Immigrazione

"Famiglia Cristiana" n. 43 del 26 ottobre 2008

Fulvio Scaglione e altri ( 26 ottobre 2008 )

Questa settimana Famiglia Cristiana pubblica un interessante servizio sull'immigrazione. Parte con una intervista a Maurizio Ambrosini docente dei processi migratori in Cattolica e, arricchisce il pezzo, con altri articoli che mettono in luce come, il nostro Paese, non si rende conto che senza gli immigrati avrebbe già chiuso "bottega" e questo alla faccia dei leghisti e di tutti i benpensanti che li votano rispondendo a quei "richiami della foresta" che i loro semplici e semplificati messaggi fanno.

a cura di Fulvio Scaglione

IMMIGRAZIONE

Se non ci fosse Mohammed
(e José, Natasha, Goran...)
Per l’Italia, l’immigrazione non è un lusso ma una vera necessità. Settore per settore, i dati che lo dimostrano.

La questione immigrazione è decisiva per l’Italia. Lo dicono tutti, anche i demagoghi. Ma è basilare intendersi su un punto: senza il lavoro degli immigrati la nostra società si ferma. Rumore di ferraglia e via: ospedali in crisi, anziani soli, prezzi dell’edilizia alle stelle, lavoro nei campi da reinventare. Date un’occhiata a quel che segue e vedrete. Se non si parte da qui, son tutte chiacchiere. L’Italia, per fortuna, non è (ancora?) un Paese razzista.
Gli immigrati che avevano voglia di faticare si sono inseriti. Ma sapete che succede? Ora con il loro lavoro contribuiscono per il 6,1% al Prodotto interno lordo, alla ricchezza nazionale. Ci piace essere più poveri? Basta dar loro una buona ragione per andare altrove.
Il 25% degli immigrati lavora di notte o di domenica, fa ciò che i nostri figli non vogliono più fare. È giusto così, si deve partire dal fondo della fila? Forse. Bisogna stabilire regole precise? Certo. Basta, però, con lo snobismo da ragazzini, che senza l’ucraina il nonno dove lo metto e però con tutti questi stranieri, non se ne può più... È ora di diventare un Paese maggiorenne.

F.S.


Lo aveva scritto dieci anni fa: gli immigrati sono "utili invasori". Il professor Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia dei processi migratori alla Statale di Milano, si gira in mano quel suo libro di allora e ripropone il medesimo concetto: «Sono necessari, ma non benvenuti».
• Perché, professore?
«Abbiamo voluto braccia e sono arrivate persone. Sono indispensabili, ne abbiamo disperatamente bisogno, ma resistiamo a riconoscere a loro cittadinanza sociale».
• Cioè l’economia li domanda, ma la società li respinge?
«Guardi che è una mezza verità. L’immigrazione come fantasma inquietante e minaccioso è un’invenzione di chi cerca consenso per altri motivi. L’atteggiamento della gente è più pragmatico, flessibile e disponibile, soprattutto verso le immigrate. Sono le famiglie, in sostanza, ad alimentare l’immigrazione irregolare, se hanno problemi di assistenza agli anziani o ai bambini; e sono le famiglie, giustamente, a fare pressioni per le sanatorie».

