La presa in giro del ricorso all'istituto referendario

"La Stampa" del 14 aprile 2010

Marcello Sorgi ( 14 aprile 2010 )

"L’agonia dei referendum continua, anche grazie, va detto, all’uso malaccorto che se ne fa. Ieri Di Pietro ha annunciato la raccolta delle firme per puntare all'abrogazione della legge sul legittimo impedimento, con cui Berlusconi sta cercando di ottenere un rinvio dei processi che lo riguardano...."

La presa in giro del ricorso all'istituto referendario


L’agonia dei referendum continua, anche grazie, va detto, all’uso malaccorto che se ne fa. Ieri Di Pietro ha annunciato la raccolta delle firme per puntare all'abrogazione della legge sul legittimo impedimento, con cui Berlusconi sta cercando di ottenere un rinvio dei processi che lo riguardano. E contro cui, non va dimenticato, i giudici di Milano che si occupano delle pendenze penali del premier hanno già annunciato ricorso alla Corte Costituzionale, che potrebbe dichiararne l’illegittimità, come accadde per il lodo Alfano, già il prossimo autunno, prima della fine dei diciotto mesi di salvacondotto per il Cavaliere.

Un referendum su questa materia è quindi manifestamente inutile, e mette inoltre per la prima volta i giudici della Consulta nella spiacevole condizione di dover decidere quasi contemporaneamente sulla costituzionalità della legge e sull’ammissibilità della richiesta di abrogazione. Di Pietro, che è un ex magistrato, non può non essersi accorto di quest’incongruenza. Ma va avanti lo stesso con la raccolta delle firme e non si pone il problema di dire la verità ai cittadini che si fermeranno ai banchetti a firmare, senza immaginare, così, di contribuire alla crisi del referendum e non alla sua riuscita. Nello stesso senso va la mossa annunciata dalle tre associazioni dei consumatori Adusbef, Federconsumatori e Movimento dei consumatori, e condivisa dai Verdi, di promuovere un’altra raccolta di firme e una nuova consultazione contro il decreto per la «privatizzazione dell’acqua», come impropriamente è stata definita la norma che punta a trasferire ai privati acquedotti e aziende pubbliche che gestiscono il servizio idrico. Il tentativo evidente è di indurre nei cittadini il timore che, con la privatizzazione, il prezzo dell’acqua, finora poco significativo, salirà alle stelle, rendendo troppo onerosa in tempi di crisi perfino l’igiene personale.

Anche in questo caso si tratta di una mezza presa in giro per gli elettori e di un ulteriore colpo all’istituto referendario: che dopo una storia illustre, fatta di grandi battaglie civili radicali come quelle sul divorzio e sull’aborto, oltre trent’anni fa, o svolte importanti sulle quali il Parlamento s’era bloccato, come il nucleare e la responsabilità dei magistrati, e dopo aver contribuito, con i referendum elettorali, al passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, non meritava proprio di finire così, usato malamente come strumento di propaganda e svuotato dall’astensione che da tredici anni, ormai, svuota le urne del «sì» e del «no».


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