L'Islam dolce del deserto

"Jesus" maggio 2010

Anna Pozzi ( 23 maggio 2010 )

"Da oltre 35 anni, 200 mila persone vivono in campi profughi allestiti nel deserto del Sud-ovest algerino. Sono i saharawi, un popolo che, da quando il Marocco ha occupato il Sahara Occidentale, è costretto a sopravvivere in esilio tra mille privazioni. Musulmani sunniti al cento per cento, i saharawi sono però un’isola felice di islam liberale e femminista in una regione che è preda dell’integralismo..."

REPORTAGE - SAHARA OCCIDENTALE

L'Islam dolce del deserto

Da oltre 35 anni, 200 mila persone vivono in campi profughi allestiti nel deserto del Sud-ovest algerino. Sono i saharawi, un popolo che, da quando il Marocco ha occupato il Sahara Occidentale, è costretto a sopravvivere in esilio tra mille privazioni. Musulmani sunniti al cento per cento, i saharawi sono però un’isola felice di islam liberale e femminista in una regione che è preda dell’integralismo.


Nel mezzo del nulla di questo deserto spazzato dal vento, poche casupole e qualche container segnano la presenza di alcuni militari. Il paesaggio è aspro e spoglio. Lo addolciscono solo alcune nubi svolazzanti, come pennellate d’acquarello che si infiammano al tramonto. Oquel soldato in preghiera, chino nella sabbia, che introduce un elemento inatteso di umanità e spiritualità in questo luogo così rude e inospitale.

La preghiera e il tè. Due riti che riportano a una normalità ritmata da gesti ripetitivi e confortanti, in una situazione che sembra aver perso ogni senso. Siamo a qualche ora di jeep da Tifariti, ai piedi di un muro che per 2.700 chilometri fende la regione occidentale del deserto del Sahara. E divide in due il suo popolo: i saharawi. Una parte nella zona cosiddetta «occupata» dal Marocco, nel Sahara Occidentale. Un’altra nei campi situati intorno alla città di Tindouf, nel Sud dell’Algeria. Circa 200 mila profughi e un Governo in esilio. Da quasi 35 anni. Da quando cioè, nel 1976, la Spagna lasciò il territorio del Sahara Occidentale e il Marocco lo occupò, bombardando la popolazione.



In attesa di un referendum promesso da vent’anni e mai realizzato, la situazione è così surreale e stagnante che si fatica a intravederne le vie di uscita. I saharawi perseguono tenacemente e con fierezza la via del negoziato e dell’azione non violenta, per «una causa giusta di libertà e legalità», come dice Mohamed Abdelaziz, presidente della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd). Intanto, però, non hanno definitivamente rinunciato all’opzione armata, come dimostrano questi presidi sparsi lungo la striscia di territorio cosiddetta «liberata», che corre tra Marocco e Mauritania sin quasi all’Atlantico. «Viviamo in una situazione di grave privazione», insiste il presidente che, come gran parte del suo popolo, vive in esilio, nel campo di Raboni. «Innanzitutto della nostra libertà: libertà di vivere nella nostra terra e di scegliere il nostro destino. Scopo fondamentale della nostra lotta è la riconquista di questa libertà. Nel frattempo, siamo costretti a vivere qui, dipendendo dagli aiuti umanitari. Chiediamo da anni un referendum giusto e trasparente, che permetta al popolo saharawi di esprimersi. Lo abbiamo fatto in modo pacifico. E continueremo a farlo. Anche se l’opzione armata non è stata del tutto abbandonata. Confidiamo, però, nel sostegno della comunità internazionale, perché quella dei saharawi è una causa giusta di libertà e legalità».

La comunità internazionale, però, non sembra preoccupata di trovare una soluzione per questo piccolo popolo. È più preoccupata semmai di non mettersi contro il Marocco. Che rivendica il Sahara Occidentale come parte integrante del Grande Maghreb, il sogno almovaride perseguito dal 1100, quando la dinastia dominava anche su parte della Spagna e dell’Algeria. Senza dimenticare che oggi questo sogno ha acquisito anche importanti risvolti economici, legati soprattutto allo sfruttamento dei fosfati (di cui è il terzo produttore al mondo) e del pescosissimo tratto di costa.

Ma se la questione economica è attualmente una delle più difficili da sbrogliare (benché spesso tacitata), non è certamente l’unica. Guardata in termini regionali e internazionali, la questione saharawi presenta anche alcuni elementi di interesse geostrategico, che potrebbero giocare a favore di questo popolo. Almeno è quanto pensa Omar Bouzid Mih, rappresentante della Rasd in Italia. Tornato in visita nei campi nelle scorse settimane, si appassiona attorno alla questione. Seduto sul tappeto di una delle classiche casupole del campo di Smara – che tutti continuano a chiamare tenda, in ricordo della tradizione nomade – espone le ragioni della politica. E introduce l’elemento religioso. Oggi più che mai "sensibile" in tutto il mondo, e inevitabilmente anche quaggiù, in fondo a questo deserto, che è diventato crocevia di trafficanti e terroristi.



