Tremonti e Feltri, i due vincitori

"Il Riformista" del 23 aprile 2010

Stefano Cappellini ( 23 aprile 2010 )

"Ha difeso la Lega, omaggiato Berlusconi, citato don Sturzo. Soprattutto, non ha concesso nulla a Fini, negando - felpatamente ma decisamente - qualsiasi valore alla battaglia di idee del presidente della Camera...."

Tremonti e Feltri, i due vincitori
Scoop. Berlusconi dà la notizia in diretta: vendo il giornale. Ci sarebbe già una cordata pro-direttore


Ha difeso la Lega, omaggiato Berlusconi, citato don Sturzo. Soprattutto, non ha concesso nulla a Fini, negando - felpatamente ma decisamente - qualsiasi valore alla battaglia di idee del presidente della Camera. Giulio Tremonti è salito sul palco della direzione Pdl all'auditorium della Conciliazione pochi minuti prima di colui che fino a poco tempo fa era considerato il suo principale rivale alla successione nella guida del centrodestra e che invece, da oggi, è un rivale (ammesso e non concesso lo sia ancora) assediato, bastonato e azzoppato. Ha detto: «C'è un tempo per ogni cosa. Questo non è il tempo negativo delle divisioni. Questo è il tempo positivo del fare insieme».

Ha aggiunto: «Non siamo a ridosso di una sconfitta. All'opposto, siamo a ridosso di una vittoria politica. Non siamo fuori, ma all'opposto siamo ancora dentro una crisi economica e che a tutt'oggi ci si presenta incognita. Sono soprattutto queste le due cose che, mi sembra, rischiano di sospingere questa discussione, pure molto importante, verso il dominio astratto della metafisica».

Il ministro del Tesoro si è preso persino la soddisfazione di anticipare nel suo discorso un concetto chiave poi riproposto tale e quale nel documento finale, letto dal palco da Maurizio Lupi e offerto allo scontato plebiscito della direzione. Tremonti è partito da una citazione sturziana contro le correnti («Guardate bene ai pericoli delle correnti organizzate in seno a un partito. Si comincia con le divisioni ideologiche. Si passa alle divisioni personali. Si finisce con la frantumazione del partito») e ne ha tratto una morale maoista, quella poi messa nero su bianco nel documento: «Siamo un popolo e non siamo un partito». Messaggio chiaro: il Pdl non sarà mai una forza politica come le altre. Fini pensa davvero di poter edificare un quartier generale del Pdl? Faccia pure. Sappia che il quartier generale sarà bombardato, come da comandi del Grande Timoniere. «Abbiamo un dovere verso il nostro Paese, abbiamo un leader capace di onorarlo», ha spiegato il titolare del Tesoro.

Un giuramento di fedeltà assoluta a Berlusconi. Con l'esplodere del caso Fini, Tremonti non ha ottenuto solo di sbaragliare un concorrente per il dopo-Cavaliere, ma ha anche definitivamente allontanato da sé i sospetti di essere il vero capofila della congiura interna contro il premier, come qualche mese fa pareva a tanti e forse anche a Berlusconi stesso. Per questo c'è chi si è figurato, tra gli altri, l'identikit di «Giulio» quando l'ex leader di An ha voluto riservare un passaggio del suo intervento a disegnare il ritratto tipo del traditore politico: «Il tradimento - ha detto Fini -alligna in coloro che sono adusi all'applauso e alla critica approvazione salvo poi, quando i leader girano le spalle... Raramente è tradimento di coscienza quello di chi si assume la responsabilità in pubblico e in privato di porre certe questioni».

Mezzo giro di orologio prima, Fini aveva ascoltato il ministro del Tesoro descrivere così il ruolo salvifico del premier nella crisi economica: «Se non abbiamo fatto la fine della Grecia è stato soprattutto merito di Silvio Berlusconi che alla forza delle idee ha saputo aggiungere la sua visione di sintesi e la forza di base del consenso popolare e parlamentare». Con quale «visione» Berlusconi abbia saputo fronteggiare una crisi di cui ha ripetutamente negato l'esistenza, attribuendola a fattori «psicologici» o al catastrofismo di opposizione e media, è tema sul quale non Tremonti non si è soffermato. Forse perché lui la crisi non l'ha mai sottovalutata, anzi, e ancora ieri ha ribadito: «È la più grave dagli anni '30».

Quello tra «Giulio» e «Gianfranco» è stato una specie di match nel match, come quegli incontri minori di pugilato che accompagnano la sfida di cartello. «Tremonti è il miglior ministro, in questa fase», ha concesso Fini sottolineando però più la limitazione che l'elogio. E quando si è trattato di dare un volto di governo allo strapotere leghista il presidente della Camera non ha citato né Bossi né Calderoli, tantomeno Maroni, ma proprio Tremonti: «I soldi per la Lega li trovi sempre...», gli ha ricordato volgendo lo sguardo verso la poltrona in prima fila dov'era seduto il ministro.

