Migranti, amore fraterno senza discriminazioni

"Avvenire" 9 ottobre 2008

Benedetto XVI ( 09 ottobre 2008 )

Il messaggio del Santo Padre in occasione della giornata mondiale del migrante.


Il Papa: migranti, amore fraterno senza discriminazioni
il documento
Lo stile missionario di san Paolo ispira il messaggio del Papa per la 95ª Giornata mondiale del migrante. «Nell’età della globalizzazione come ai tempi dell’Apostolo delle genti, siamo chiamati a far conoscere e amare Gesù da tutti. Per scoprirci figli dello stesso Padre»



È «San Paolo migrante, Apostolo del­le genti» il tema scelto da Benedetto XVI per la 95ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che verrà ce­lebrata domenica 18 gennaio 2009. Pubblichiamo il testo integrale del messaggio, presentato ieri.

C ari fratelli e sorelle, quest’an­no il Messaggio per la Gior­nata mondiale del migrante e del rifugiato ha come tema: «San Paolo migrante, Apostolo delle gen­ti », e prende spunto dalla felice coin­cidenza dell’Anno giubilare da me indetto in onore dell’Apostolo in oc­casione del bimillenario della sua na­scita.
La predicazione e l’opera di media­zione fra le diverse culture e il Van­gelo, operata da Paolo «migrante per vocazione», costituiscono in effetti un significativo punto di riferimen­to anche per chi si trova coinvolto nel movimento migratorio contempo­raneo.
N ato in una famiglia di ebrei emigrati a Tarso di Cilicia, Saulo venne educato nella lingua e nella cultura ebraica ed el­lenistica, valorizzando il contesto culturale romano. Dopo che sulla via di Damasco avvenne il suo incontro con Cristo (cfr Gal 1,13-16), egli, pur non rinnegando le proprie «tradi­zioni » e nutrendo stima e gratitudi­ne verso il Giudaismo e la Legge (cfr
Rm 9,1- 5; 10,1; 2 Cor 11,22; Gal 1,13­14; Fil 3,3-6), senza esitazioni e ri­pensamenti si dedicò alla nuova mis­sione con coraggio ed entusiasmo, docile al comando del Signore: «Ti manderò lontano, tra i pagani» ( At
22,21).
La sua esistenza cambiò radical­mente (cfr Fil 3,7-11): per lui Gesù divenne la ragion d’essere e il motivo ispiratore dell’impe­gno apostolico a ser­vizio del Vangelo. Da persecutore dei cri­stiani si tramutò in apostolo di Cristo.
G uidato dallo Spirito San­to, si prodigò senza riserve, perché fosse annun­ciato a tutti, senza distinzione di na­zionalità e di cultura, il Vangelo che è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco» ( Rm 1,16).
Nei suoi viaggi apostolici, nonostan­te ripetute opposizioni, proclamava dapprima il Vangelo nelle sinagoghe, accordando attenzione innanzitut­to ai suoi connazionali in diaspora (cfr At 18,4-6). Se da essi veniva ri­fiutato, si rivolgeva ai pagani, facen­dosi autentico «missionario dei mi­granti », migrante lui stesso e itine­rante ambasciatore di Gesù Cristo, per invitare ogni persona a diventa­re, nel Figlio di Dio, «nuova creatura» ( 2 Cor 5,17).

