Gesù voleva giustizia

"Famiglia Cristiana" n. 43 del 26 ottobre 2008

Maurizio De Paoli ( 26 ottobre 2008 )

Tra qualche settimana esce il nuovo libro del Card. Martini. In questa intervista pubblicata su Famiglia Cristiana l'anticipazione dei temi trattati.



ANTICIPAZIONI
IL NUOVO LIBRO DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI

GESÙ VOLEVA GIUSTIZIA

«È ripugnante parlare di Dio e non essere fedeli alla sua caratteristica principale». Che per i cristiani è «impegno attivo e audace perché tutti possano convivere in pace».

«Il libretto che vi consegniamo è scritto a quattro mani. Padre Georg Sporschill e io ne assumiamo la piena responsabilità. Il lettore attento non faticherà a comprendere che alcune pagine riportano l’esperienza del cardinale Martini; altre rispecchiano maggiormente i numerosi contatti di padre Georg con giovani».
Così il cardinale Carlo Maria Martini conclude la prefazione al libro Conversazioni notturne a Gerusalemme - Sul rischio della fede (Mondadori, pagine 152, euro 16,50), in libreria dal 28 ottobre. Dalle conversazioni tra il cardinale Martini, 81 anni, dal 1980 al 2002 arcivescovo di Milano, e padre Georg Sporschill, austriaco, anche lui gesuita, fondatore di una rete di solidarietà per i ragazzi di strada in Romania e Moldavia, «è nato questo piccolo libro», ispirato dalle domande dei giovani, e a loro indirizzato in modo particolare, e del quale – per gentile concessione dell’editore – anticipiamo alcuni brani tratti dal capitolo VII, "Combattere contro l’ingiustizia".
• Come influisce la fede sulla politica?
«Come cristiani guardiamo a Gesù. Egli è motivo di un’assoluta novità, la Chiesa. Gesù ha svolto il compito ricevuto da Dio di creare, accanto al primo popolo eletto di Israele, un secondo strumento per la pace. Si trova, dunque, in prima linea; si è confrontato con tutte le autorità politiche: con Erode, con Pilato, con il sinedrio, con i partiti dei farisei e dei sadducei. Si è battuto con passione per la giustizia e ha voluto cambiare il mondo. La Chiesa di Gesù Cristo deve contribuire a rendere il mondo più giusto e più pacifico».
• Cos’è per un cristiano la giustizia?
«Secondo la Bibbia, la giustizia è più del diritto e della carità: è l’attributo fondamentale di Dio. Giustizia significa impegnarsi per chi è indifeso e salvare vite, lottare contro l’ingiustizia. Significa un impegno attivo e audace perché tutti possano convivere in pace. La giustizia deve vegliare affinché il diritto, così com’è formulato nelle leggi, consenta a tutti gli uomini un’esistenza dignitosa. Gesù ha dato la sua vita per la giustizia. Ha cercato il dialogo con i potenti oppure ha rappresentato per loro un elemento di disturbo. Si è schierato dalla parte dei poveri, dei sofferenti, dei peccatori, dei pagani, degli stranieri, degli oppressi, degli affamati, dei carcerati, degli umiliati, dei bambini e delle donne. Chi si comporta così dà fastidio. I cristiani che adottano "l’opzione a favore dei poveri" di Gesù devono ancora oggi aspettarsi persecuzioni. Dai teologi della liberazione in Sudamerica, agli operatori sociali nei Paesi del benessere, essi trovano inevitabilmente resistenze, perché vivono nella convinzione che l’incontro con i poveri e la battaglia contro la povertà siano il luogo di elezione dell’incontro con Dio nel nostro mondo».
• Gesù aveva una strategia politica?
«"Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21). Gesù rispose così alla domanda su come debbano essere suddivisi i poteri. La collaborazione tra istituzioni religiose e statali, tra associazioni umanitarie, singole imprese sociali e organizzazioni pubbliche è importante. Abbiamo bisogno di tutte le forze, fino a quando non vi saranno più affamati. Gesù si distingue perché ama il nemico. Se uno ti percuote una guancia, porgigli anche l’altra. Vale a dire: sorprendi il tuo nemico e stà a vedere cosa succede. Una concessione, una sorpresa, una cortesia fa sì che qualche inimicizia si spenga da sola. Uno sguardo al Discorso della montagna è rivelatore: chi è beato per Gesù? Non i vincitori, ma i perseguitati. Non i felici, bensì gli afflitti. Non i possidenti, bensì i poveri e gli affamati. Non i conformisti, ma coloro che sono maltrattati. Gesù ha risvegliato le energie più intime dei poveri e ne ha fatto politica. Una strategia che parte dalla sua percezione del travaglio degli esseri