Ebrei, addio all'Europa

www.avvenire.it del 24 gennaio 2010

Anna Foa ( 25 gennaio 2010 )

"Alla vigilia della Shoah, nel 1939, gli ebrei d’Europa erano circa dieci milioni. La popolazione ebraica era già stata ridotta dall’emigrazione dalla Russia, quando fra il 1881 e il 1924 circa due milioni di ebrei avevano raggiunto l’America...."


Ebrei, addio all'Europa

Alla vigilia della Shoah, nel 1939, gli ebrei d’Europa erano circa dieci milioni. La popolazione ebraica era già stata ridotta dall’emigrazione dalla Russia, quando fra il 1881 e il 1924 circa due milioni di ebrei avevano raggiunto l’America. Una parte di questi emigranti si erano fermati cammin facendo in Inghilterra e in Francia, dando vita ad un fitto proletariato ebraico, a Parigi come a Londra.

Un’emigrazione più ridotta, ma sempre significativa, aveva portato in terra d’Israele, in successive ondate, migliaia di ebrei russi, destinati a divenire l’élite politica del nuovo insediamento sionista. Nei decenni tra la prima e la seconda guerra mondiale, il maggior numero degli ebrei europei risiedeva nella Russia sovietica e nei paesi dell’Europa orientale, la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria. La prima guerra mondiale, con le trasformazioni della mappa politica europea che aveva determinato, aveva comportato radicali modifiche anche nella mappa dell’ebraismo europeo. Ebrei prima cittadini dell’Impero austro-ungarico, e quindi tutti emancipati fin dal 1867, vivevano fianco a fianco con ebrei russi o romeni, privati fino ad allora di ogni emancipazione. Il rimescolamento delle nazionalità, nei nuovi Stati nati dalla dissoluzione dell’Impero asburgico, aveva favorito l’esplodere dei nazionalismi e il divampare degli antisemitismi.

In Europa occidentale, gli ebrei erano presenti in numeri assai più ristretti. Le maggiori comunità, quella francese e quella inglese, erano quelle che erano state interessate dall’immigrazione dalla Russia. In Italia gli ebrei erano una percentuale ridottissima della popolazione, circa l’uno per mille: da 39.000 al momento dell’unità d’Italia, erano passati a 45.000 nel 1940, con un aumento del 16% contro un aumento, nello stesso periodo, del 200% della popolazione ebraica totale e del 108% di quella dell’Europa occidentale.

L’antisemitismo crescente e poi il nazismo avevano intanto iniziato a provocare la fuga degli ebrei da una parte dell’Europa. Oltre trentamila ebrei, fra il 1924 e il 1926, avevano lasciato per la Palestina la Polonia dilaniata dalle violenze antisemite. Il 1933, con l’avvento al potere di Hitler, segna l’inizio dell’esodo dalla Germania dei cinquecentomila ebrei tedeschi che vi risiedevano (l’1% della popolazione). Prima del 1938, circa duecentocinquantamila ebrei avrebbero lasciato la Germania, molti dei quali per la Palestina (nel solo 1933, circa 35.000). Nel 1938, l’annessione dell’Austria obbligava gli ebrei che lo poterono a lasciare anche quel paese. Tra essi il vecchio Sigmund Freud, dopo che i nazisti gli ebbero devastato lo studio. A impedire l’emigrazione è ora la chiusura delle frontiere europee e americane ai profughi. Nel 1939, con il suo Libro Bianco, la Gran Bretagna bloccava anche l’immigrazione ebraica in Palestina.

Dieci milioni di ebrei sono così intrappolati in Europa quando Hitler scatena la guerra. Nel 1945, saranno scesi a circa quattro milioni. In realtà, la guerra introduceva una contraddizione fondamentale nella politica antiebraica di Hitler, volta a rendere il Reich privo di ebrei: con l’invasione della Polonia, infatti, altri due milioni di ebrei passavano sotto il dominio tedesco, con l’attacco alla Russia un altro milione. Se nel 1933 il Reich contava mezzo milione di ebrei, nel 1941 ne contava oltre tre milioni. Mentre Hitler faceva, nell’estate del 1941, la scelta dello sterminio, cominciava nelle città russe e polacche la creazione dei ghetti, dove gli ebrei vennero trasferiti in attesa di decidere la loro sorte, in condizioni tali da portarli alla morte per fame o per malattia. Nessun ghetto fu creato in Occidente, ma molti ebrei tedeschi ed austriaci furono deportati nei ghetti dell’Est. È il primo dei tanti, drammatici, spostamenti di popolazione ebraica che accompagnarono lo sterminio.

