Diritto D'asilo

"Famiglia Cristiana" n. 40 del 5 ottobre 2008

Giovanni Nicois ( 05 ottobre 2008 )

L'altra faccia del paese di Gomorra. Una iniziativa messa in piedi dai comboniani. L'altra faccia del nostro Paese. Dove spesso sembra mancare la speranza, proprio lì "risorge" il senso di umanità degli italiani. Forse non siamo proprio da buttar via.



INTEGRAZIONE
A CASTEL VOLTURNO UNA SCUOLA MATERNA PER I FIGLI DEGLI IMMIGRATI

DIRITTO D’ASILO

Negli stessi luoghi dove si è scatenata la mattanza della camorra e la rivolta urbana degli extracomunitari opera da tempo una scuola materna che fa capo ai comboniani di padre Giorgio Poletti. Un'oasi di accoglienza e di amore nel deserto di Gomorra.

A Castel Volturno tutti la conoscono come la chiesa degli immigrati; e non è solo un modo di dire, perché questa comunità di missionari Comboniani, che fa capo a padre Giorgio Poletti, parroco della chiesa di Santa Maria dell’Aiuto, è stata voluta dall’arcivescovo di Capua proprio per occuparsi dei tanti extracomunitari della zona. Castel Volturno ha un record: è il comune più "lungo" d’Italia. Si distende per 27 chilometri; una striscia d’asfalto che separa questa terra di camorra controllata dal clan dei Casalesi dal mare inquinato dal bacino dei Regi Lagni, mai bonificato. Un paradiso trasformato in inferno dall’incuria delle amministrazioni e dalla camorra.
È questo l’approdo che hanno scelto circa seimila extracomunitari, quasi tutti centroafricani. Padre Giorgio Poletti è arrivato da Ferrara nelle terre di Gomorra nel 1996: è ormai un punto di riferimento per gli extracomunitari della zona. Non a caso è stato lui a fare da paciere tra immigrati, forze dell’ordine e istituzioni quando, nei giorni scorsi, è montata la "rivolta nera" dopo la strage dei sei centroafricani per mano dei killer del clan dei Casalesi.
Da quando padre Giorgio è qui, le prostitute della zona che vogliono cambiare vita sanno che possono rivolgersi a lui. «Appena arrivato ho cominciato ad andare per strada anche in maniera dilettantesca», ci spiega, «per salvare queste ragazze; io le definisco "prostituite" e non prostitute, perché sono costrette a questa vita che non hanno scelto». Le ragazze che si sono affrancate dalla schiavitù non hanno voglia di parlare del passato; ci raccontano come impegnano la loro giornata tra lezioni di italiano e qualche lavoro di manifattura. Solo una abbozza: «Vorrei una vita normale».
Non ci sono solo le ex prostitute. Anche altri extracomunitari, magari quelli che lavorano nei campi di pomodori o sui cantieri, hanno perso la voglia di vivere e di sognare. Ma per i più piccoli c’è tutta una vita davanti. Così, a giugno 2004, è nata la Casa del bambino, una scuola materna che accoglie i figli degli immigrati della zona. Un’altra brillante idea di padre Giorgio: «L’asilo è una risposta alle necessità del territorio, perché in zona non c’erano posti negli asili comunali». Da fuori sembra un asilo come tanti, un pallone, qualche giocattolo, uno scivolo. Ma basta entrare per rendersi conto della sua peculiarità. Tra i tavoli rotondi, armati di carta e pastelli, ci sono quasi tutti bambini di colore. «All’inizio venivano solo due, tre bambini», ci dice Margherita Prisco, insegnante. «Poi si è iniziata a spargere la voce e i bambini sono aumentati. Quest’anno ne abbiamo già una quarantina».
Senza chiedere un euro
Ormai tutti lo sanno e la mattina tra le 8 e le 10 è un via vai di genitori che lasciano qui i propri figli. Come Ezequiel, nigeriano, che accompagna i suoi due bambini. Lui è arrivato a Bologna nel 1982, con una borsa di studio e si è diplomato in ragioneria per poi iscriversi alla facoltà di Economia e commercio. «Ho dovuto abbandonare gli studi», racconta, «perché non avevo più soldi. Così sono venuto qui nel Casertano a raccogliere i pomodori durante l’estate. È qui che ho conosciuto mia moglie, dalla quale ho avuto i due bambini». Ezequiel è riuscito a portare a termine gli studi e ora lavora in una cooperativa insieme ad altri connazionali e italiani. Si occupa di informatica, e guadagna circa 1.000 euro al mese, mentre la moglie fa saltuariamente la badante. Ezequiel e la moglie sono più fortunati di tanti altri genitori che vengono qui a lasciare i propri figli. Come Queen, che di una regina ha solo il nome: «Io so fare la parrucchiera; ho anche qualche cliente italiana, mentre mio marito vende i fazzoletti al semaforo». In un mese, tutti e due insieme, raggranellano tra i 200 e i 300 euro. «Noi non chiediamo la loro situazione familiare», spiega Roberto Visco, responsabile della scuola, «ci limitiamo a registrare le generalità dei genitori solo per rintracciarli nel caso ce ne fosse bisogno. Accogliamo bambini dai 2 ai 5 anni, dalle 8 e 30 alle 17, senza chiedere un euro: la scuola si sostiene con le offerte dei fedeli e l’aiuto di qualche benefattore».
Per molti bambini sono le poche ore di serenità. Tante volte non esiste una vera e propria famiglia, ma un solo genitore che "scarica" qui il proprio bimbo per essere libero durante la giornata. Appena fuori la scuola c’è un posto di controllo della polizia. È questa l’aria "libanese" che si respira a Castel Volturno in questi giorni. I bambini sembrano non accorgersene. Basta un pallone per farli sorridere. Tra tante facce nere, sbucano gli occhi azzurri e i capelli biondi di Samuel: è il figlio di Roberto e Margherita che dentro la loro scelta di vita ci hanno messo famiglia e lavoro. Al loro matrimonio, gli invitati più importanti erano i piccoli ospiti della Casa del bambino.

Giovanni Nicois

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