Pdl, flop tessere

www.ilriformista.it del 2 febbraio 2010

Alessandro De Angelis ( 03 febbraio 2010 )

A volte con noi stessi siamo durissimi. A volte, forse, varrebbe la pena di vedere anche cosa fanno e cosa sono i nostri avversari....

Pdl, flop tessere

Dovevano essere un milione, per ora sono 18mila

Il fallimento è tutto in un numero: diciottomila. Tante sono le tessere del Pdl che sono state richieste dall'inizio della campagna di adesione. Quella lanciata in pompa magna proprio dal premier: «Raggiungeremo - promise il Cavaliere - il risultato di un milione di iscritti». Quella proseguita, sempre in grande stile, sul Giornale di famiglia, in occasione degli auguri natalizi: «Regalatevi e regalate ai vostri amici - disse Berlusconi al suo popolo - una tessera del Pdl». Niente da fare: diciottomila. Un flop. Soprattutto perché Berlusconi considerava l'obiettivo scontato. Prima dell'aggressione a Milano affermò: «Chi vota Pdl è di fatto tesserato e l'hanno votato otto milioni di italiani».

È vero: la campagna di adesioni è partita solo da due mesi. Ma fonti di via dell'Umiltà vicine al dossier spiegano a microfoni spenti che questo non giustifica la sproporzione tra l'obiettivo e il momentaneo risultato: «La verità è che il meccanismo non funziona. Uno prende la tessera perché qualcun altro, dall'interno, gliela chiede. Ma la campagna non sta decollando perché il partito non c'è». Cifre alla mano - prosegue la stessa fonte - «quel numero di tesserati copre sì e no il numero degli amministratori e degli eletti sul territorio».

È solo l'ultimo segnale che qualcosa, nel Pdl, non va. E tra i fedelissimi del Cavaliere la rabbia è a livello di guardia. Sotto accusa proprio il funzionamento del partito. Non solo non si capisce chi fa cosa. E come lo fa, tra i mille incarichi che sono stati distribuiti. Esiste un responsabile tesseramento. Uno degli enti locali. Uno per le organizzazioni territoriali. Più i tanti dipartimenti. E uno che li coordina. Ma c'è di più. Proprio a questo caos gli azzurri duri e puri imputano il cedimento sulle candidature e sulle alleanze. Mario Valducci, con il premier sin dal '94, è furioso: «La verità è che tra i candidati del Pdl nelle varie regioni c'è poca agibilità per i berlusconiani. È evidente che nella tolda di comando non c’è nessuno che politicamente sia nato col premier e che quindi interpreti il berlusconismo autentico. Noi, dico noi, abbiamo sempre parlato di stare tra la gente, nei gazebo. Ora i cittadini dove sono? Pare che il Pdl tenda a rimuovere chi vuole superare le logiche dei vecchi partiti».

Ecco la rabbia: a Berlusconi è sfuggito di mano il partito. Non assomiglia per nulla alla creatura immaginata ai tempi del predellino. E Fini non c'entra. Questa volta non è lui il nemico. Il problema è quel corpaccione doroteo che, ad Arezzo, ha saldato gli ex colonnelli di An non finiani con i triumviri pidiellini. Sono loro che stanno gestendo candidature e rapporti con l'Udc. Tutti, trannne Sandro Bondi. Che in nome del Capo ha sferrato più di un attacco alle nomenklature. E non è un caso se tra gli azzurri sono in molti a pensare che «se va avanti così Berlusconi fa saltare tutto». Giorgio Stracquadanio, altro fedelissimo, è impietoso nel giudizio: «I signori delle preferenze e della vecchia politica stanno facendo blocco perché si va verso elezioni con preferenze. Rocco Palese è l'emblema della situazione: per dire che la sua candidatura è vincente ha ricordato che la volta scorsa prese 28mila voti, dimenticando che la volta scorsa perdemmo le elezioni».

Per ora il premier - che ai suoi ha ripetuto più volte che così non va - ha scelto la linea del silenzio («Parlerò solo del governo, non mi occupo di queste cose della politica»). E nelle prossime settimane separerà la sua immagine da quella del Pdl: pochi comizi con i candidati, nessun manifesto con slogan nazionali e una campagna elettore incentrata sulle scelte del governo. Non solo: Berlusconi non si spenderà in prima persona per tutti gli aspiranti governatori. Al momento - anche se l'ufficio stampa del Pdl assicura che andrà ovunque - la sua presenza è confermata solo nel Lazio (il 10 febbraio), in Piemonte, Campania, Lombardia e Veneto. Punto. La Puglia, ad esempio non è in calendario.

Eppure il silenziatore elettorale non significa che il Cavaliere voglia lasciare tutto così com'è, anzi. Il piano non è ancora definito nei dettagli, ma l'idea è quella di bombardare il quartier generale dopo le regionali. Comunque vada. A urne chiuse è pronto a scaricare le sconfitte annunciate su chi ha gestito il Pdl. E a cambiare la tolda di comando, giocando su due tavoli: il rimpasto di governo e l'incompatibilità tra presenza nell'esecutivo e incarichi di partito. Questo lo schema del rimpasto: l'ex governatore del Veneto Giancarlo Galan andrebbe al ministero della Cultura, Roberto Cota, in caso di sconfitta, all'Agricoltura al posto di Zaia e anche in caso di vittoria il dicastero resterebbe in mano leghista. Con La Russa già ministro e Bondi libero dell'incarico (di governo) resterebbe da individuare una via d'uscita soft per Denis Verdini per realizzare il quadro ideale del Cavaliere: Sandro Bondi al partito con un vice, ovviamente finiano doc.

Sarà questa la leva che il premier userà per scomporre il correntone targato La Russa-Gasparri con la sponda di Verdini e un pezzo di Forza Italia. Del resto - spiegano nella cerchia ristretta - il Cavaliere il suo avviso di sfratto lo ha già mandato annunciando che Bertolaso farà il ministro. Forse la nomina non è nemmeno in programma. Sia come sia è stato il primo segnale per dire che comanda lui. Il primo.

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