umani. Gesù vive con loro. Riceve richieste di aiuto da molte persone, eppure non si rassegna, anzi, cerca dei giovani e li prepara per farne suoi collaboratori, apostoli. Questa formazione dei suoi discepoli era senz’altro anche "politica". Imparavano ciò che Gesù voleva, proprio attraverso gli aspri confronti che egli aveva, o era costretto ad avere, con gli avversari politici. Gesù mostrava ai suoi discepoli il disagio dei pagani, che non conoscevano Dio e la dignità dell’essere umano. I suoi discepoli dovevano andare da coloro che cercavano aiuto e far sentire loro l’amore di Dio per tutti gli uomini. La vita di Gesù culmina sulla croce. Ha pagato il suo impegno con la vita. Forse, per avere successo è necessario rinunciare al successo. Non si tratta soltanto di un’astuta strategia contro il male. Dare la vita non è un gesto facile da spiegare in modo razionale. È possibile confidando in lui».
• Il singolo non è forse impotente di fronte alla miseria e all’ingiustizia di questo mondo?
«Quando seguo una catastrofe solo in televisione o sul giornale, mi sento sopraffatto e impotente. Quando, invece, aiuto qualcuno, sento la mia forza. Stare a guardare deprime, aiutare sorprende con l’esperienza di poter salvare una vita, contare sull’aiuto e sulla potenza di Dio. Il primo compito delle istituzioni sociali e di beneficenza è consentire a tutti gli uomini di buona volontà, e in primo luogo ai giovani, di accedere a persone e a situazioni in cui possono rendersi utili. Costruire tali ponti è un’arte che le professioni sociali moderne possono sviluppare ulteriormente. Tutti i giovani hanno il diritto di essere resi partecipi della lotta contro le ingiustizie».
• Cosa possono fare i giovani per ottenere fiducia ed essere coinvolti nell’impegno a favore della giustizia?
«Preferirei rovesciare la domanda. Non siamo piuttosto noi, gli adulti e i più anziani, a dovere ottenere la fiducia dei giovani? I giovani sono più avanti di noi, nel senso della giustizia. Chi attira, con le proteste, l’attenzione dell’industria sulla distruzione dell’ambiente? La gioventù ha una coscienza nuova e sensibile nei confronti di quello che noi teologi chiamiamo il creato. Possiamo solo lasciarci trascinare. Io mi aspetto il rinnovamento soprattutto da parte dei giovani. L’anno di lavoro sociale, la buona azione quotidiana, i gruppi di forte impegno cristiano hanno in sé un potenziale straordinario. A volte è solo una brace su cui dobbiamo soffiare per accendere il fuoco».
• Non è pericoloso usare il nome di Dio in politica? Non è presuntuoso che dei partiti si definiscano esplicitamente "cristiani"?
«Tutto ciò che è buono può essere oggetto di abuso, perfino l’Altissimo. Quando si conducono guerre d’aggressione in nome di Dio, quando il cristianesimo viene usato in modo populistico in campagna elettorale, sento suonare campanelli d’allarme. Il nostro cristianesimo si dimostra in primo luogo con buone azioni. Nel Giudizio universale Gesù ne offre esempi molto concreti: dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, visitare gli infermi e i carcerati, consolare gli afflitti, accogliere gli stranieri e accettare tutte le difficoltà che ne derivano, fino a sopportare di essere perseguitati. Sarebbe bello se gli altri potessero riconoscerci come cristiani da queste azioni. Viceversa, è ripugnante parlare di Dio e non essere fedeli alla sua caratteristica principale, la giustizia. Vedo in questa prospettiva anche la discussione sul fatto che la parola "Dio" debba figurare nella Costituzione dell’Unione europea. Se i Governi riuscissero a giungere a questa professione, dovrebbero necessariamente rispettare l’ecumenismo, l’apertura ai musulmani e anche agli ebrei. Ci unisce la fede nel Dio unico e giusto. Se si parla di Dio, occorre farlo con serietà. Altrimenti, è meglio non avere il suo nome sulle labbra».
• Può suggerire come gli adulti dovrebbero comportarsi con i giovani per tramandare il cristianesimo?
«Consegna ai tuoi figli un mondo che non sia rovinato. Fà sì che siano radicati nella tradizione, soprattutto nella Bibbia. Leggila insieme a loro. Abbi profonda fiducia nei giovani, essi risolveranno i problemi. Non dimenticare di dare loro anche dei limiti. Impareranno a sopportare difficoltà e ingiurie, se per loro la giustizia conta più di ogni altra cosa».



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