Un cattolico contro Hitler

"Avvenire" 2 ottobre 2008

Andrea Riccardi ( 22 ottobre 2008 )

Per non dimenticare gli orrori del passato, per non dimenticare che il silenzio uccide, per non dimenticare quanti seppero dare la loro vita per un futuro migliore.


L’austriaco Franz Jägerstätter rifiutò di arruolarsi nell’esercito nazista. Giustiziato nel 1943, ora è beato. Esce una biografia

Un cattolico contro Hitler

DI ANDREA RICCARDI


Franz Jägerstätter ha giocato la propria vita sulla drammatica alternativa: 'soldato di Cristo o soldato di Hitler'. Si tratta di un contadino cattolico di Sankt Radegund, un paesino dell’Alta Austria, a trenta chilometri da Braunau, dove nacque Adolf Hitler. È la vicenda di un uomo comune, un contadino, che finisce con la condanna a morte per il suo rifiuto di essere 'soldato di Hitler'. Jägerstätter aveva scelto di non servire l’esercito del Terzo Reich e di non combattere per la sua affermazione in Europa. Così era andato incontro alla morte.
La sua disobbedienza era conturbante per lo stesso potere nazista che lo fece condurre lontano dal carcere di Linz, nella regione natia, fino a quello di Tegel a Berlino, per essere condannato. Un 'resistente' in nome della fede andava isolato, perché non fosse di esempio e il suo spirito non si diffondesse. La resistenza cristiana di un uomo solo, a mani nude, quella di un semplice contadino, faceva paura all’onnipotente potere hitleriano. Il condannato doveva essere giudicato e giustiziato nell’isolamento e distante dalla sua terra.
A Berlino, nel carcere di Tegel, Franz Jägerstätter passa i suoi ultimi giorni e incontra per l’ultima volta la moglie, Franziska. Lì c’erano grandi personalità di resistenti: il noto pastore Dietrich Bonhoeffer, teologo della Chiesa confessante, e il prevosto berlinese della cattedrale di Sankt Hedwig, Bernhard Lichtenberg, che aveva pregato pubblicamente per gli ebrei durante la notte dei cristalli, quando esplose l’antisemitismo nazista. Si tratta di grandi uomini di fede, ma pure di personalità dal grande spessore culturale. Ma come un semplice contadino dell’Alta Austria, qual era Jägerstätter, era arrivato a una decisione di questo tipo? Non era un intellettuale e non era legato a particolari circuiti politici o associativi. Era un uomo di fede, un fedele della parrocchia contadina austriaca di Sankt Radegund.Nient’altro!
Jägerstätter è stato figlio di quella 'civiltà parrocchiale' che si ritrovava nella liturgia, nella pietà condivisa, attorno alle figure dei parroci. A Sankt Radegund, il parroco è arrestato per una predica antinazista nel 1940.
Questo mondo antico di campagna, alla frontiera con la Germania, non lontano dalla cittadina bavarese dove Joseph Ratzinger passa alcuni anni della sua infanzia, non regge l’impatto con la propaganda nazista: la regione si nazistifica dopo l’Anschluß. C’è anche un impatto 'secolarizzante' del totalitarismo nazista e dei totalitarismi in genere.
Nel confronto quotidiano con questa realtà difficile, Jägerstätter non si pie¬ga né si nasconde nella vita quotidiana come tanti. La fede è all’origine della 'scelta folle' di Franz, compiuta alla fine in grande solitudine, incompreso, isolato dalla gente del suo villaggio e dallo stesso mondo ecclesiastico. Ma Jägerstätter non era un folle, un fanatico, qualcuno che cercava il martirio. Era un uomo normale, radicato nei suoi affetti, legato alla sua famiglia e alla sua terra. Aveva però capito che cosa fosse il nazismo e, come cristiano, non intendeva prestarsi a servirlo in nessun modo. Egli scrive: «Ogni nuova vittoria della Germania, rende noi tedeschi sempre più col¬pevoli ». Non bisogna sostenere in nessun modo la Germania hitleriana. Alla luce della sua fede, Jägerstätter sapeva leggere i 'segni dei tempi', per usare un’espressione di Giovanni XXIII in voga qualche decennio più tardi. Per lui il nazismo era il segno del tempo del dominio del male.
Questa intuizione lucida del semplice contadino austriaco si staglia nel panorama dello stesso cattolicesimo austriaco che, dopo l’Anschluß fu percepito da Sigmund Freud come una 'canna al vento'. Non dissimile era il giudizio di un 'cattolico obbediente', come Jägerstätter: «La Chiesa austriaca si è lasciata fare prigioniera e da allora giace in catene…». Ma lui non era un contestatore: «Non dobbiamo però lanciare accuse ai nostri vescovi e preti… - scrive - . Non rendiamo loro, con i nostri rimproveri, le cose più difficili di quanto già non siano». Il tempo che i cattolici stanno vivendo è molto duro e non sarà facile uscirne: «Se anche questa dura lotta tra l’essere nazisti e l’essere cristiani dovesse finire bene, crediamo davvero - si interroga - che la cristianizzazione di un popolo che è caduto così in basso potrebbe pro¬cedere tanto in fretta da venir vissuta già dai nostri figli?». Jägerstätter non è un contestatore nella Chiesa, ma nemmeno è un uomo che cede allo spirito del tempo. Si prende le sue responsabilità e paga con la sua vita e con il dolore della sua famiglia. Non intende cedere alla forza del male. Soprattutto non intende essere parte della guerra nazista. Condivide l’amore della Chiesa per la pace, che legge nelle parole di Pio XI e di Pio XII.
La storia di Jägerstätter, nonostante si tratti di un uomo semplice, è una grande pagina di umanesimo cristiano nel cuore dell’Europa e durante il nazismo. È un capitolo di quell’umanesimo che i nuovi martiri del Novecento hanno scritto con la loro vita: infatti non hanno creduto che salvare la loro vita dalla mi¬naccia di morte valesse la rinuncia alla fede e all’umanità piegandosi al male. Giovanni Paolo II aveva intuito con forza, anche grazie alla propria esperienza, come i 'nuovi martiri' rappresentassero una chiave di lettura decisiva per il cristianesimo. È stato lui a riproporre all’attenzione dei cristiani e degli studiosi il grande tema del martirio dei cristiani del Novecento, facendolo in un modo originale, non per chiedere vendetta o istigare all’odio, ma perdonando e ricordando.


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