Tutti a Torino vollero l'Italia unita

"La Stampa" del 4 marzo 2010

Franzo Grande Stevens ( 04 marzo 2010 )

Lettera al direttore...

Tutti a Torino vollero l'Italia unita



Caro Direttore,
su questo giornale che si scrisse per primi che le voci di dissenso sulla volontà del Piemonte, in particolare di Cavour e delle regioni meridionali, di unificare l’Italia non avevano alcun fondamento e tradivano la memoria degli italiani migliori che per l’Italia unita andarono in esilio, nelle carceri o sacrificarono la vita. Si ricordarono gli anni favolosi del decennio di preparazione (1849-59) a Torino con le migliori intelligenze dei patrioti di tutta Italia.Sono seguiti quindi interventi autorevoli nello stesso senso e recentemente l’alto monito del nostro Presidente della Repubblica, il quale ha invitato a rispettare la verità storica ricordando le più alte figure del nostro Risorgimento - come Cavour - che, convinte dell’identità della Nazione, vollero l’Italia unita. Tuttavia qualche voce «piemontese» di dissenso non è venuta meno e quindi sembra opportuno ricordare cosa pensassero, quali fossero i loro sentimenti, i piemontesi illustri dopo circa vent’anni dall’Unità.Si tratta di Vittorio Bersezio, Edmondo De Amicis, Michele Lessona, Giuseppe Giacosa, Giovanni Faldella, Vittorio Turletti e tanti altri. Essi presero l’iniziativa di descrivere Torino in tutti i suoi aspetti (dalle Rimembranze, monumenti e iscrizioni, ai Caffè, ai Circoli, agli Istituti Scientifici, ai Canti, ai Giardini e Viali, all’arte, alle Scuole militari ecc.) per le edizioni Roux del 1880.

Ebbene in questi scritti, che pure, come s’è detto, avevano ben altre finalità, prorompe ogni tanto il loro slancio sul Risorgimento, sull’Unità d’Italia, sugli anni favolosi del decennio facendo trasparire il loro orgoglio di essere «italiani» e di essere stati, come «piemontesi», determinanti per l’Unità della Nazione. Ad esempio Vittorio Bersezio, il deputato del Parlamento Subalpino e scrittore (autore fra l’altro del noto Le miserie ’d Monsù Travet) esclama: «E ora l’amor patrio di Torino non è più piemontese soltanto, è italiano. Cominciarono in questo secolo gli spiriti più eletti a vagheggiare da questo estremo lembo la liberazione e ricostituzione della gran patria comune. Sotto il dominio di Napoleone I, a Torino si formava una Società di giovani che col pretesto di studi letterari volevano procurare l’italianamento di questa provincia, di questo popolo, delle nostre abitudini e delle nostre menti». «Dalla proclamazione dello Statuto, dalla dichiarazione di guerra dell’Austria... Torino diventa la città più italiana d'Italia, ... Torino si fa il nucleo di tutte le forze, il centro di tutto il pensiero d’Italia»: dal 1849 al 1860 la vita di Torino è un’epopea meravigliosa che raccoglie e contiene la vita di tutta la Nazione; le armi piemontesi sono state solennemente consacrate armi italiane, le uniche armi italiane... «Chi si è trovato presente alla gioia onde si salutarono le vittorie di coloro che combatterono per la libertà d’Italia, quegli può dire se l’amor patrio di Torino sia profondamente radicato nel cuore del popolo, sia davvero parte essenziale della sua vita».

Edmondo De Amicis, che ha il compito di descrivere la città, scrive: «Piazza Castello si rianima, sotto i portici passa un soffio del cinquantanove, tutta la città si sente rifluire al core il suo vecchio sangue...». Vittorio Turletti, che s’occupa della «Torino Militare», quando accenna alla guerra di Crimea scrive che «quelli che videro pugnare e morire sui campi della Lombardia per la causa italiana i propri figli, mal si rassegnano a vederli salpare per l’Oriente, ma una magica parola è pronunziata: Italia; si capisce che quella strada dell’Oriente è forse la più breve per arrivare a Milano, a Venezia, a Roma». E Giovanni Faldella (deputato, senatore e corrispondente da Roma de «La Gazzetta Piemontese») rievocando il pensiero di grandi piemontesi (Carlo Botta, Cesare Balbo, Vittorio Alfieri, Silvio Pellico, Massimo d’Azeglio, Vincenzo Gioberti, Camillo Cavour, Tommaso Vallauri, Carlo Marenco, Angelo Ruffini, Luigi Cibrario...) scrive: «Insomma queste potenze intellettuali scaturirono ad un tratto dalla terra rocciosa, vergine del Piemonte, per concertarsi con le altre forze della Nazione, unirle e correggerle, al fine di ottenere il miracolo non mai sperato della libertà e dell’unità completa d’Italia».

Basteranno queste poche citazioni a convincere i dissenzienti che qui a Torino e in Piemonte si volle tutti - proprio tutti - l’Italia unita?


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