Autostrade digitali. L'Italia è a un bivio

"Avvenire" del 13 marzo 2010

Marco Girardo ( 13 marzo 2010 )

"Non ci sono scorciatoie a disposizione: la crescita economica nei Paesi avanzati viaggerà sempre di più sulla banda larga. Per l’Ocse ogni euro investito nelle reti digitali ad alta capacità genera quattro euro di Pil..."


Autostrade digitali. L'Italia è a un bivio

Non ci sono scorciatoie a disposizione: la crescita economica nei Paesi avanzati viaggerà sempre di più sulla banda larga. Per l’Ocse ogni euro investito nelle reti digitali ad alta capacità genera quattro euro di Pil. Perché è così che imprese e consumatori si scambiano i "servizi" e quindi le "merci" nel Ventunesimo secolo: informazione sotto forma di immagini, flussi finanziari, progetti e comandi a distanza, ordini su misura. Le infrastrutture digitali che connettono oggi i computer sono l’equivalente dell’Autostrada del Sole per l’Italia degli anni Cinquanta: la possibilità di accorciare il Paese e rilanciare l’economia avvicinando imprese e persone.

Mezzo secolo dopo ci troviamo nuovamente a un bivio. Realizzare un’infrastruttura in fibra ottica in grado di trasportare dai 30 ai 100 Megabit al secondo - l’unica paragonabile a un’autostrada a otto corsie – è una precisa scelta di politica economica. Con enormi ricadute sociali, perché garantisce sviluppo. Sulla costruzione della Next generation network (Ngn) a banda "ultra-larga" si stanno arrovellando i governi di mezzo mondo. Per le autostrade a quattro corsie, invece, ovvero la banda larga dai 2 Mega in su che assicura l’uso delle applicazioni Web interattive, è sufficiente il vecchio doppino di rame abbinato alla tecnologia Adsl. Oppure la banda larga mobile dei telefonini e delle chiavette Internet con tecnologia Umts in attesa della rivoluzione Lte (Long term evolution), la futura quarta generazione della telefonia mobile. Tra fisso e mobile, in ogni caso, la banda larga cresce in Europa di gran carriera. Al primo luglio 2009 la Commissione europea ha contato 120 milioni di connessioni fisse, ben 11,5 milioni attivate in un anno, con un tasso di penetrazione del 22,4% della popolazione (Danimarca e Paesi Bassi tirano la volata verso quota 40%). Il tasso di penetrazione della banda larga mobile è invece del 4,2%, circa 20 milioni di connessioni, ma con un aumento del 54% in soli sei mesi. L’Italia? Per Bruxelles sconta ancora un "digital divide": una distanza dalle lepri del Continente (siamo al 19,2%) ma anche una situazione a macchia di leopardo all’interno dello Stivale.

Il nostro Paese dispone oggi di circa 12 milioni di accessi "fissi". Il 97% in tecnologia Adsl e, fra questi, il 70% con velocità superiore ai 2 Mega e quindi in "banda larga" effettiva. Quasi tutte le connessioni viaggiano sulla "storica" rete in rame di Telecom Italia, che gestisce direttamente l’offerta o affitta la sua infrastruttura agli altri operatori. Solo una piccola quota dispone dell’unico segmento di fibra ottica "residenziale" realizzato in Italia, quello costruito da Fastweb una decina di anni fa attraverso la cugina "Metroweb" (entrambe creature dell’eBiscom di Silvio Scaglia e Francesco Micheli) e che collega oggi circa 350mila utenze. Prima di passare sotto il controllo svizzero, Fastweb aveva progetti ambiziosi e la miglior rete disponibile sul mercato mondiale ma i costi per estenderla all’intera Penisola si sono rivelati proibitivi. Anche Telecom vanta circa 3 milioni e mezzo di cavi in fibra, ma solo nel cosiddetto backbone, la rete che collega fra loro le centrali.
L’infrastruttura Telecom – unico vero sistema nevralgico digitale del Paese, con 110 milioni di chilometri di doppini in rame e 11mila centrali telefoniche –copre quasi il 100% della popolazione nelle aree urbane, il 93% in quelle suburbane e l’82% in quelle rurali. In base a questi dati, i cittadini che risultano oggi essere secondo l’Agcom in una situazione di "digital divide strutturale" sono 2,7 milioni. Anche per questo nel 2009 è iniziata, soprattutto nelle aree più remote, la prima offerta attraverso le bande WiMax (vedi glossario) ancora in fase di test.

