Il Cavaliere formato Di Pietro

"La Stampa" del 19 febbraio 2010

Michele Brambilla ( 19 febbraio 2010 )

"Di Berlusconi sapevamo che nella vita ha fatto di tutto, dall’imprenditore al politico, dal cantante al presidente del Milan; ha fatto persino - l’ha assicurato lui - vari mestieri più umili, dall’operaio al contadino al minatore. Mai però ci saremmo immaginati di vederlo vestito con i panni del giustizialista...."

Il Cavaliere formato Di Pietro


Di Berlusconi sapevamo che nella vita ha fatto di tutto, dall’imprenditore al politico, dal cantante al presidente del Milan; ha fatto persino - l’ha assicurato lui - vari mestieri più umili, dall’operaio al contadino al minatore. Mai però ci saremmo immaginati di vederlo vestito con i panni del giustizialista. S’è paragonato a un De Gasperi, mai a un Di Pietro.

Eppure, battute a parte, il protocollo che intende introdurre ora nel Pdl somiglia molto a quello screening che è uno dei pilastri portanti (se non il solo) dell’Italia dei Valori: un esame preventivo sulla moralità giudiziaria dei candidati, finalizzato al rilascio o meno di una sorta di certificato di immacolata condotta. Ce ne ha dato notizia Libero - un giornale evidentemente ben informato su quel che accade nel Pdl - con due articoli i cui titoli parlano da soli: «Esame di onestà per i candidati Pdl» e «Il coraggio di far fuori le mele marce». Ieri il premier ha confermato e anzi esteso il cartellino rosso dai candidati ai militanti tutti: «Non credo ci siano dubbi sul fatto che chi sbaglia e commette dei reati non possa pretendere di restare in nessun movimento politico», ha detto.

Il repulisti parte della Campania. Ai candidati verrà chiesto il casellario giudiziale. E fin qui, va be’: con quel documento si viene a conoscenza delle condanne passate in giudicato. Se fosse solo quello, non ci troveremmo di fronte a una svolta epocale. Ma Berlusconi ha aggiunto che «abbiamo deciso che le persone sottoposte a indagini o processi in via di principio non debbano venire ricomprese nelle liste elettorali», e questo sì che è un parlare molto simile - non si offenda il premier - a quello di un Di Pietro o di un Grillo. Insomma: non ci sarà bisogno di condanne definitive per essere tagliati fuori dal Pdl, potrebbe bastare un rinvio a giudizio o ancor meno, un semplice avviso di garanzia.

La differenza è evidente. Così facendo, si lascia un enorme margine di intervento, e quindi di veto, proprio alle Procure, a quei pm che Berlusconi ha sempre accusato di far politica con le inchieste, quei pm che «dovrebbero vergognarsi». Ancora ieri, e cioè a pochi minuti di distanza da quelle frasi sul vade retro agli indagati, Berlusconi ha nuovamente attaccato i pm, che vogliono «farlo fuori».

C’è di che restare sorpresi, insomma, da questa svolta che qualcuno, con un mirabile sforzo di fantasia, ha già battezzato «operazione liste pulite». Nel Pdl sanno benissimo che molte indagini avviate da varie Procure sono poi finite nel nulla, ma nel frattempo avevano ottenuto l’effetto di danneggiare, e perfino di silurare, i vari politici inquisiti. Possibile che non si tenga conto che, con le nuove norme interne, i pm potranno interferire, e non poco, sulla composizione delle liste?

Una prima risposta semplicistica potrebbe essere questa: Berlusconi ha aggiunto che sugli indagati si deciderà caso per caso, lasciando la decisione finale a un comitato ad hoc del partito. Oltre che ironizzare su che cosa deciderà quel comitato sulle inchieste contro Berlusconi medesimo, si potrebbe insomma concludere che si tratta di fumo negli occhi: fatta la norma trovata la scappatoia.

Ma sarebbe appunto una risposta semplicistica. Molto più probabile che l’annunciata svolta sia figlia della presa d’atto di una situazione che diventa preoccupante. Berlusconi è uomo di sondaggi, e qualcosa deve avere fiutato. Sa, poi, che non sempre si può invocare la persecuzione dei pm: alcune inchieste sono inequivocabili, quella del consigliere comunale di Milano che s’è fatto beccare con la mazzetta in bocca ne è un esempio solare. Né basta liquidare il soggetto con un «birbantello»: Craxi cercò di fare altrettanto con Chiesa chiamandolo «mariuolo», ma gli andò male.

E poi c’è l’allarme della Corte dei Conti, che ha definito la corruzione «un cancro italiano». L’aria che tira insomma è quella di una nuova possibile indignazione generale, e Berlusconi sa che alle inchieste non sempre si può rispondere parlando di toghe rosse. Qualche volta forse sì, ma non sempre.


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