«Da un punto di vista geopolitico», sostiene Omar, «dovrebbe essere nell’interesse di tutto il mondo il sostegno a un esperimento democratico come quello della Repubblica saharawi in una zona a rischio terrorismo come quella sahariana. In questi anni abbiamo dimostrato non solo di essere un popolo che ama la pace, ma anche di essere un movimento fatto di attivisti "laici" e di moltissime donne. Un’eccezione positiva in un’area dove si sta imponendo il fondamentalismo islamico». La cronaca di questi mesi conferma la sua ipotesi. Molti Paesi dell’area, ma soprattutto Mauritania, Mali e Niger, si confrontano con numerosi casi di rapimenti di occidentali da parte di gruppi affiliati ad Al Qaeda. Ma non è che la punta dell’iceberg di una più vasta penetrazione di frange di terrorismo islamista, spesso legato a traffici di armi e droga.


I saharawi sono un popolo arabo di origine yemenita, musulmani sunniti al cento per cento. Eppure stupisce il loro modo di vivere e praticare la religione, molto diverso, ad esempio, da quello degli ospiti algerini o dei popoli circostanti. Molto più aperto e tollerante. Anche perché molto più "femminile". Nei campi, infatti, una grande percentuale dei profughi sono donne e bambini. Molto della vita dei campi è sulle loro spalle. Donne fiere ed energiche, coraggiose e dinamiche. Come Nuena, che incontriamo nella sua "tenda" nel campo di El Aioum: «Sono fuggita nel 1976 dal Sahara Occidentale, sotto le bombe marocchine. Mio marito è stato ucciso. Noi siamo arrivati qui senza niente. Io e le altre donne abbiamo dovuto strappare i veli per coprire i nostri figli».


Nuena ha perso anche il secondo marito in guerra e il terzo è stato ferito. Ma nonostante le dure prove della vita, appare ancora oggi una donna estremamente energica e forte. «Noi donne», dice con grande dignità, «abbiamo accettato la sfida di assumerci grandi responsabilità in tutte le strutture della nuova Repubblica, per dare un futuro ai nostri ragazzi e trasmettere loro l’orgoglio di appartenere a questo popolo». Un compito che per lei non si è mai esaurito. E per dimostrarlo, interroga il nipote di otto anni, che nel nome di Allah onnipotente e misericordioso dichiara con fierezza la sua appartenenza al popolo saharawi, sventolando la bandiera della Rasd.

Come tutte le donne saharawi, Nuena si avvolge in un lungo velo leggero e colorato. Molte, specialmente le più giovani, quando escono in strada si nascondono completamente il viso, portando grandi occhiali da sole, e indossano persino dei guanti. Nemmeno un centimetro di pelle scoperto. Sembrano tanti fantasmi allegri e colorati, che svolazzano nelle vie polverose dei campi, spazzate dal vento del Sahara. Ma qui non c’entra la religione. Khadi, che ha 21 anni e un bimbo di 8 mesi, ammette arrossendo che è solo per bellezza, per mantenere il candore della carnagione, che recupera immediatamente non appena svanisce la timidezza. Anche sua sorella, che si scopre immediatamente il volto non appena entra in casa, ci bacia e abbraccia con grande calore, mostrando un bel viso luminoso e pallido, incorniciato da capelli corvini che sbucano da sotto il velo. Un vezzo, insomma. Che nulla toglie al loro impegno e protagonismo sia nella vita domestica che in quella pubblica. Dove le donne si battono a viso scoperto. In tutti i sensi. Perché ci mettono la faccia e il senso di responsabilità, nei molti incarichi che ricoprono.


Non mostrano certo un’immagine di donna sottomessa o subordinata. Al contrario. Anche se poi il peso della tradizione rimane forte anche qui. Tanti matrimoni, ad esempio, continuano a essere combinati dai genitori, quando le ragazze sono ancora giovanissime. Molto meno che in passato, però. Aminata lo dimostra: «Ho rifiutato la proposta di matrimonio, perché sono troppo giovane», afferma sorridente ma risoluta, mentre con maestria prepara il tè secondo il rito dei tre bicchieri: il primo amaro come la vita, il secondo dolce come l’amore, il terzo soave come la morte. Per il momento non è interessata a sposarsi. Ci penserà più avanti, lasciando chiaramente intendere che il marito vuole sceglierselo lei, come avviene già in molti altri casi.

Le cose stanno cambiando in fretta anche qui. In un senso come nell’altro. E se il padre di Khadi ha potuto avere dieci mogli e svariati figli (dilapidando il suo "patrimonio" di cammelli, fa notare la figlia), oggi le ragazze sono più libere di fare le proprie scelte. Anche perché più istruite. Se c’è, infatti, un settore in cui i saharawi, con l’aiuto di varie associazioni internazionali (italiane comprese), hanno investito con grande impegno, è proprio quello dell’istruzione.