• E dal punto di vista dell’economia?
«Anche qui le questioni sono complesse. Il ricorso al lavoro dell’immigrato irregolare consente di tenere basso il costo del lavoro, e quindi di far restare in vita attività che altrimenti rischierebbero di scomparire, trascinando nel baratro anche lavoratori italiani. Poi c’è tutta quella domanda che chiamo di lavoro servizievole, cioè miriade di lavori debolmente qualificati, senza i quali la nostra società si fermerebbe».
• Per esempio?
«Addetti alle pulizie, custodi, imbianchini, autisti, baby sitter, colf, lavanderie, camerieri, parrucchieri, mense, tavole calde, fast food, bar. Insomma quel proletariato dei servizi senza il quale la nostra economia va in stallo».
• Ma sono lavoratori o la loro condizione è vicina a quella degli schiavi?
«No. Sono lavoratori con un livello di diritti inferiori ai nostri. Assomigliano ai meteci della democratica Atene, cioè lavoratori stranieri, tollerati perché utili, ma senza diritti politici. Godono della pensione e dell’assistenza sanitaria ma non hanno il diritto di vivere con la propria famiglia. Il ricongiungimento familiare è un diritto che tutte le Corti di giustizia hanno imposto ai Paesi occidentali. Il Governo italiano recentemente lo ha negato, come fanno i Paesi del Golfo. Il modello che stiamo adottando non è quello degli Stati Uniti o del Canada, ma quello dell’Arabia Saudita».
• Senza immigrati che cosa accade?
«L’edilizia va in crisi oppure i costi sarebbero elevatissimi e il rispetto dei tempi impossibile. Le Olimpiadi di Torino non si sarebbero mai fatte, visto che al gioco dei subappalti hanno partecipato più di mille piccole imprese rumene. Le famiglie sarebbero in crisi senza badanti, gli ospedali avrebbero seri problemi. Ma nessuno ha il coraggio di riconoscerlo e anche nell’uso delle parole c’è una violenza simbolica contro gli immigrati».
• In che senso?
«Prenda le badanti. Fanno molto di più che badare, fanno vera e propria assistenza, a volte anche medica. Eppure a noi piace solo l’immigrato che lavora duramente, senza osare chiedere maggiore qualificazione. Integrazione nella nostra società deve essere sinonimo di sottomissione. L’immigrato va bene dalle 8 alle 18. Poi deve sparire perché disturba, non lo vogliamo vedere al bar, non lo vogliamo nei parchi nel fine settimana. Ecco perché approviamo la creatività razzista dei sindaci sceriffi».
• Si potrà superare questa situazione?
«Credo che un giorno gli immigrati presenteranno il conto, alla fine si organizzeranno anche politicamente. E non è detto che sarà meglio. Con questa politica intrecciata di minacce e di ostilità ci stiamo preparando un cattivo futuro. Uno sciopero degli immigrati metterebbe in ginocchio il Paese».
• Il diritto di voto potrebbe migliorare la situazione?
«Credo di sì. Al tempo dell’immigrazione dal Sud verso il Nord industriale si presentavano gli stessi problemi: sicurezza, ghetti, resistenze all’integrazione. Ma i "terroni" votavano e questo ha impedito ai sentimenti più cattivi dell’opinione pubblica di salire ai piani alti della politica. Se gli immigrati potessero votare si accrescerebbe il livello generale di civiltà nel dibattito su molti temi. Sarebbe un incentivo verso una integrazione più rispettosa della realtà dei fatti ed efficace».

Alberto Bobbio


Il "magutt" non parla più italiano
Se non ci fossero "loro", l’Italia dell’edilizia crollerebbe come un castello di carta. "Loro" sono gli extracomunitari che lavorano nei cantieri italiani, prevalentemente romeni, albanesi e marocchini, un esercito di 250 mila magutt (muratore), di cui la metà al Nord. In percentuale sono il 15% del totale dei lavoratori di questo comparto. In ascesa anche gli imprenditori extracomunitari, circa 74 mila, pari al 6% del totale.
Non c’è settore meglio delle costruzioni a dimostrare che gli stranieri sono una risorsa. Secondo uno studio pubblicato nel marzo scorso da Anaepa e dall’Ufficio studi della Confartigianato, negli ultimi due anni sono "usciti" dai cantieri 33 mila italiani e sono entrati 35 mila stranieri. Secondo Stefano Bastianoni, presidente dell’Anaepa, «sempre meno giovani sono attratti da questo mestiere». E così arrivano gli extracomunitari, che tra l’altro contribuiscono a tenere basso il costo della manodopera. Impressionante il numero di incidenti sul lavoro: l’ultimo dato parla di 5 mila nel 2004. Per non parlare del sommerso, che al Sud tocca punte del 22%. Insomma, gli immigrati non rubano il posto a nessuno ma sopperiscono all’abbandono degli italiani: la sostituzione è quasi perfetta. E siccome i prezzi del mattone, almeno fino a oggi, non sono certo andati in discesa, ed essendo rimasto intatto (anzi, diminuendo) il costo del lavoro, indovinate chi ne ha tratto maggior vantaggio?

Francesco Anfossi

Ragazzi, dove sarà finita l’Inter?
Facciamo un gioco: stacchiamo dall’album dei calciatori le figurine degli stranieri prima dell’ottava giornata e vediamo che succede. Tanto per cominciare, non ci sarebbe l’Inter. Cioè sì, ci sarebbe. Ma con una rosellina striminzita a sette petaluzzi: tre in procinto di appassire (Materazzi e i due portieri di riserva sono "over 35") e tre chiusi sul bocciolo (i difensori Davide Santon, 17 anni, e Andrea Mei, 19, e il centrocampista Francesco Bolzoni, 19, non hanno ancora assaggiato il prato di San Siro). Resta Mario Balotelli (che però di cognome sui documenti fa ancora Barwuah), nato a Palermo da genitori ghanesi, cittadino italiano da due mesi e mezzo, l’unico italiano con Materazzi abbastanza titolare. Una mezza squadra in autogestione, perché The Special One Mourinho sarebbe rimasto a far lo splendido in Portogallo.

