I cittatini complici

"La Stampa" del 29 gennaio 2010

Luca Ricolfi ( 29 gennaio 2010 )

"Qualche giorno fa, a Favara, in provincia di Agrigento, due sorelline hanno trovato la morte per il crollo di una casa fatiscente...."

I cittatini complici


Qualche giorno fa, a Favara, in provincia di Agrigento, due sorelline hanno trovato la morte per il crollo di una casa fatiscente.

A Giampilieri nel Messinese, pochi mesi prima, un’alluvione aveva provocato una frana, la distruzione di molte case, 31 morti. In Abruzzo il terremoto dell’anno scorso ha causato più di 300 morti anche perché troppi edifici, compresi quelli pubblici, erano usati nonostante violassero le più elementari norme di sicurezza. Andando a ritroso con le cronache, di episodi di questo genere ne ritroviamo purtroppo tantissimi, e infatti i giornalisti si sono ormai abituati a classificarli come «tragedie annunciate».

Viste da questa angolatura le vicende di questi giorni non fanno che certificare una situazione purtroppo ben nota. Una frazione considerevole del nostro territorio è a rischio idrogeologico, una frazione non trascurabile delle nostre abitazioni è abusiva (e spesso a rischio proprio per il luogo in cui è stata edificata), una frazione tutt’altro che piccola dei nostri edifici pubblici - a partire dalle scuole - viene utilizzata nonostante si sappia da anni che mette in pericolo la vita di chi ne usufruisce. Fin qui, è terribile dirlo, niente di nuovo.

E tuttavia, sottotraccia, la cronaca di questi giorni ci fornisce anche qualche chiave interpretativa sul perché nulla cambi, sul perché le tragedie continuino a ripetersi, sul perché non impariamo mai nulla dall’esperienza. Una parte della risposta è tanto ovvia quanto sconfortante: per rimettere in sesto il nostro territorio - case, edifici pubblici, fiumi - ci vorrebbero somme enormi (Bertolaso qualche mese fa azzardò: 25 miliardi), risorse che semplicemente non ci sono. Ma una parte della risposta è più inquietante: se nulla cambia è anche colpa nostra, delle nostre scelte e delle nostre cecità. E quando dico «nostra» intendo sia dei cittadini sia dei politici che li governano. Per capire perché basta riflettere su due fatti, entrambi balzati alle cronache in queste ore. Il primo è la ribellione di una parte degli abitanti di Ischia contro l’ordine di abbattimento di una casa abusiva e a quanto pare anch’essa a rischio. Il secondo è l’analisi del bilancio del Comune di Favara (dove il crollo di una casa ha appena fatto due vittime).

Ebbene la rivolta degli abitanti di Ischia (dove le case a rischio demolizione sono parecchie centinaia) illustra nel modo più chiaro che una parte del problema deriva dal patto tacito che lega cittadini e amministrazioni locali: la disponibilità dei politici a «chiudere un occhio », a concedere deroghe, proroghe e condoni da sempre si tramuta miracolosamente in voti. E’ anche per questo che, dopo le disgrazie, tutti invocano rigore, ma appena lo Stato, timidamente, prova a far rispettare le leggi, in tanti si ribellano, protestano, remano contro, chiedono condoni, eccezioni e sanatorie. Quanto al bilancio di Favara, dove mancano i soldi per le bollette della luce ma non per le spese di rappresentanza, esso è solo la punta dell’iceberg. Innumerevoli inchieste mostrano che è la Sicilia nel suo insieme, naturalmente con le dovute eccezioni, a fare un uso dissennato del denaro pubblico (vedi il servizio di Laura Anello). E i risultati delle inchieste sono, purtroppo, pienamente confermati dalle stime macroeconomiche. Il peso della spesa pubblica discrezionale rispetto al reddito prodotto, che è del 15% in Lombardia, tocca il livello record del 45% in Sicilia (più che in qualsiasi altra Regione), il tasso di spreco nell’erogazione dei servizi pubblici, che in Regioni come la Lombardia, il Veneto o l’Emilia Romagna non raggiunge il 10%, in Sicilia si aggira intorno al 50% (e così in Calabria, Basilicata e Sardegna). In concreto significa che si potrebbe spendere molto di meno, perché i medesimi servizi potrebbero essere prodotti con la metà dei quattrini che si impiegano oggi.

In breve, a me pare che le cronache di questi giorni ci consegnino anche una lezione. Con 1800 miliardi di debito pubblico è impensabile che lo Stato trovi, d'un tratto, i soldi per la messa in sicurezza dell’Italia. Qualcosa lo Stato centrale può fare (e in parte sta già facendo, nel caso degli edifici scolastici), ma molto dipende anche da noi, dove «noi» significa noi cittadini, ma significa anche i nostri politici, soprattutto locali. Noi dovremmo smetterla di fare i rigoristi quando gli oneri (ad esempio una demolizione) toccano agli altri, salvo diventare anarchici quando toccano a noi. Ma i politici che dissipano il denaro pubblico dovrebbero rendersi conto che la festa è finita. Qualsiasi cosa si voglia fare - e rimettere in sesto il territorio è certamente una delle cose da fare - le cosiddette risorse, cioè i quattrini, potranno saltare fuori solo ristrutturando radicalmente la spesa pubblica discrezionale, ossia riducendo gli sprechi. Secondo una stima prudente gli sprechi nella Pubblica Amministrazione ammontano a 80 miliardi di euro l’anno: basterebbe recuperarne un quarto per fare molte delle cose che periodicamente invochiamo.


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