La proclamazione del kerygma gli fece attraversare i mari del Vicino Oriente e percorrere le strade dell’Europa, fino a giungere a Roma. Partì da Antiochia, dove il Van­gelo fu annunciato a popolazioni non appartenenti al Giudaismo, e i discepoli di Gesù per la prima volta furono chiamati «cristiani» (cfr At
11,20.26). La sua vita e la sua predi­cazione furono interamente orien­tate a far conoscere e amare Gesù da tutti, perché in Lui tutti i popoli so­no chiamati a diventare un solo po­polo.
Questa è, anche al presente, nell’era della globalizzazio­ne, la missione della Chiesa e di ogni battezzato; missio­ne che con attenta sollecitudine pa­storale si dirige pure al variegato u­niverso dei migranti – studenti fuori sede, immigrati, rifugiati, profughi, sfollati – includendo coloro che so­no vittime delle schiavitù moderne, come ad esempio nella tratta degli esseri umani.
Anche oggi va proposto il messaggio della salvezza con lo stesso atteggia­mento dell’Apostolo delle genti, te­nendo conto delle diverse situazioni sociali e culturali, e delle particolari difficoltà di ciascuno in conseguen­za della condizione di migrante e di itinerante. Formulo l’auspicio che o­gni comunità cristiana possa nutri­re il medesimo fervore apostolico di san Paolo che, pur di annunciare a tutti l’amore salvifico del Padre ( Rm 8,15-16; Gal 4,6) per «guadagnarne il maggior numero a Cristo» ( 1 Cor 9,19) si fece «debole con i deboli... tutto a tutti, per salvare ad ogni co­sto qualcuno» ( 1 Cor 9,22).
Il suo esempio sia anche per noi di stimolo a farci solidali con questi no­stri fratelli e sorelle e a promuovere, in ogni parte del mondo e con ogni mezzo, la pacifica convivenza fra et­nie, culture e religioni diverse.
M a quale fu il segreto dell’A­postolo delle genti? Lo zelo missionario e la foga del lot­tatore, che lo contraddistinsero, sca­turivano dal fatto che egli, «conqui­stato da Cristo» ( Fil 3,12), restò a Lui così intimamente unito da sentirsi partecipe della sua stessa vita, attra- verso «la comunione con le sue sof­ferenze » ( Fil 3,10; cfr anche Rm 8,17; 2Cor 4,8- 12; Col 1, 24).
Qui è la sorgente dell’ardore aposto­lico di san Paolo, il quale racconta: «Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani» ( Gal 1,15-16; cfr an­che Rm 15,15- 16). Con Cristo si sentì «con-crocifisso», tanto da poter af­fermare: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» ( Gal 2,20). E nessuna difficoltà gli impedì di pro­seguire nella sua coraggiosa azione e­vangelizzatrice in città cosmopolite come Roma e Corinto che, in quel tempo, erano popolate da un mo­saico di etnie e di culture.
L eggendo gli Atti degli Apostoli e le Lettere che Paolo rivolge a vari destinatari, si coglie un modello di Chiesa non esclusiva, bensì aperta a tutti, formata da cre­denti senza distinzioni di cultura e di razza: ogni battezzato è, in effetti, membro vivo dell’unico Corpo di Cristo. In tale ottica, la solidarietà fra­terna, che si traduce in gesti quoti­diani di condivisione, di comparte­cipazione e di sollecitudine gioiosa verso gli altri, acquista un rilievo sin­golare.
Non è tuttavia possibile realizzare questa dimensione di fraterna acco­glienza vicendevole, insegna sempre san Paolo, senza la disponibilità al­l’ascolto e all’accoglienza della Paro­la predicata e praticata (cfr 1 Ts 1,6), Parola che sollecita tutti all’imitazio­ne di Cristo (cfr Ef 5,1-2) nell’imita­zione dell’Apostolo (cfr 1 Cor 11,1). E pertanto, più la comunità è unita a Cristo, più diviene sollecita nei con- fronti del prossimo, rifuggendo il giu­dizio, il disprezzo e lo scandalo, e a­prendosi all’accoglienza reciproca (c­fr Rm 14,1- 3; 15, 7). Conformati a Cristo, i credenti si sen­tono in Lui «fratelli», figli dello stes­so Padre ( Rm 8,14-16; Gal 3,26; 4,6). Questo tesoro di fratellanza li rende «premurosi nell’ospitalità» ( Rm 12,13), che è figlia primogenita del­l’agapé (cfr 1 Tim 3,2; 5,10; Tt 1,8; Fm 17).
Si realizza in tal modo la promessa del Signore: «Io vi accoglierò e sarò per voi come un padre e voi mi sare­te come figli e figlie» ( 2 Cor 6,17-18). Se di questo siamo consapevoli, co­me non farci carico di quanti, in par­ticolare fra rifugiati e profughi, si tro­vano in condizioni difficili e disagia­te? Come non andare incontro alle necessità di chi è di fatto più debole e indifeso, segnato da precarietà e da insicurezza, emarginato, spesso e­scluso dalla società? A loro va data prioritaria attenzione poiché, parafrasando un noto testo paolino, «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sa­pienti, ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ri­durre a nulla le cose che sono, per­ché nessun uomo possa gloriarsi da­vanti a Dio» ( 1 Cor 1,27-29).
C ari fratelli e sorelle, la Giorna­ta mondiale del migrante e del rifugiato, che si celebrerà il 18 gennaio 2009, sia per tutti uno stimolo a vivere in pienezza l’amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni, nella convin­zione che è nostro prossimo chiun­que ha bisogno di noi e noi possia­mo aiutarlo (cfr Deus caritas est, n. 15). L’insegnamento e l’esempio di san Paolo, umile-grande Apostolo e migrante, evangelizzatore di popoli e culture, ci sproni a comprendere che l’esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi dell’intera vita cristiana.
Il comandamento dell’amore – noi lo sappiamo bene – si alimenta quan­do i discepoli di Cristo partecipano uniti alla mensa dell’Eucaristia che è, per eccellenza, il Sacramento del­la fraternità e dell’amore. E come Ge­sù nel Cenacolo, al dono dell’Euca­ristia unì il comandamento nuovo dell’amore fraterno, così i suoi «ami­ci », seguendo le orme di Cristo, che si è fatto «servo» dell’umanità, e so­stenuti dalla sua Grazia, non posso­no non dedicarsi al servizio vicen­devole, facendosi carico gli uni degli altri secondo quanto lo stesso san Paolo raccomanda: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la leg­ge di Cristo» ( Gal 6,2). Solo in questo modo cresce l’amore tra i credenti e verso tutti (cfr 1 Ts 3,12).
Cari fratelli e sorelle, non stan­chiamoci di proclamare e te­stimoniare questa «Buona Novella» con entusiasmo, senza pau­ra e risparmio di energie! Nell’amo­re è condensato l’intero messaggio evangelico e gli autentici discepoli di Cristo si riconoscono dal mutuo lo­ro amarsi e dalla loro accoglienza ver­so tutti. Ci ottenga questo dono l’Apostolo Paolo e specialmente Maria, Madre dell’accoglienza e dell’amore. Men­tre invoco la protezione divina su quanti sono impegnati nell’aiutare i migranti e, più in generale, sul vasto mondo dell’emigrazione, assicuro per ciascuno un costante ricordo nel­la preghiera ed imparto con affetto a tutti la benedizione apostolica.

da Castel Gandolfo, 24 agosto 2008 Benedetto XVI «La Giornata del migrante ci aiuti a vivere in pienezza l’amore fraterno senza distinzioni né discriminazioni, nella certezza che è nostro prossimo chiunque ha bisogno di noi»


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