Di nuovo lo Stato come nel '29

"La Stampa" del 9 ottobre 2008

Giseppe Berta ( 09 ottobre 2008 )

In questi giorni di crisi finanziaria, di possibile recessione, la memoria va al 1929. L'anno in cui cambio il mondo, ma anche l'anno che aprì le porte al nazismo e consolidò il fascismo in Italia. E' ovvio che in Europa, come del resto anche in altre parti, ci sia preoccupazione e che i timori non siano solo riferiti all' "economia". Giuseppe Berta ha scritto questo articolo per "La Stampa". E' il punto di vista dello storico.


Di nuovo lo Stato come nel '29

GIUSEPPE BERTA

Le prossime generazioni si riferiranno probabilmente all’attuale crisi globale dei mercati finanziari e monetari nel modo in cui noi ci riferiamo alla crisi del 1929. Tutto lascia pensare che anch’essa diverrà un paradigma. In futuro se ne parlerà come della «tempesta perfetta», un collasso generale destinato a mettere in discussione i nostri criteri di interpretazione del mondo economico.

Per tre quarti di secolo, è stata la Grande Crisi degli Anni Trenta a orientare le nostre mappe economiche, secondo la prospettiva che ancora ieri ha adottato il Fondo Monetario Internazionale: quando si tratta di indicare la gravità di una crisi, viene naturale la comparazione con quella che, nella memoria collettiva, è registrata come la catastrofe finanziaria per eccellenza.

Eppure, questo paragone ci serve poco per provare a immaginare una via d’uscita dalla crisi. Pochi argomenti sono stati studiati quanto la crisi del ‘29. Senza peraltro che possiamo trarre da essa una lezione di metodo in grado di aiutarci ad affrontare il presente. Purtroppo, a smentita del vecchio adagio latino, la storia non riesce a essere maestra di vita.

Perché riusciamo a imparare così poco dalle grandi crisi del passato? Perché, ragionando del tracollo degli Anni Trenta, non riusciamo a trovare un principio di soluzione alle drammatiche difficoltà odierne, da cui ci sembra di essere sovrastati? Perché le economie sono radicalmente cambiate nell’arco di tempo che si separa dal ‘29. Perché le dimensioni che ha assunto il processo economico globale sono imparagonabili a quelle di allora. Perché le terapie che potevano essere applicate in quella situazione non sono replicabili nella cornice odierna.

Tutto vero, anche se le analogie col clima degli Anni Trenta sono facilmente rintracciabili. Anche allora lo Stato prese il sopravvento sul mercato. Dopo un ciclo, quello del primo dopoguerra, in cui le spinte privatistiche e individualistiche avevano dominato, il pendolo si spostò in direzione dell’intervento pubblico. E fu proprio l’Italia a tracciare le linee guida di una politica dei salvataggi, attraverso la costituzione dell’Iri, oggetto di seria considerazione (e talora di imitazione) negli altri Paesi: persino nelle prime riunioni di gabinetto del New Deal del presidente Roosevelt, le decisioni prese in Italia furono analizzate con grande attenzione.

Tuttavia, il ricorso allo Stato non è la soluzione della crisi. È una misura che serve a tamponarla, a contenerne gli effetti più devastanti, a combattere il panico suscitato dal cataclisma finanziario. Ma negli Anni Trenta l’azione statale era associata a una visione dello sviluppo, che oggi difetta completamente. L’intervento pubblico significava grandi opere e infrastrutture, imprese di Stato capaci di andare oltre le capacità d’investimento dei privati, lavoro produttivo diffuso. Di tutto questo non c’è traccia nei provvedimenti che oggi affidano allo Stato un compito soltanto: impedire che l’economia frani insieme con gli istituti di credito.

Quanto c’è di più inquietante nelle cronache economiche di questi giorni è proprio il senso d’impotenza di fronte alla dinamica della crisi. Nessuno sa veramente come aggredire la sfiducia che, paralizzando il mercato monetario, rischia di far venire meno la circolazione sanguigna nell’organismo delicato dell’economia. Anche i nostri avi vissero giorni simili. Ci vollero anni perché la Grande Crisi dispiegasse tutto il suo potenziale distruttivo. La caduta di Wall Street dell’ottobre 1929 andò avanti fino alla fine del 1932. Dunque, fra il crollo e il momento più acuto della crisi ci fu un lungo intervallo, un periodo in cui molti stentarono a intravedere una luce nel buio della depressione.

Naturalmente, speriamo tutti che l’andamento della crisi attuale non sia così dilatato. Ma almeno l’esperienza del passato ha il merito di ricordarci che il capitalismo ha natura ciclica. Alcuni se n’erano dimenticati, credendo che si potesse tramutare in un movimento di crescita indefinita, alimentata surrettiziamente da spericolati strumenti finanziari. Ora che siamo tornati alla realtà, non dobbiamo scordarci che le crisi sono un meccanismo, grandioso e terribile, di «distruzione creatrice», come diceva Schumpeter. Alla fine il capitalismo, come l’araba fenice, finirà col risorgere dalla sua ceneri per avviare un nuovo ciclo di sviluppo.



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