Max il rosso mi piace, ma col Pd c'entra nulla

www.ilriformista.it del 24 febbraio 2010

Piero Sansonetti ( 24 febbraio 2010 )

Una volta, un annetto fa, chiesi a D’Alema cosa pensasse di Rifondazione. "Mi rispose che aveva conosciuto il suo segretario, Paolo Ferrero, ai tempi del governo Prodi, e che gli era sembrata una brava persona, un ministro molto serio, ragionevole. «Solo un po’ calabraghe…»...."

Max il rosso mi piace, ma col Pd c'entra nulla

Una volta, un annetto fa, chiesi a D’Alema cosa pensasse di Rifondazione. Mi rispose che aveva conosciuto il suo segretario, Paolo Ferrero, ai tempi del governo Prodi, e che gli era sembrata una brava persona, un ministro molto serio, ragionevole. «Solo un po’ calabraghe…».

Adesso capisco cosa voleva dire. Dopo il discorso alla London School of economics che passerà alla storia - o comunque alla cronaca politica importante - come la svolta “rossa” del grande manovratore, D’Alema torna a pieno titolo nella schiera (non troppo folta per la verità) dei leader di sinistra; dalla quale si era distaccato una dozzina d’anni fa, quando si spostò al centro e tentò la carriera di premier. Dobbiamo stupirci?

No, non mi stupisco per niente. D’Alema, per me, è sempre stato “bifronte”. E cioè ha storicamente oscillato tra la sua natura radicalmente di sinistra e intellettualmente molto impegnata, e la sua passione - spesso sciaguratissima - per la tattica, della quale si considera maestro. Io penso che D’Alema non sia mai stato un maestro di tattica, e che la sua forza - che produce il suo notevole carisma - gli viene esclusivamente dalle capacità di pensiero, di analisi e di riflessione. Non è forse qui la sua superiorità sul fragile Veltroni?

A D’Alema questa idea di se stesso non è mai piaciuta, ha sempre preferito immaginarsi come un grande giocatore al poker della politica, come Craxi, come De Mita. Ma - credo - si è sempre sbagliato. Al poker lo superano in parecchi a sinistra (compreso Veltroni), e letteralmente lo surclassano a destra (naturalmente Berlusconi, ma anche Bossi, anche Casini, forse persino Tremonti e Fini); mentre lui recupera tutta la sua autorevolezza e la sua leadership quando riesce a trasformare la politica in strategia e disegno di lungo respiro. Lì è il migliore.

Per questo mi pace il D’Alema che riscopre il conflitto sociale (quello che una volta, figuratevi, chiamavano lotta di classe…) e detta le linee per una nuova sinistra del terzo millennio, tornando all’idea forza dell’uguaglianza, e cioè alla necessità di una riforma profondissima della società giocata non a favore del mercato, e neanche dentro il mercato, ma costruita in competizione e in lotta con il mercato e le sue arroganze.

Uno naturalmente può dire: ehi, D’Alema, ma non ti accorgi che dell’idea dell’uguaglianza, negli ultimi 15 anni, la sinistra ha fatto strame? La sinistra, forse, più ancora che la destra. La convinzione che la competitività fosse il valore dei valori, le porte aperte alla precarietà, la politica di discriminazione verso gli immigrati, la mancanza di azioni a difesa dei salari…

Ma D’Alema può rispondere a questa obiezione: «Certo che me ne accorgo, e infatti ho criticato il blairismo, cioè la forma più compiuta di quel riformismo anni Novanta, che riteneva possibile una guida socialdemocratica-moderata allo sviluppo del liberismo».

Resta però una seconda obiezione, che mi pare più difficile da smontare. Domanda: cos’è il Pd? Cosa c’è scritto nel suo Dna? Il Pd è un partito nato con una “mission” assai chiara: portare verso posizioni centriste la parte più grande della sinistra italiana, isolando la sinistra “conflittuale” e creando in questo modo le condizioni per un governo interclassista del mercato. È così. Il Pd è stato concepito come creatura blairiana, capace di arginare il conflitto, di sterilizzarlo, di espungerlo dalla società dando lo spazio giusto a uno sviluppo senza freni e senza lacci.

E allora - mi pare - è molto difficile calare la nuova analisi di “Max il rosso” nella struttura di quel partito. Bisogna ricominciare da capo. Rifondare la sinistra e la sua organizzazione. Allargare gli orizzonti, aprire a nuove forze. Intendo dire che per ricostruire l’idea di uguaglianza si deve avviare un processo politico simile a quello che è stato avviato - per esempio - in Puglia con Nichi Vendola. E allora mi scappa l’ultima domanda: Massimo, ma perché in Puglia hai fatto le barricate contro Nichi?

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