Il pregiudizio verso le aziende

"Corriere della Sera" dell'8 giugno 2010

Piero Ostellino ( 08 giugno 2010 )

"Il primo ministro conservatore inglese, David Cameron, annuncia forti tagli alla spesa pubblica, ma esclude un ritorno al thatcherismo..."


LIBERALIZZARE: NON BASTA DIRLO

Il pregiudizio verso le aziende


Il primo ministro conservatore inglese, David Cameron, annuncia forti tagli alla spesa pubblica, ma esclude un ritorno al thatcherismo. Il ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, propone la sospensione delle procedure burocratiche che fanno salire i costi per l’imprenditoria, ma rimane «anti-mercatista ». Forte è, ancora e ovunque, la cortina ostile alla libera concorrenza alzata dai nostalgici del dirigismo dopo la crisi finanziaria. Fa tutta la differenza fra deregolamentazioni — il dimagrimento dello Stato, necessario, utile, ma non ancora sufficiente a rilanciare l’economia—e liberalizzazioni, l’abbandono della convinzione che spetti (solo) allo Stato produrre beni e servizi pubblici che, invece, potrebbero essere prodotti (anche) da privati.

Tremonti associa la sospensione dell’eccesso di regolamentazione alla revisione dell’articolo 41 della Costituzione: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Che i «fini sociali » siano la maschera dello Stato burocratico è già un bel riconoscimento delle ragioni dei liberali. A sua volta, Eugenio Scalfari, che è contrario anche alla deregolamentazione, scrive: «Mi domando quanti saranno, in un Paese come il nostro, gli imprenditori fasulli che, dopo aver autocertificato in proprio favore e aver ottenuto il necessario credito bancario, scompariranno dopo qualche mese, lasciando un paio di capannoni abbandonati e portandosi via la polpa del credito» (la Repubblica di domenica). Che il pontefice dei liberal nazionali sia un conservatore non sarebbe né sorprendente, né scandaloso, se non pretendesse di essere (anche) progressista. Occorre dire subito, però, che, ad aumentare la confusione, ha concorso anche una malintesa cultura liberale. Che, da un lato, distingue fra liberalismo politico (la libertà al singolare) e liberalismo economico (il liberismo), prendendo le distanze da quest’ultimo; dall’altro, attribuisce al liberismo un ruolo fondante dello stesso liberalismo politico. Prioritario (l’«a priori»), nel liberalismo, non è il mercato, bensì l’Individuo (la logica della sua libera azione).

Sul mercato, le azioni dei giocatori ubbidiscono alle regole del gioco; il mercato non consiste nella distruzione di uno dei giocatori, ma nella realizzazione di una situazione in cui vincitori e vinti — dopo aver giocato — si stringono le mani e tornano alle realtà della loro vita sociale. Ma poiché l’acquisto di un bene riduce il potere di disporre di altri, la cultura pauperista (e socialista) induce chi compra a vedere nel venditore non chi gli consente di soddisfare un bisogno, ma chi gli impedisce di soddisfarne altri. La parola «speculazione » — che, in una economia di mercato, connota la capacità di anticipare le future domande dei consumatori per soddisfarle e trarne un profitto — non compare neppure negli scritti di autori socialisti, che la usano, invece, per demonizzare l’imprenditore (Ludwig von Mises: The Ultimate Foundation of Economic Science). Ma la libera concorrenza non ubbidisce solo a una logica utilitaristica; è anche «un ordine morale»— senza il quale non sussisterebbe —che induce gli uomini a cooperare fra loro (Bernard de Mandeville, Adam Smith, Friedrich von Hayek, Luigi Einaudi).



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