1948, i comizi di Don Mazzolari

"Avvenire" 18 ottobre 2008

Giuseppe Giussani ( 18 ottobre 2008 )

Don Primo Mazzolari è un gigante del cattolicesimo democratico. Un uomo che non si è mai piegato. Un servo ubbidiente della Chiesa, di quella stessa Chiesa che non l'ha compreso se non dopo molto tempo. A Bozzolo un convegno per ricordare il suo 18 aprile.


A 60 anni di distanza Bozzolo ricorda con un convegno il 18 aprile elettorale di don Primo: dall’oratoria in piazza («Ma da sacerdote, non da galoppino») a favore della Dc al monito ai deputati appena eletti: «Siate grandi!»...

1948, i comizi di don Mazzolari

DI GIUSEPPE GIUSSANI

Nella lettera al suo vescovo, monsignor Cazzani, il 29 gennaio 1949, don Mazzo¬lari così scriveva: «Subito dopo la Liberazione ho fatto la campagna per sedare e svelenire gi animi da un antifascismo improvvisato quanto disumano, e fui uno dei primi ad affrontare sulle piazze ed in pubblici contraddittori il comunismo, guadagnandomi dai miei la qualifica di filo-comunista. Ho condotto tre campagne elettorali, non come ga¬loppino di partito, ma come sacerdote, fino a buttarmi via salute e cuore, e sono rimasto con i debiti delle auto non pagate dagli stessi comitati che mi richiedevano con urgenza disperata ». Bisogna però affermare subito che la presenza di don Mazzolari sulle piazze, dal 1946 al ’58, era sempre al di sopra di un partito, la Democrazia cristiana, perché la sua presen¬za era da lui considerata un momento del suo ministero di predicazione e un complemento dei suoi articoli sui giornali e dei libri. Dal 1945 al ’48 don Mazzolari scrisse con regolare frequenza sul settimanale della Dc milanese, Democrazia, venendo quasi a colmare lo spazio fra l’impegno della Resistenza e la pubblicazione della rivista Adesso.
Credo non sia facile pensare cosa sia stata la «politica» per don Mazzola¬ri, egli però sapeva conciliare il suo ministero pastorale con l’impegno politico perché – nel ministero – predicava la giustizia, parteggiava per i poveri, combatteva contro i potenti e si spendeva anche nell’area delle realtà terrene, sociali e culturali. Tuttavia non prese mai un posto nelle file di un movimento, non si iscrisse al Partito popolare e neppure alla Dc, aveva partecipato alla Lega democratica nazionale, nel 1921, perché lasciava piena libertà agli aderenti e per l’autonomia dall’autorità ecclesiastica. Nel pensiero di don Mazzolari permane una sublime utopia: il Vangelo come ragione d’essere della politica; ora, il Vangelo è certamente un annuncio di salvezza, ma non si impegna in scelte economiche e in equilibri politici o amministrativi; la sofferta partecipazione politica di don Mazzolari rivela perciò la sincera derivazione mistica della sua predicazione a tutti, anche ai parlamentari, ma rimane nella prospettiva disincarnata del progetto ideale, e qui egli rivela insieme il suo genio e il suo limite; l’esecuzione di un progetto evangelico può essere infatti un rompicapo e perfino un pe¬ricolo, se non si confronta con le circostanze concrete.
È forse opportuno ricordare, di quel periodo, il rapporto tra don Mazzolari e Guido Miglioli (1879-1954) sindacalista cattolico cremonese che aveva organizzato, negli anni ’20, un vasto movimento bracciantile nella bassa padana (leghe bianche) sostenendo l’unità con le leghe socialiste contro il fascismo. Costretto all’esilio nel 1926, Miglioli si recò in Russia e – tornato in Italia nel ’45 – scrisse Con Roma e con Mosca, in cui affermava, dopo la sua esperienza esistenziale, che era possibile la convivenza fra le due città cristiana e bolscevica. Nel 1946-47 vi fu uno scambio di articoli tra Mazzolari e Miglioli. Il 6 ottobre 1946 don Primo scrisse: «L’agitazione comunista non è l’azione nostra, però se la nostra azione e la nostra democrazia non saranno prese incandescenti dalla passione cristiana, l’azione e la democrazia avranno un’altra volta la peggio. Di fronte al comunismo un cristiano che non sia 'di più' è un perduto; l’amore più grande non fa soltanto l’idea, ma la rivoluzione più grande». La risposta di Miglioli fu far respirare l’anima cristiana nella ri¬voluzione comunista, e don Primo gli obiettò: «Non capisco perché un cristiano abbia bisogno di andare a prestito di rivoluzioni; voi parlate di rivoluzioni 'collettive', io propongo, col Vangelo in mano, la rivoluzione 'personale'».
Dei numerosissimi discorsi tenuti da don Mazzolari sulle piazze della Lombardia e dell’Emilia nel 1948, restò memorabile un contraddittorio con l’onorevole Montanari del Pci in piazza Sordello a Mantova, e un secondo a Rivarolo del Re con l’ex prete Vittorio Marazzi. Farò riferimento a un solo discorso: quello tenuto nella piazza del Duomo a Cre¬mona, l’8 aprile, davanti a seimila giovani lavoratori cristiani. Don Primo disse: «Siete qui non per una pa¬rata elettorale, ma per una professione di fede e dovete assumere po¬sizione nella svolta attuale della storia. L’impegno cristiano di oggi è nei tre avverbi: militantemente, urgentemente, decisamente. Oggi è una giornata facile; domani, di fronte all’odio, sentireste il costo della professione cristiana, ma solo ciò che costa è degno di essere amato... Mi auguro che la vittoria cristiana assicuri quello che in 20 secoli la Chiesa ha conservato: la dignità della persona umana». Una valanga di applausi mostrò l’apprezzamento entusiasta dei giovani.
Ma il suo vescovo come vedeva questi comizi elettorali? Monsignor Paolo Antonini, che è rimasto forse l’unico discepolo e amico ancora vivente di don Primo, ricorda queste sue parole: «Mi trattano come un cane: quando c’è bisogno, lo si chiama fuori dal canile per abbaiare, quando non c’è più bisogno, lo si rimanda dentro perché faccia silenzio». Forse, nell’esagerazione, c’è un briciolo di verità. Mi sembra di dover concludere con alcuni passi di una lettera aperta rivolta ai deputati e ai senatori cristiani appena eletti, pubblicata sul quotidiano cattolico di Bergamo il 27 maggio, col titolo: «Siate grandi!»: «Sono sicuro che non vi sentite degli arrivati, però la tentazione ci attende su ogni strada, anche su quelle imposteci dall’obbedienza, la quale, se non ci dà mano nel bene, non ci garantisce dal nostro male. Gli uomini che veramente valgono non rifiutano la responsabilità. L’aspetto, finora poco considerato, della spiritualità laica cristiana, va messo in luce se vogliamo liberarla da ogni residuo farisaico che, detestabile in religione, non lo è meno in politica. Siate dunque consapevoli dell’istanza presentata e dell’impegno ricevuto. Le Camere hanno un’aria mefitica e ci vogliono polmoni sani, se no, vi ammalate di parlamentarismo e delle sue adiacenze ministeriali... Dovete dar vita a un nuovo costume politico, aprire alla nuova tradizione. Siate grandi come la povertà che rappresentate!». Non so come queste parole siano state messe in pratica.


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