Il teorema di Bengasi

"Popoli" ottobre 2008

Stefano Femminis ( 28 settembre 2008 )

Berlusconi ha così sintetizzato l’accordo con il dittatore libico Gheddafi, preparato dal suo predecessore Prodi: «Più petrolio, meno clandestini». Una brillante intesa commerciale,sulla pelle di chi fugge da guerre e carestie. Così Stefano Femminis direttore del mensile dei gesuiti "Popoli"


Il teorema di Bengasi



Il 30 agosto, a Bengasi, il primo ministro italiano Silvio Berlusconi
e il dittatore libico Muammar Gheddafi hanno firmato un trattato di
cooperazione: la Libia chiude ogni contenzioso con l’Italia relativo al
periodo coloniale e l’Italia eroga 5 miliardi di dollari in infrastrutture,
attrezzature per il pattugliamento delle coste e altro di cui al momento si
sa poco. Che cosa ottiene il nostro Paese, oltre a mettersi la coscienza a
posto per le proprie malefatte di alcuni decenni fa? «Più petrolio e meno
clandestini», ha sintetizzato Berlusconi, riferendosi ai ricchi giacimenti
libici e ai maggiori controlli promessi da Gheddafi nel triangolo di mare fra
Tripoli, Bengasi e Lampedusa. La piccola isola, come noto, è raggiunta da un
numero crescente di disperati: fuggono da guerre e carestie, in particolare dal
Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia: ironia della sorte, altre ex-colonie
italiane), e transitano dalla Libia sperando di approdare in Italia.
Plauso della maggioranza, sostanziale silenzio dell’opposizione: il succo
dell’accordo è stato del resto negoziato dal governo Prodi. Si tratta,
sembra di capire, di una brillante operazione commerciale: ci assicuriamo
una fornitura regolare di petrolio - «della migliore qualità», ha precisato il
nostro premier -, rafforziamo la già massiccia presenza di aziende tricolori in
Libia (Finmeccanica, Eni, Sirti sono in prima linea per accaparrarsi le nuove
commesse), blocchiamo le importazioni di «clandestini»,merce invece di pessima
qualità, prodotti senza mercato, anzi pericolosi per la sicurezza, anche quando a
spuntare dai barconi è la testolina di un neonato.
Si dirà: bando alla retorica, occorre bloccare i viaggi disumani di chi è
sfruttato dai trafficanti, spesso lasciandoci la pelle (almeno 578 gli affogati
nel Canale di Sicilia quest’anno). Verissimo. Ma abbiamo alcuni dubbi
nient’affatto retorici: è saggio concedere tanta fiducia (e tanti soldi) a un
uomo che da 39 anni è al potere senza elezioni democratiche, in un Paese
che il sito della Cia, non quello di qualche associazione pacifista, definisce
uno «Stato autoritario»? Poiché le autorità libiche sono complici nel traffico
di immigrati (come documentiamo a pag. 14), non c’è il rischio che gli
sbarchi (e gli annegamenti) continuino, semplicemente con «tariffe» più alte
poiché più alti saranno i pericoli? E, qualora invece l’accordo funzionasse
e la fortezza-Europa riuscisse a serrare le proprie frontiere, non preoccupa
la sorte di chi avrà come unica prospettiva quella di morire di fame o di
bombe in patria, con la sola colpa di essere nato nella parte sbagliata del
mondo? Non sarebbe stato più costruttivo utilizzare soldi e diplomazia per
promuovere pace, democrazia e sviluppo nel Corno d’Africa?
Sono interrogativi che avrebbero senso se ci fosse la sincera intenzione
di affrontare il dramma epocale delle migrazioni. Ma il problema, più che
affrontarlo, lo si vuole rimuovere: l’importante è che i «clandestini» non
arrivino qui, a intasare i Cpt e a inquietare le nostre coscienze. Forse, tra altri decenni, in un mondo che speriamo più attento ai diritti fondamentali delle
persone («clandestini» compresi), qualcuno si chiederà se non sia il caso di
risarcire altri africani per ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto.

Stefano Femminis Direttore di Popoli

OTTOBRE 2008 Popoli

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