da esponenti della comunità ebraica, che in vari passi dei loro discorsi sembravano riferirsi ad un clima di rapporti tra cattolici ed ebrei che si sta complicando nel tempo.

C’è chi ha parlato di «ferite ancora aperte», chi ha auspicato che non si perda il clima del Concilio; chi ha ricordato i «padri e gli zii» che durante la Shoah hanno trovato rifugio nei conventi delle suore cattoliche ma anche il «silenzio dell’uomo» (con un riferimento che a molti è sembrato rivolto a Pio XII) «che ci interroga, ci sfida e non sfugge al giudizio». Chi ancora ha detto che bisogna porre in primo piano le visioni condivise e i comuni obiettivi «malgrado una storia drammatica, i problemi aperti e le incomprensioni». «Che cosa ancora ci separa» - si è chiesto di fronte al Papa il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni - «dal recupero di un rapporto autentico di fratellanza e comprensione?».

A molti dei presenti queste parole avranno richiamato il primo pontefice a entrare in un tempio ebraico a Roma dopo San Pietro, quel Karol Wojtyla che in quell’occasione (era il 13 aprile 1986) ha spiazzato gli ebrei (e molti secoli di incomprensioni) chiamandoli «nostri fratelli maggiori».

Ecco, forse ciò che è mancato nella Sinagoga di Roma ieri è stato il pathos di un incontro - come quello avvenuto 24 anni fa tra Giovanni Paolo II e il rabbino Toaff - capace di dire al mondo, anche simbolicamente, che i cattolici e gli ebrei vivono una nuova storia, che a quei tempi significava ribadire con forza la scelta del Concilio di cancellare l’accusa di deicidio al popolo ebraico e la condanna dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo.

Ovviamente ieri Benedetto XVI non ha mancato di porsi in continuità col cammino di amicizia con gli ebrei indicato da Papa Wojtyla, così come ha deplorato a più riprese il dramma sconvolgente della Shoah, riconoscendo qualche silenzio di troppo di alcuni figli della chiesa al riguardo. Ma ha anche ricordato che la Santa Sede ha allora svolto un’azione di soccorso «spesso nascosta e discreta»; come a dire che sull’operato di Pio XII le valutazioni storiche possono essere diverse e che una forte presa di posizione pubblica da parte del Papa avrebbe potuto avere ripercussioni più negative sulla condizione degli ebrei di quelle che si sono verificate.

Pur a fronte di rapporti rinsaldati, le ombre che attualmente incombono tra la chiesa cattolica e la comunità ebraica non sembrano diradarsi, sia per i tratti culturali e gli orientamenti teologici di chi dirige le due confessioni religiose sia per una stagione storica in cui in tutti i campi sembra prevalere la voglia di distinzione. Non c’è soltanto il silenzio sulla Shoah di Papa Pacelli (che Benedetto XVI vuole beatificare) a dividere le due comunità, o l’apertura del Papa a vescovi lefebvriani che ancor oggi non ripudiano la Shoah. Ma la contesa può riguardare temi più ampi, come l’interpretazione del messianesimo, che per Israele è ancora del tutto aperto, mentre per la chiesa cattolica il messia ha un nome ed è Gesù Cristo. Oppure i problemi connessi alla politica religiosa dello Stato di Israele in Terra Santa, che - a detta della chiesa cattolica - tende a isolare o ridurre la presenza delle comunità cristiane in un ambiente che per le tre religioni monoteistiche è strettamente legato all’evento della rivelazione.


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