Tra il 1941 e il 1942, furono terminati di costruire i sei campi di solo sterminio, tutti in territorio polacco, e i numerosissimi campi di concentramento, presenti anche all’Ovest. Dai ghetti e dalle zone occupate si cominciano ad inviare gli ebrei ai campi, sui treni piombati che percorrono l’Europa. Man mano che la guerra è perduta per i nazisti, cioè dal 1944 in poi, ricominciano gli spostamenti dei prigionieri, spesso a piedi, nelle "marce della morte". I prigionieri di Auschwitz, in previsione dell’avanzata dell’Armata Rossa, sono trasferiti così nei campi tedeschi. La tenaglia alleata che libera l’Europa libera anche i sopravvissuti dei campi.

La fine della guerra non risolve subito il destino dei sopravvissuti: in un caos generale, in cui milioni di persone si spostano da un paese all’altro, i sopravvissuti ebrei, circa duecentocinquantamila, restano per mesi, se non per anni, nei campi di displaced persons, a volte ex campi di concentramento come Bergen Belsen. Una metà di loro sceglierà di andare in Palestina, prima in un’emigrazione clandestina che passa anche attraverso i porti italiani, poi, dopo il 1948, liberamente. Gli ebrei dell’Est scelgono per la maggior parte di andarsene, come quelli polacchi, ancora alla prese in patria con l’antisemitismo. Solo quelli d’Occidente scelgono per la maggior parte di tornare.

Così gli ebrei italiani, ridotti ormai, tra deportazioni, emigrazioni e abbandoni (ben 4000 conversioni in seguito alle leggi razziste del 1938), dai 45.000 che erano a meno di 35.000, dopo che fu cessato il passaggio attraverso l’Italia dei sopravvissuti, un numero ulteriormente abbassatosi negli ultimi decenni.

La Shoah distrugge così la maggior parte del mondo ebraico europeo: in quello orientale, ma anche in quello olandese e greco, la proporzione dei morti tocca il 90%, e anche gli altri Paesi occidentali pagano un tributo pesante. A partire dagli anni Sessanta, dei tre poli in cui ormai si è diviso l’ebraismo, quello europeo, quello israeliano e quello americano, i due ultimi sono decisamente preponderanti non solo nei numeri ma anche nella vitalità e creatività. L’Europa si limita a sopravvivere, senza che nemmeno una nuova immigrazione dai Paesi in via di decolonizzazione del Maghreb (in Italia dalla Libia, in Francia dall’Algeria) riesca a rivitalizzarne le comunità. L’egemonia ideale e politica di Israele è forte, e lo diventa ancor più dopo la guerra dei Sei giorni del 1967, e dopo l’elaborazione delle memorie della Shoah nell’Europa negli anni Settanta. Non a caso, il punto di riferimento di quei percorsi memoriali è il Mausoleo di Yad Vashem, a Gerusalemme. Si parla di "fine della diaspora", si temono il declino demografico sempre più vistoso, gli esiti dei matrimoni misti, la mancanza di prospettive dell’ebraismo europeo.

La fine del comunismo, nel 1989, stenta a riunire i due mondi ebraici separati, quello dell’Est e quello dell’Ovest. Solo negli ultimi anni si è assistito ad una netta ripresa dell’ebraismo in Germania, dove si sono spostati molti ebrei dell’Est Europa, e che, dopo essersi ridotta a 30.000 ebrei, conta oggi la terza comunità d’Europa dopo la Francia e l’Inghilterra (oltre centomila), e nella stessa Polonia, rimasta quasi priva di ebrei dopo il 1967, quando il regime aveva dato il via ad una politica nettamente antisemita.

Che la salvezza venga, per l’Europa occidentale ancora una volta dall’Est? Che il mondo che ha prodotto la grande emigrazione americana e che ha creato il sionismo, dia nuova vita al mondo ebraico europeo, lo risusciti dal suo sopore? Se sarà così, in Occidente non se ne vedono che i primi barlumi e gli ebrei d’Europa continuano ad interrogarsi sul loro futuro

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