Tremonti, Fini e le scelte del Pdl

"Corriere della Sera" del 25 marzo 2010

Angelo Panebianco ( 25 marzo 2010 )

"Comunque vadano le elezioni regionali per il Popolo della libertà, i risultati difficilmente ne freneranno la conflittualità interna. Per due ragioni. La prima è che il calendario politico è diverso dal calendario gregoriano...."


Tremonti, Fini e le scelte del Pdl


Comunque vadano le elezioni regionali per il Popolo della libertà, i risultati difficilmente ne freneranno la conflittualità interna. Per due ragioni. La prima è che il calendario politico è diverso dal calendario gregoriano. Secondo il calendario gregoriano mancano tre anni al 2013 e, quindi, alla fine della legislatura. Ma per il calendario politico ne mancano due. Nel senso che il governo ha ormai poco tempo per attuare i suoi programmi: due anni, forse anche meno. L’ultimo anno sarà elettorale e, a quel punto, ci si preparerà al duello, si scalderanno i muscoli, si fronteggeranno le manovre dei possibili «traditori », eccetera: l’attività dell’esecutivo verrà piegata a queste esigenze. Con la riduzione del tempo a disposizione del governo cresceranno nervosismo e conflittualità. La seconda ragione è che il Pdl è una costruzione assai fragile, l’aggregazione di una molteplicità di gruppi e gruppuscoli tenuti insieme solo dalla leadership di Berlusconi e sulla quale, per giunta, pesa il conflitto fra il premier e Gianfranco Fini. Molti dirigenti e parlamentari non possono non interrogarsi sul futuro del partito (e, quindi, sul loro futuro personale): sarà ancora Berlusconi a guidare il partito nella sfida elettorale del 2013? Oppure ragioni anagrafiche o anche l’usura politica lo obbligheranno a lasciare? E in tal caso che fine farà il Pdl?

Il Pdl è certamente molte cose. È, prima di tutto, una classica grande aggregazione di centrodestra. In quanto tale, ha attirato, come fanno sempre queste aggregazioni, una quota elevata di personale politico con esperienze di governo, nazionale o locale, in precedenti formazioni moderate. È l’aspetto che più lo avvicina alla Dc e che, per certi versi, lo rende erede (questione religiosa a parte) di quella esperienza. Ma il Pdl non è solo questo. È anche un partito che, attraverso la componente Forza Italia, ha reclutato un personale che proprio in Forza Italia ha fatto il suo apprendistato, un personale «chiamato alle armi» dal Berlusconi del ’94 e del 2001, quello del programma «liberista» (meno di tutto: Stato, burocrazia, tasse) e che ha il suo elettorato di riferimento in quella parte di cittadini, soprattutto al Nord, sensibili a quei temi. E c’è la componente An, con una storia e un insediamento sociale ed elettorale assai diversi da quelli di Forza Italia. Come potrà stare insieme in futuro questa aggregazione? Qualcuno potrà vincere la partita della successione a Berlusconi mantenendola unita? Al momento c’è un solo dirigente che ha messo il suo ingegno, le sue risorse culturali e la sua capacità di governo al servizio di un progetto che possiamo definire «post-berlusconiano», in grado, cioè, sulla carta, di andare oltre Berlusconi. È Giulio Tremonti. Il ministro dell’Economia si è mosso su tre piani: quello dell’azione di governo (tenendo in piedi il Paese nel mezzo della tempesta globale), delle alleanze sociali, che ha gestito con accortezza, e sul piano della proposta politico-culturale. Quanto a quest’ultima, è strano che non si siano notate certe somiglianze, forse involontarie, fra la posizione tremontiana e alcuni aspetti, oltre che del conservatorismo classico europeo, anche del neoconservatorismo americano: mix di mercato e Stato, recupero della tradizione religiosa, enfasi sulla centralità della coesione sociale, eccetera.

È un’offerta politica che potrebbe mordere su una parte significativa di quell’elettorato moderato cui Tremonti si rivolge. Inoltre, l’accento sulla coesione sociale ha anche l’effetto di spiazzare una sinistra in crisi di identità e con poche idee. Ma ci sono due «ma». Il primo riguarda il rapporto con la Lega. A parte Berlusconi, Tremonti è l’unico leader del Pdl che possa garantire l’alleanza con la Lega. Ma potrebbe riuscirci, uscito di scena Berlusconi, senza perdere porzioni rilevanti del Pdl nel Centroitalia e nel Sud? Il secondo «ma» riguarda la parte di Forza Italia tuttora ancorata alle tradizionali posizioni liberiste del Berlusconi del ’94 e del 2001. Questa parte del partito non può riconoscersi nel tremontismo. Così come non vi si riconoscono quei settori di classe media indipendente del Nord che, da un lato, sono refrattari alle chiusure del comunitarismo leghista e, dall’altro, sono delusi dalla dismissione del programma liberista (sul deficit di rappresentanza di questi ceti i lettori del Corriere sono stati informati dalle approfondite inchieste di Dario Di Vico).

La dismissione del programma liberista è forse il problema che più pesa sulle prospettive del Pdl. È un fatto però che l’oppositore per antonomasia, Fini, non lo ha fin qui riconosciuto come il tema su cui costruirsi una posizione di forza per le sfide del dopo Berlusconi. C’era e c’è, insomma, un «posto vacante » ma Fini non lo ha occupato. Anziché scegliere la strada, che potrebbe rivelarsi sterile, della fronda continua, Fini avrebbe potuto contrapporsi a Tremonti (e a Bossi) in nome delle «ragioni» (abbandonate) del ’94, diventando punto di riferimento per quella parte dell’elettorato di centrodestra non catturabile né dalla Lega né dal tremontismo. Anche la polemica con Berlusconi, in questo caso, si sarebbe dovuta concentrare sulle incoerenze, sul divario fra promesse e realizzazioni, sull’abbandono del liberismo originario. Quella scelta sarebbe stata certamente in conflitto con la formazione personale e le esperienze passate di Fini ma, a ben vedere, non più di quanto lo siano le posizioni assunte sui temi etici o sull’immigrazione. E, in seguito, ci sarebbe stato tempo e modo per stipulare i necessari compromessi con il resto della dirigenza del partito. La storia è sempre imprevedibile, naturalmente. Al momento il futuro del Pdl appare incerto. E non si può scommettere su una riduzione della sua interna conflittualità. Tra le molte ragioni c’è anche il fatto che non è emerso ancora nessuno con la statura adeguata per occupare il «posto vacante». A meno che, a dispetto di pronostici, età e usura politica, quel posto non venga alla fine rioccupato, ancora una volta, da Berlusconi.



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