La sovranita’ in movimento

"Corriere della Sera" del 15 febbraio 2010

Tommaso Padoa-Schioppa ( 15 febbraio 2010 )

"La crisi greca durerà a lungo, e a lungo la studieremo. Il suo esito trasformerà l'Unione europea. Sue poste sono, più che la finanza e la stabilità, la sovranità e la democrazia: non in Grecia solamente, ma in ogni Paese e nell'Ue in quanto tale...."


LA CRISI DI ATENE RIDISEGNA L’UNIONE

La sovranita’ in movimento


La crisi greca durerà a lungo, e a lungo la studieremo. Il suo esito trasformerà l'Unione europea. Sue poste sono, più che la finanza e la stabilità, la sovranità e la democrazia: non in Grecia solamente, ma in ogni Paese e nell'Ue in quanto tale.

La dichiarazione emessa l'11 febbraio dai Capi di Stato o di governo è un lapidario concentrato di antinomie: responsabilità comune, ma doveri degli Stati; misure già decise da Atene, ma altre che la Commissione proporrà; azione «determinata e coordinata » dei Paesi dell'euro, ma nessuna richiesta greca di sostegno finanziario; riferimento al Fondo monetario internazionale, ma per far capire che non sarà esso a intervenire. Il Financial Times parla con malumore di «ibrido maldestro», ma le antinomie sono coerenti, anche se dirompenti: la Grecia non è più unica sovrana in casa sua, il sovrano europeo è entrato nei suoi confini e con essa governerà. La Grecia va sostenuta, ma non riceverà regali.

A malincuore l'Unione ha accettato di essere il sovrano capace, ma è ben conscia che il sovrano legittimo risiede per convenzione ad Atene. Questo ha riconosciuto la propria impotenza, ma deve rendere legittime le misure che la situazione impone e assumersene la paternità. La democrazia obbliga Papandreu a fare accettare l'austerità a quello stesso popolo sovrano che solo pochi mesi fa aveva blandito con promesse impossibili.

Ma nello sfondo vi sono un altro sovrano e altri «elettori »: un mercato, che ha la forza di travolgere una nazione quando sente l'odore del sangue e quella di esaltarla quando è inebriato dall'euforia. E’ un sovrano senza legittimità politica e spesso senza saggezza economica; bestia che però solo un sovrano economicamente più saggio e politicamente forte può domare. Il governo greco non è stato all'altezza; ora ci prova l'Unione.

Negli anni '80 e '90 economisti illustri sconsigliavano l'euro perché «senza unione politica non può esserci moneta unica»; i governi volevano l'euro come passo verso l'unione politica. Conclusioni opposte tratte da una stessa verità.

Anni fa parlai di «euro, una moneta senza Stato» per segnalare l'anomala condizione in cui operava la Banca centrale europea e il pericolo di compiacersene. La storia si muove zoppicando nelle contraddizioni, ma alla lunga deve ricongiungere moneta e Stato: non come Leviatano centralizzato dentro e arcigno fuori, secondo il nazionalismo giacobino; ma come «organizzazione potestativa sovrana dotata di poteri coercitivi», secondo Sartori.

Per vent'anni lo spazio tra moneta e Stato europeo è rimasto aperto, anzi si è allargato. Ma quando la crisi, invece di un'impresa o una banca, ha colpito un Paese e minacciato l'euro si è cominciato a capire che non si poteva più fare a meno dello «Stato dell'euro». La Germania ha capito che non aveva alcun senso intervenire per una Landesbank o un impianto della Opel e considerare cosa altrui il debito greco.

Per secoli i confini del potere sovrano furono tracciati da guerre e matrimoni dinastici. Ora intervengono il mercato e la politica.


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