Le cifre della Lega Calcio parlano di 351 stranieri in Serie A (stagione 2008/09), di cui 147 extracomunitari, su un totale di 2.501 tesserati. Se ne percepiamo di più dipende dal fatto che dei 2.501 solo una parte finisce in rosa. Appena 360 si spalmano tra campo e panchina a ogni giornata di campionato e raramente gli stranieri, spesso comprati a peso d’oro, finiscono in tribuna. Il rapporto 2008 sul mercato del lavoro dei calciatori europei (fatturato complessivo: 13 miliardi di euro annui) calcola al 36,4% la percentuale degli stranieri nel campionato italiano 2007/08, cresciuti dal 2006/07 del 7,5%. «Senza stranieri» spiega Raffaele Poli, collaboratore scientifico del Centro internazionale degli studi sullo sport, «impoverirebbero tutte le principali leghe europee: solo il campionato francese guadagnerebbe in spettacolo trattenendo i suoi giocatori. L’Italia perderebbe: gli italiani all’estero sono appena una ventina. In Premier League la percentuale di stranieri sale al 60%, gli inglesi all’estero sono appena un paio. Se si chiudessero le frontiere il campionato più bello del mondo sarebbe in Brasile».

Elisa Chiari

La badante torna a casa, il Welfare crolla
In un breve arco di anni, le badanti sono diventate una presenza insostituibile per molte famiglie italiane. Ormai è normale vedere per strada una persona anziana che procede affiancata e sostenuta da una giovane donna non italiana.
Le cifre che le riguardano sono più stime che dati puntigliosamente verificabili, perché la maggior parte di loro lavora in nero. E lavora in nero perché è clandestina. Numeri recenti sono stati elaborati dall’associazione dei consumatori Adoc: sarebbero 1 milione e 700 mila le collaboratrici familiari immigrate, tra le quali le badanti rappresentano la maggioranza; 1 milione e 50 mila famiglie le impiegherebbe in modo irregolare. «Non è che i datori di lavoro non vogliano metterle in regola, ma non c’è la possibilità», precisa il presidente di Adoc, Carlo Pileri. «Le badanti rappresentano un aiuto importante non solo per le famiglie, che altrimenti dovrebbero abbandonare a sé stesse persone anziane o non autosufficienti, oppure farle ricoverare in cliniche specializzate a costi altissimi. Sono una risorsa fondamentale anche per la società, tra un sistema sanitario come il nostro che ha grossi problemi, e Regioni che non ce la fanno a sostenerne i costi. Se si riversassero sulle strutture pubbliche centinaia di migliaia di persone che non potessero più stare a casa assistite dalle badanti, probabilmente salterebbe il sistema sanitario. Si dovrebbe favorire, e non ostacolare, le pratiche di messa in regola».
Così non è, al momento. Nell’ultimo decreto flussi sono previsti 65 mila ingressi per colf e badanti extracomunitarie, e il ministro dell’Interno Maroni ha confermato di non volere sanatorie. Quindi, da un lato il Welfare nazionale avrebbe un colpo durissimo se venissero rimpatriate, dall’altro lo Stato non intende favorirne la regolarizzazione. «E pensare che ne avrebbe un risparmio di 44 miliardi e 200 mila euro», aggiunge il presidente dell’Adoc. «Ai contributi e alle tasse che verrebbero pagati, va aggiunto il risparmio per il servizio sanitario su costi di ricovero che, altrimenti, sarebbero a carico della collettività. Oltre al vantaggio di persone che lavorano in regola, e vengono considerate importanti e leali, come sono in realtà».