D’altro canto, però, cominciano a serpeggiare anche qui correnti islamiche più radicali e intolleranti, che non appartengono alla tradizione di questo popolo che, come ama sottolineare Omar, è molto religioso, ma ha dato dimostrazione di «una capacità di organizzazione molto "laica" e molto femminile». Eppure, le moschee, che neanche esistevano sino a qualche anno fa, iniziano a sorgere un po’ ovunque e i minareti a punteggiare i diversi campi. Alcuni hanno iniziato a portare lo cheche (il turbante) in maniera un po’ differente, si vedono più barbe che in passato e capita che qualcuno chieda di spegnere la radio quando sale in macchina. Rachid si lamenta per come stanno cambiando le cose. Lui in moschea non ci va, ma la persona che distribuisce l’acqua – bene estremamente scarso e dunque preziosissimo nei campi – si è rifiutata per ritorsione di rifornire la sua famiglia. Rachid ha dovuto mobilitare la municipalità per riavere l’acqua, ma questa storia non gli piace proprio. Dice che sono comparsi anche nuovi imam più rigidi e intolleranti, le cui prediche hanno una certa presa, specialmente su molti suoi coetanei.

I giovani crescono senza futuro. Questo è il problema di fondo. Nati nei campi profughi, non hanno molte alternative: o si arruolano volontariamente e per tutta la vita nell’esercito saharawi (cosa che peraltro continuano a fare con orgoglio) o non hanno molte altre prospettive, se non il sogno di andare un giorno all’estero. Già oggi c’è una vasta diaspora saharawi, presente soprattutto in Spagna, che con le proprie rimesse consente la sopravvivenza di molte famiglie rimaste sia nei campi che nella zona «occupata».

Awalla, rappresentante del Fronte Polisario e nostra guida, minimizza: «Sono solo piccoli segni non significativi», dice. E lui, infatti, alla moschea continua a non andarci, come del resto la maggior parte della gente, che vive la religione in maniera profonda, ma molto personale. «I saharawi», aggiunge, «sono un popolo pacifico, aperto e tollerante. E il nostro Governo ci tiene a marcare questa differenza, in una regione dove le cose sono molto cambiate negli ultimi anni». Ma anche se ci tengono a non farlo vedere, questi cambiamenti li preoccupano molto. Specialmente quando accompagnano ospiti stranieri verso i confini con la Mauritania. Quest’anno, ad esempio, niente notte nel deserto, per la folta delegazione di italiani e spagnoli che, dopo la Sahara marathon dello scorso 22 febbraio, si sono fermati qualche giorno per conoscere la realtà dei campi. Solo un tè sulle dune, scortati dai militari.

I dirigenti saharawi sono attenti a scongiurare qualsiasi tipo di incidente. Anche perché la propaganda marocchina ha cominciato da qualche tempo a dipingerli come possibili terroristi. Dopodiché lo stesso Marocco, che ha avviato le procedure per l’ammissione all’Unione Europea, ostentando l’immagine di Paese tollerante, non si è fatto troppi scrupoli a espellere, lo scorso marzo, 26 cristiani stranieri perché – secondo il Ministero dell’interno – colpevoli di «scuotere la fede dei musulmani» e di fare «proselitismo». Nel complesso e contradditorio scenario di questo angolo di Sahara, dunque, ci si può aspettare tutto e il contrario di tutto. Una delle poche certezze è la colpevole indifferenza con cui la comunità internazionale continua a lasciare incancrenire la causa del popolo saharawi.

Sempre in bilico la sorte del Sahara Occidentale
«È mia intima convinzione che, grazie alla buona volontà di ciascuno, arriveremo a risolvere questa questione, che pesa sulla regione da 35 anni». Così il rappresentante del segretario generale dell’Onu, Christopher Ross, si esprimeva in occasione della tournée realizzata a fine marzo in Marocco e nei campi profughi di Tindouf (oltre che in Algeria e Mauritania). Ma a fronte delle dichiarazioni ottimistiche di Ross, pesano quelle molto severe del Marocco. Che, per voce del suo ministro degli Esteri, Taïeb Fassi Fihri, ha dichiarato senza troppi giri di parole che «i vecchi schemi (ovvero il referendum per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, ndr) sono definitivamente messi da parte e l’indipendenza è impossibile». Il Marocco rilancia la carta di una larga autonomia per la regione sotto la propria sovranità.

Risposta altrettanto dura da parte saharawi, i cui rappresentanti insistono sulla «imperiosa necessità» che tutti i negoziati avvengano sotto l’egida dell’Onu e senza precondizioni. «Le parole dei responsabili marocchini», ha affermato l’incaricato saharawi dei rapporti con la Minurso, Mohamed Kheddad, «sono un’offesa per l’Onu che deve rispondere. È un duro colpo per gli sforzi di Ross e un affronto per tutta la comunità internazionale». Sta di fatto che, sin dal 1963, il territorio del Sahara Occidentale continua a essere inserito nella lista Onu dei Paesi in «attesa di decolonizzazione».























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