L'arte inglese di andarsene con eleganza

"La Stampa" del 13 maggio 2010

Richard Newbury ( 13 maggio 2010 )

"Abbiamo appena visto il cambio del premier britannico, al 10 di Downing Street, svolgersi con la stessa ritualità del cambio della guardia a Buckingham Palace...."

L'arte inglese di andarsene con eleganza



Abbiamo appena visto il cambio del premier britannico, al 10 di Downing Street, svolgersi con la stessa ritualità del cambio della guardia a Buckingham Palace.

E come quei soldati che sono appena tornati da una guerra sanguinosa in Afghanistan, così il primo ministro uscente e quello entrante hanno un «vero» lavoro da fare.

Harold Macmillan diede le dimissioni nel 1963 dal suo letto di ospedale. Subito un tecnico entrò nella sua stanza per staccare il telefono rosso, la linea diretta con il Cremlino. Appena un nuovo primo ministro entra a Downing Street il capo gabinetto lo conduce alla Cabinet Room per inviare ordini scritti a mano con le istruzioni per i capitani dei quattro sottomarini nucleari britannici nel caso il governo non esistesse più. Fatto definito, con pragmatismo inglese, dalla cessazione delle trasmissioni della Bbc. Fu in questo momento che un altro premier, John Major, tornò a casa per un weekend per decidere se accettare o no.

La buona educazione nel cambio della guardia segna il passaggio dalla politica all’arte del governo, dal capo tribale al leader nazionale. Un primo ministro con una maggioranza parlamentare è stato definito «un dittatore eletto» e così ha bisogno di una liturgia per rafforzarlo e allo stesso tempo ricordargli che ha assunto uno «straordinario», ma transeunte, potere.

Quanto temporaneo sia questo potere fu spiegato con la massima chiarezza a Winston Churchill che, dopo aver guidato il suo Paese da Dunkerque allo sbarco in Normandia e a Berlino, fu sconfitto a valanga alle elezioni subito dopo la guerra. Stalin naturalmente non poteva credere a quanto era successo. Ma queste sono le regole del gioco.

Le regole sono anche influenzate dalla forma del campo. Quando la Camera dei Comuni venne distrutta dal bombardamento nazista del 1941, ci fu un dibattito per decidere come ricostruirla. Doveva avere la forma di un ferro di cavallo? Essere moderna? Doveva restare a Londra? «Noi diamo forma ai nostri edifici e loro danno forma a noi», rispose Churchill. La camera dei dibattiti, una cabina in pratica, così piccola che quando è piena alcuni parlamentari devono sedere per terra, è l’istituzionalizzazione delle guerre civili del Seicento, e dal Settecento è diventata il campo di gioco del governo e dell’opposizione.

Le due linee rosse sul tappeto verde non possono essere oltrepassate. Sono alla distanza di una spada. La violenza del Question Time a cui si sottopone il premier, che non ha eguali nel mondo, è regolata dallo Speaker con norme severe e decoro. E nessuno discute con l’arbitro. Non per niente l’Inghilterra ha esportato in tutto il mondo sport come il rugby e il cricket. Uno può tirare una palla a 120 chilometri all’ora in testa del battitore, se lo fa rispettando le convenzioni e vestito decentemente. John Major, un premier che lasciò con eleganza, se ne andò a vedere un partita di cricket. Se Gordon Brown avesse continuato a impuntarsi contro la decisione dell’elettorato se ne sarebbe andato con ignominia e il peggiore degli insulti per un inglese: antisportivo.


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