Rosanna Biffi

Infermieri? Prepariamoli perché senza di loro...
Brutta cosa trovarsi in sala operatoria, già pronti con la pre-anestesia, ed essere mandati indietro perché la ferrista è sparita. Ma se l’esercizio, per fortuna solo teorico, di immaginare ospedali e ricoveri senza infermieri extracomunitari continuasse, bisognerebbe immaginare anche campanelli che trillano in corsia senza risposta o malati in barella senza qualcuno che li spinga.
Quasi 13 mila infermieri, infatti, provengono da Paesi extracomunitari, oltre 5 mila dall’Europa, quasi 3.500 dall’America del Sud, circa 1.500 dall’Asia e altrettanti dall’Africa. «Anche se sono una minoranza rispetto al dato globale dei 364 mila iscritti all’Albo, la presenza di questi colleghi è assolutamente necessaria», commenta Annalisa Silvestro, presidente della Federazione nazionale collegi Ipasvi e direttore del Servizio dell’assistenza dell’azienda Usl di Bologna. «Secondo i dati Ocse sulla presenza media degli infermieri, nel nostro Paese, ultimo in Europa con Grecia e Turchia, mancano all’appello circa 60 mila addetti. Non si potrebbe fare a meno di questi colleghi, il cui ingresso non a caso non è contingentato. Sono presenti tra l’altro soprattutto nelle strutture residenziali per anziani e nelle residenze sanitarie assistite in cui ci si prende cura anche di malati cronici e persone con handicap, che costituiranno sempre più un’area problematica dell’assistenza».
È proprio in queste strutture, tuttavia, che talvolta si raccoglie qualche diffidenza e lamentela nei confronti degli infermieri stranieri: «Imparare la lingua è indispensabile in un ambito così delicato. Il riconoscimento del titolo di studio per i non comunitari prevede un esame che riguarda l’italiano e le norme inerenti la professione e deontologiche. Per questo motivo organizziamo corsi di preparazione, ma auspichiamo anche che il Governo si faccia carico di dare nuovo impulso a una professione di grande rilevanza sociale, tenendo presente il tema dell’integrazione ma anche la tutela della salute dei cittadini».

Renata Maderna e Rosanna Precchia

O i piccoli stranieri o 30 mila classi in meno
Nei panni del professore protagonista del film La classe, documentario realistico, anzi reale, sulla scuola multietnica premiato a Venezia, dev’essere fortissima la tentazione di sognare un’aula di studenti tutti francesi madrelingua da generazioni, dove a nessuno verrebbe in mente di chiedere il significato della parola "austriaca". Sarebbe un sogno comprensibilissimo, anche sapendo che alla fine del film il migliore della classe sarà il ragazzo cinese, non padronissimo del francese, ma ben educato e motivato.
Trapiantare la storia dal cinema francese a una classe multietnica di una grande città italiana di oggi o del futuro prossimo appare assai verosimile. Tutto torna, fatica compresa. Eppure immaginare una scuola italiana cui siano improvvisamente sottratti gli alunni stranieri vorrebbe dire figurarsi uno scenario tutt’altro che rassicurante, anzi.
Secondo i dati forniti dal ministero dell’Istruzione, gli alunni stranieri nelle scuole italiane sono stati quasi 575 mila nel 2007/2008 e, in base alle proiezioni sarebbero 614 mila nell’anno in corso (6,4%). Sapendo che la media di alunni per classe è di 20,8, "togliere" gli stranieri vorrebbe dire eliminare di colpo quasi 30 mila classi. In base al rapporto docenti/alunni attuale (1/11), quasi 56 mila insegnanti rimarrebbero "senza studenti", con conseguenze facili da immaginare. Non è fantascienza, già oggi i figli degli immigrati stanno salvando le elementari dal crollo.
Nel documento del Ministero sulle dotazioni organiche della scuola statale 2008/09 si legge: «Nelle regioni settentrionali e centrali dove è sensibile l’aumento della popolazione scolastica straniera, il numero delle classi è in aumento, mentre nelle aree meridionali e insulari, dove è scarsa la presenza straniera, il numero di classi della scuola primaria continua a essere in decremento». L’effetto descritto è evidente alle medie: le classi sono 613 in più rispetto all’anno scorso al Nord e 600 in meno al Sud, quanto basta per trasformare il sogno "senza stranieri" in un incubo.

E. Chi.

Se sparisce il Sikh, chi munge la mucca?
Se di colpo incrociassero le braccia non avremmo più il latte fresco ogni mattina, i pomodori marcirebbero nei campi, gli allevamenti zootecnici crollerebbero. Esagerazioni? Mica tanto. Basta dare un’occhiata ai numeri. Sono 98 mila gli immigrati che lavorano nelle campagne. Vengono prevalentemente dall’India, dal Nord Africa e dall’Europa dell’Est.
Gli indiani sikh, per esempio, sono presenti nelle fattorie della provincia di Cremona dove hanno sostituito i bergamini locali nella mungitura. I residenti sono già 4.941, di cui circa 3 mila impegnati negli allevamenti, su 11 mila addetti totali del settore. «La presenza sul nostro territorio di lavoratori extracomunitari e, in particolare, sikh nel comparto agricolo e agroalimentare è di fondamentale importanza», dice il presidente della provincia Giuseppe Torchio. «Gli indiani sik, che provengono dal Punjab, si sono ben integrati e mostrano professionalità nonché dedizione nella conduzione di allevamenti e aziende agricole», aggiunge Torchio. «Il dialogo interreligioso e l’integrazione con le comunità locali non ha mai posto problemi. Con quattro Comuni abbiamo perfino costruito un tempio tutto per loro».
A confermare la presenza insostituibile degli immigrati nel settore agricolo è Stefano Masini, responsabile economico di Coldiretti, che dall’VIII Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio lancia un appello affinché il Governo prenda coscienza della «preziosa opera di tanti lavoratori specializzati e qualificati, con grandi competenze, in grado di integrarsi insieme con le loro famiglie nelle zone interne del Paese».
Insomma, pensare di fare a meno di migliaia di braccia che giungono dall’estero è un’utopia. Lo dicono i numeri. «Non esiste alternativa, proprio per il peculiare modello agricolo italiano», sostiene Masini. Oltretutto, sono in aumento le imprese agricole condotte da extracomunitari (+26,3% negli ultimi cinque anni): 6.747 aziende che danno lavoro anche a molti italiani.

