Tirolo & Sacro Cuore, l’epopea di Hofer

"Avvenire" del 2 giugno 2010

Diego Andreatta ( 02 giugno 2010 )

"Bollati come «briganti» e «fanatici» o addirittura dimenticati. Gli insorgenti, i capipopolo che nell’Italia preunitaria cercarono di opporsi all’invasione napoleonica e alle sue mire anticattoliche, per la storiografia ufficiale non sono mai esistiti...."

Tirolo & Sacro Cuore, l’epopea di Hofer

Bollati come «briganti» e «fanatici» o addirittura dimenticati. Gli insorgenti, i capipopolo che nell’Italia preunitaria cercarono di opporsi all’invasione napoleonica e alle sue mire anticattoliche, per la storiografia ufficiale non sono mai esistiti. Ma da qualche anno la ricerca va scoprendo finalmente il ruolo di personaggi come Natale Barbieri a Pavia o Branda Lucioni in Piemonte, che hanno affrontato le armate rivoluzionarie per difendere il diritto di vivere secondo la propria fede.

Uno di loro, finora completamente ignorato dai manuali scolastici, trova finalmente un riconoscimento oltre i confini del suo Tirolo a 200 anni da quando venne fucilato a Mantova per ordine di Napoleone, mentre teneva fra le mani il crocifisso ornato da un mazzetto di fiori: «Io sto davanti a Colui che mi ha creato – confessava di fronte al plotone – ed in piedi voglio consegnargli la mia anima». Si chiamava Andreas Hofer, veniva da un paesino della Val Passiria, morì il 20 febbraio 1810 a soli 42 anni.

Non era un militare di professione, ma un umile oste della periferica valle a nord di Merano che per oltre un decennio aveva guidato i tirolesi per liberare dalle truppe franco-bavaresi il suo amato Tirolo, passato dall’Austria alla Baviera dopo la terza guerra di coalizione. «I tirolesi che nel 1809 presero le armi contro l’imperatore Bonaparte combatterono, soffrirono e morirono non per un vago ideale, ma per difendere qualcosa di molto concreto, a cominciare dalla libertà religiosa, ossia la possibilità stessa di accedere ai sacramenti, di avere per se e per i propri figli un’istruzione cristiana, di poter trasmettere e comunicare liberamente la fede stessa».

Lo sottolinea Paolo Gulisano nella biografia uscita per il bicentenario (Andreas Hofer. Il Tirolese che sfidò Napoleone, Ancora, pp. 154, euro 14), che riesce a far emergere nell’esperienza hoferiana il duplice intento della difesa della fede e dell’amore alla propria patria, «una posta in gioco che – come compresero anche gli altri insorgenti – oltrepassa di molto i confini della parrocchia e assurge a valori universali».

Medico e storico appassionato da vicende minori ma emblematiche come queste, Gulisano toglie l’alone leggendario che circonda il «Barbòn» di San Leonardo in Passiria, lo colloca nella cornice del cattolicissimo Tirolo («risparmiato» nel 1796 dalle truppe napoleoniche, tanto che ancora oggi si ricorda ogni anno con i fuochi sui monti dell’Alto Adige il voto pronunciato quel 3 giugno nel Duomo di Bolzano).

Quel contadino tirolese dalla coerenza cristallina rimane nel giudizio storico un personaggio complesso come le sue imprese, ma Gulisano non scende nella polemica politica o nella confutazione delle letture storiche che hanno mitizzato o ridimensionato Andreas Hofer: quella tedesco-tirolese con finalità nazionaliste e anti-italiane e quella italiana per motivi opposti, quella cattolico tradizionalista di reazione soltanto antilaicista e quella ecologista in chiave antimoderna. «Tutte queste sono interpretazioni parziali – taglia corto Gulisano fin dalla prime pagine del suo testo, divulgativo ma appassionante – Hofer fu un eroe della fede, ma anche della libertà e dell’autonomia. Eroe della tradizione, anche se venne lasciato solo nel momento decisivo da quel trono che pure difendeva.

Fu un eroe germanofono, ma amico, alleato e fratello dei trentini». Parlano gli episodi, gli scritti agli amici, le prove di una vita avventurosa come un romanzo, cominciata al maso Sandhof in quella famiglia numerosa (sei figli) e devota al Sacro Cuore. Un uomo «profondamente onesto e ragionevole, buono, gentile e sereno, delle volte anche spiritoso – lo descrive un compaesano, lo confermeranno gli storici – ma sempre guidato da un senso pio e cristiano». Fedele alla barba, voluta per scommessa, alla cintura di cuoio e al cappellaccio sul quale aveva appuntato l’immagine della Madonna, il coriaceo Andreas colpisce i suoi biografi per le doti di leader carismatico che sa reagire anche al «tradimento bavarese» del 1805 quando il trattato di Presburgo affida il Tirolo al re Massimiliano di Baviera, «un burattino nelle mani di Napoleone» che cerca di piegare i cattolici tirolesi scagliandosi contro le tradizioni religiose più care al popolo.

Hofer condivide lo sdegno dei suoi conterranei («Amici, bisogna pregare – scrive – giacché è assai grande il pericolo che corre la fede») e quando l’Austria nel fatidico 1809 torna a dichiarare guerra ai franco bavaresi organizza le sue truppe contadini, ottenendo – anche con ingenti perdite – la prima di una serie di tre vittorie sul Bergisel, il colle che domina Innsbruck. «Per Dio, per l’imperatore e per la patria» restò il suo motto quando fu nominato comandante supremo del Tirolo, orgoglioso di un corpo militare volontario, gli Schützen, destinati «alla sola difesa territoriale, in caso di legittima difesa» e circondato da coraggiosi ufficiali di paese nominati sul campo. Centinaia di iniziative, con intitolazione di vie e piazze, hanno reso quest’anno una star l’oste della Passiria anche nei luoghi della memoria: dall’eremo santuario di san Romedio in Val di Non, dove si recò più volte in pellegrinaggio con la moglie Anna e i sette figli, fino alla cittadina di Ala dove la Provincia di Trento gli ha dedicato una targa per il suo atto di generosità durante la notte passata da prigioniero a palazzo Taddei: «S’accorse che i suoi carcerieri si erano addormentati e stavano per morire nel sonno a causa delle velenose esalazioni del fuoco del caminetto.

Avrebbe potuto liberarsi e fuggire: Andreas preferì invece dare l’allarme, svegliare i suoi aguzzini e salvarli da sicura morte». Fra gli estimatori che hanno reso omaggio alla tomba di Hofer a Innsbruck c’è stato anche Albino Luciani, che nel 1964 in una delle sue lettere agli «Illustrissimi» esaltò l’eroismo, «gentile e insieme cristiano» di quest’eroe «dalla fede cristiana, tutta d’un pezzo» che seppe difendere la propria identità senza però contrapporla a quella di altri. Ma la lettura più condivisa dell’insorgenza tirolese è stata offerta nei mesi scorsi – senza entrare nel dibattito sul mito Andreas Hofer – dai 4 vescovi delle diocesi dell’antico Tirolo (Salisburgo, Innasbruck, Bolzano-Bressanone e Trento) con una lettera pastorale in cui si coglie dalle vicende di 200 anni fa l’impegno per la libertà politica e religiosa. Il concetto di Heimat (che è riduttivo tradurre con «patria») viene attualizzato come valore penultimo («la nostra vera patria è nei cieli») e proiettato nel futuro della regione tirolese: «Dobbiamo fare in modo – scrivono i quattro vescovi – che anche persone di lingua e cultura differenti possano sentirsi a casa in questa nostra terra».

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