Il quale, alla Lega che lo immagina premier nel 2013, ha riservato un'appassionata apologia: «Non vincolata dall'utopia della società globale perfetta e non vittima di afasia ha parlato forte e chiaro di immigrazione e sicurezza». Ha difeso il federalismo, cogliendo l'occasione per criticare le assunzioni pubbliche nella Puglia vendoliana e sfotterne le ambizioni culturali («Non so se Cameron o Woody Allen hanno intenzione di girare il prossimo film a Bari. Per ora l'unico film prodotto dalla giunta Vendola è il film sul cattivo federalismo»). Ha contestato la tesi finiana secondo cui il Carroccio ha rubato voti al Pdl. Secondo Tremonti, li ha presi tutti a sinistra: «Il proletariato operaio è passato a destra e soprattutto è passato alla Lega».

di Tommaso Labate

L'anno era il 1994. Il Padrone, che mai aveva messo piede in quella landa del suo grande feudo, varcò il portone milanese di via Gaetano Negri numero 4. Voleva quello che non aveva mai voluto, chiedeva quello che non aveva mai chiesto: «Una mano d'aiuto», «il pieno sostegno» dalla redazione del Giornale in vista di quelle elezioni che l'avrebbero incoronato presidente del Consiglio. Il direttore Indro Montanelli avrebbe risposto sbattendo la porta per sempre.

Quel giorno Silvio Berlusconi si fece accompagnare dal fedele Fedele Confalonieri e lasciò a lui la parola. «Vedete», disse questi all'assemblea di redazione, «per noi Fininvest è la moglie e il Giornale è l'amante». Ieri il Cavaliere l'ha mollata, «l'amante». Il Giornale è pronto a passare in altre mani.

E la chiamano voce dal sen fuggita. Alle 13, in un delicatissimo passaggio del suo intervento alla direzione del Pdl, Gianfranco Fini si leva l'ennesimo sassolino da una scarpa sempre più scomoda. «Sono stato oggetto di attenzione di alcuni giornali», dice evocando nella grande sala dell'Autidorium la figura di Vittorio Feltri e le tante prime pagine “contro” del suo Giornale. «Non credo sia motivo di polemica. Sappiamo di chi sono i giornali, sappiamo che sono gli editori che pagano i direttori...», aggiunge il presidente della Camera.

Il Padrone, che tecnicamente è il fratello del padrone (che è Paolo Berlusconi), mastica amaro. Rimugina. E, nella sua replica a caldo, sputa il rospo. Primo: «Non parlo con il direttore del Giornale e non ho alcun modo di influire». Secondo: «Ho convinto mio fratello a metterlo in vendita. Anzi, se c'è qualche imprenditore vicino a te», caro Gianfranco, «può entrare nella compagine azionaria». Sarà perché si rende conto di essere stato dal sen tradito, sarà perché vuole continuare ad attaccare frontalmente il Nemico, fatto sta che Silvio volta pagina. Dal Giornale a Libero. E riattacca: «Comunque il giornale più critico nei tuoi confronti è Libero, che fa capo a un deputato ex An, Angelucci, che è anche tuo amico personale», conclude il Cavaliere.

Imitando il Berlusconi di qualche minuto prima, ora è Fini che mastica amaro. Rimugina. Ma in sala e nella redazione del Giornale l'eco delle parole del Cavaliere non tace. Anzi, rimbomba. «Io ho dato incarico di trovare sul mercato una catena di imprenditori», insiste il presidente del Consiglio.

«Catena» è un mezzo lapsus. La parola giusta la trova Vittorio Feltri, rispondendo nel primo pomeriggio a una telefonata del Riformista. La parola giusta è «cordata». Dice il direttore del Giornale che «Paolo Berlusconi non mi ha mai accennato all'eventualità di vendere». Ma visto che l'indiscrezione circola da tempo, soprattutto tra i giornalisti della testata, Feltri gli dà forma. E, seppur tra mille condizionali, riconosce che «sì, potrebbe anche esserci una cordata di imprenditori interessata alla testata».
Domanda numero uno: Feltri scommetterebbe sull'eventualità che i Berlusconi lascino il Giornale entro quest'anno? Risposta: «Non si scommette mai sulla propria pelle. Se devo fare una scommessa, ad esempio su una corsa all'ippodromo, prima mi informo sui cavalli».

Tra le autorevoli voci che circolano ce n'è una secondo cui Feltri stesso (insieme a Daniela Santanché?) sarebbe il punto di raccordo di una cordata di imprenditori pronta a uscire allo scoperto. Domanda numero due: Feltri conferma? Il direttore risponde: «Sicuramente non sono uno che piange miseria. Ma scommettere ora sul mio ingresso in una cordata di imprenditori diventa veramente difficile. In ogni caso nessuno me ne ha mai parlato». Nel tardo pomeriggio, rispondendo alle domande dell'Ansa, il direttore aggiunge: «Io penso che, se anche cambiasse proprietà, il quotidiano non dovrebbe cambiare linea perché il rischio è di perdere il suo pubblico. Il Giornale ha una sua tradizione». Infine al tramonto arriva la dichiarazione di Paolo Berlusconi: «Con la direzione di Feltri e la nuova concessionaria di pubblicità, il Giornale si pone l'obiettivo di un equilibrio economico-finanziario nel breve periodo. In quest'ottica è possibile l'ingresso di nuovi imprenditori».

È il cartello Vendesi, insomma. Magari all'interno di uno schema in cui Feltri, come Roberto Colaninno con l'Alitalia fattasi Cai, potrebbe attirare attorno a sé un gruppo consistente di imprenditori amici. Una cordata amica di Berlusconi, dunque. Che consentirebbe ai Berlusconi di disimpegnarsi dalla proprietà del quotidiano.

La leggenda vuole che Indro Montanelli, quando il cdr del quotidiano doveva incontrare la proprietà, avvertisse sempre i suoi ragazzi: «A Berlusconi non chiedete soldi. Né aumenti di stipendio né buoni pasto. Puntate ad altro». Si riferiva all'indipendenza. Sedici anni dopo, l'epoca del «Giornale di Famiglia», con quella effe maiscola che rimanda ad Arcore, pare al canto del cigno.

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