Giuseppe Altamore

5 miliardi di euro ai nostri pensionati
Lo straniero? Fa bene al futuro dell’italiano. Basta calcolare i contributi pensionistici che versano i lavoratori extracomunitari. L’Inps ha fatto i conti: nel 2007 5 miliardi di euro, derivanti da un reddito complessivo per i lavoratori dipendenti stranieri di circa 21 miliardi. Da questa stima sono esclusi i lavoratori agricoli e domestici, che nel 2004 erano già 336.524, e gli imprenditori in proprio. Se poi facessimo riferimento al reddito reale, compreso cioè il sommerso, la cifra salirebbe di molto. La vera sfida è far uscire alla luce del sole il sommerso, non varare norme che ostacolano l’ingresso regolare in Italia per motivi di lavoro.
Ci guadagnerebbero anche le casse dell’Inps. E siccome il sistema pensionistico italiano è in larga parte a ripartizione (in pratica, quelli che lavorano pagano le pensioni a quelli usciti dal mondo del lavoro), si può dire che molti pensionati perderebbero la loro rendita (o sarebbero costretti ad abbassarla) se sparisse l’esercito di immigrati residenti in Italia che versa contributi all’Inps. In più, i lavoratori stranieri sono giovani (il 72% ha meno di 40 anni) e quindi garantiscono al sistema pensionistico un roseo futuro.
Francesco Anfossi

Ma che razza di preti: i "don" stranieri
Sono oltre 1.500. «Fornire dati precisi è difficile: parliamo di una realtà in continuo divenire, solo stamane ho firmato tre convenzioni», precisa don Gianni Cesena, direttore dell’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese della Cei.
Il numero dei sacerdoti stranieri che vivono e operano nel nostro Paese ha assunto dimensioni rilevanti. «Un terzo è rappresentato da studenti iscritti alle Facoltà teologiche che, nel tempo libero, si rimboccano le maniche all’interno delle nostre comunità ecclesiali», prosegue don Cesena. «I due terzi sono composti da sacerdoti direttamente impegnati nella pastorale come parroci, viceparroci o come responsabili di alcuni settori specifici: penso, ad esempio, al confratello indiano nominato direttore dell’ufficio missionario di Albenga».
«Circa la provenienza, dominano l’Europa dell’Est e l’Africa», sottolinea don Cesena: «I polacchi sono più di 60, molti i rumeni, e molti i sacerdoti che arrivano dalla Repubblica democratica del Congo. Ma sono numerosi anche gli asiatici (India, Sri Lanka, Filippine) e i latinoamericani».
La scarsità di vocazioni italiane allarma. «Fin troppo», osserva don Cesena. «Dobbiamo passare da un’affannosa logica del bisogno ("occorre tappare i buchi, rivolgiamoci all’estero"), a una logica più evangelica: lo scambio tra Chiese è un arricchimento reciproco. Questa nuova mentalità si sta sempre più affermando. Così come aumenta la consapevolezza che questi sacerdoti vanno formati per garantire loro un inserimento non traumatico. Ed efficace».
«Non basta insegnare un po’ d’italiano e via. Dal 1997, organizziamo appositi corsi su mandato della Cei», conclude don Maurizio Cuccolo, direttore del Cum, il Centro unitario per la cooperazione missionaria fra le Chiese che ha sede a Verona (045/89.00.329). «Quest’anno, al programma di primo livello (15 giorni, a settembre) ne affianchiamo uno di approfondimento (20-31 ottobre). Dopo l’arrivo di cappellani di gruppi etnici, dopo il massiccio ingresso di religiosi stranieri, stiamo passando a una gestione più programmata del fenomeno».

Alberto Chiara





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