Gli stati meno sicuri delle imprese

"La Stampa" del 5 febbraio 2010

Francesco Manacorda ( 05 febbraio 2010 )

"Se ieri il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet voleva mandare un messaggio rassicurante ai mercati, non sembra aver avuto successo...."


Gli stati meno sicuri delle imprese



Se ieri il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet voleva mandare un messaggio rassicurante ai mercati, non sembra aver avuto successo. La sua ammissione che «in molti Paesi dell’area euro si registrano squilibri di bilancio ampi e rapidamente crescenti» acuisce non tanto le tensioni per la situazione greca - dove il deficit di bilancio è schizzato sopra il 13%, ma già si preannuncia un piano di rientro per il 2012 - quanto le paure su Spagna e Portogallo. Mentre l’euro torna ai livelli di sette mesi fa sul dollaro si scatenano le vendite sui mercati azionari europei e salgono rapidamente i Credit Default Swaps, in pratica le assicurazioni sul rischio di fallimento, per i titoli pubblici di quei Paesi.

Il segno vero del cambiamento lo danno ieri proprio questi strumenti: per la prima volta nella storia assicurarsi sul debito pubblico della zona euro è più caro che ottenere la stessa garanzia sui debiti delle aziende americane con i rating migliori.

Il «rischio sovrano» che finora era balenato flebilmente agli occhi dell’Europa, con casi remoti come quello dell’Islanda o addirittura esotici come Dubai, assume forme più concrete e preoccupanti. Tra i «maialini» - gli Stati mediterranei amabilmente ribattezzati «Pigs»: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna - proprio l’Italia è quella che al momento pare meglio messa: sebbene il suo rapporto debito/Pil sia il più alto in assoluto, vanta anche un livello di disoccupazione inferiore a quello degli altri Stati mediterranei e una struttura delle medie imprese che, sebbene a macchia di leopardo, permette di evitare tensioni come quelle sperimentate dai vicini.

Ora la domanda non più impronunciabile è se le virtù taumaturgiche dell’euro riusciranno ad avere la meglio sulle scarsissime virtù mostrate da alcuni dei suoi componenti o se viceversa il contagio rischia di allargarsi. «Credo che venga sottovalutata la solidità dell’eurozona», è stato ieri il commento di Trichet a chi poneva la questione. E in generale, per il presidente della Bce, il caso dell’uscita di uno o più Paesi dall’euro, semplicemente «non si pone». Ma la questione è aperta, anche perché - ricordarlo è banale ma vero - quell’eurozona è parzialmente acefala: c’è una Banca centrale, ma non esiste un governo dell’economia comune né tantomeno un fisco europeo. Così, se da Bruxelles e Francoforte si spiega che la disciplina di Maastricht basterà a riportare in riga i riottosi, alla periferia del Continente si scatenano i distinguo, anche per esorcizzare il possibile contagio. Paragonare Madrid ad Atene, spiega Don Emilio Botin - il massimo banchiere iberico, che guida il colosso Santander - «è come paragonare il Real Madrid all’Alcoyano», degnissimo club della provincia di Alicante che però gioca in terza serie.

Probabile che sia così, ma certe distinzioni, specie dall’altra parte dell’Oceano dove si muovono le masse di capitali che fanno il mercato anche in Europa, sono meno nette. Anche alla luce, va detto, di un deficit spagnolo che arriva all’11,4% del Pil e di un esercito di disoccupati che sfiora il 20%. Così già ieri il non euroentusiasta Wall Street Journal faceva notare che in Europa a rischio non sono solo i titoli pubblici, spiegando che nelle pieghe dei pur buoni risultati di una multinazionale come Vodafone si vede la caduta della spesa in Grecia. Conclusione degli americani: «Il rischio sovrano è qui per restare».




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