Se la stragrande maggioranza del Paese è potenzialmente raggiunta dall’Adsl, perché esiste un gap con l’Europa nella diffusione della banda larga e soprattutto "ultralarga"? Il problema dell’Adsl è che la banda decresce linearmente con la distanza dalla centrale. Un segnale con banda da 24 Megabit raggiunge 1 km di doppino in rame dalla centrale (solo il 30% delle utenze), da 20 Mega 1,6 km (il 60% delle utenze), da 4 megabit 3,9 km (93% delle utenze) e da 2 megabit 4,7 km (il 96% delle utenze). Ecco perché secondo i dati dell’Osservatorio Italia Digitale 2.0 il 30% degli italiani connessi non ha accesso ai servizi più evoluti offerti dalla Rete: non dispone di banda larga sufficiente. A ciò si aggiunge il fatto che la metà degli accessi Adsl disponibili sono oggi inutilizzati perché le famiglie non si connettono.

Per superare il digital divide strutturale residuo, Telecom sta comunque investendo nella sua ragnatela di rame in modo tale da dotare sempre più doppini di velocità fino a 20 Mega. Ha annunciato che la copertura Adsl raggiungerà il 97,7% della popolazione entro il 2011. Contemporaneamente, il sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani ha lanciato un piano "anti-divario digitale" che prevede di portare 2 Mega a tutti (100%) entro il 2012 e 20 Mega al 95% della popolazione. Il piano Romani vale 1 miliardo e mezzo: 800 milioni fanno capo al Cipe ma sono tuttora bloccati, gli altri arriverebbero da fondi soprattutto europei e dagli operatori privati.
Diverso e più complesso il discorso per la rete in fibra ottica, l’Autostrada del Sole del XXI secolo. Il governo ha affidato al "supertecnico" Francesco Caio (già consulente per la Gran Bretagna) il compito di studiare la situazione e fornire alcune ipotesi per traghettare l’Italia nel futuro digitale. Caio ne ha formulate tre. La prima riguarda la creazione di una rete di tipo Ftth (Fibra fino in casa), in parte in fibra ottica e in parte in rame, per coprire circa cento città e arrivare al 50% delle abitazioni. Questa soluzione implicherebbe la possibilità di scorporo delle rete fissa di Telecom che verrebbe in seguito subaffittata a tutti gli operatori. A che costi? Secondo le prime stime (Università Bocconi) si parla di 18 euro al mese, il doppio di quanto attualmente gli altri operatori pagano in media a Telecom.

Per avere un ritorno sulla spesa d’affitto, quindi, i fornitori di accesso a banda larga dovrebbero quanto meno raddoppiare i costi della loro offerta ai clienti. La seconda ipotesi prevede una copertura del 25% delle case con una rete in fibra di nuova generazione – ma i costi sono altissimi – e la terza la nascita di reti locali per la copertura di 10-15 città grazie a partnership tra Telecom e privati. Impossibile che l’ex monopolista si assuma in toto l’onere dell’investimento. L’unica strada ancora percorribile è quindi quella di puntare a una rete aperta con un gruppo di investitori (operatori di tlc, media company e capitale pubblico) disposti a finanziare il progetto. È l’ipotesi caldeggiata anche dall’Agcom, sulla quale incombe tuttavia come una spada di Damocle la possibilità di una fusione – finora smentita da tutti – fra Telecom e il principale azionista Telefonica, operazione che consegnerebbe di fatto le chiavi dell’infrastruttura agli spagnoli.

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