Ha ragione. Spero che svegli il Pdl

www.ilriformista.it del 16 giugno 2010

Tiziano Treu ( 16 giugno 2010 )

"La crisi continua a imperversare, c’è il rischio di una ricaduta in tutto il mondo, e noi l’affrontiamo con tagli ingiusti e inefficaci, senza la minima idea di come far reagire il Paese al rischio incombente del declino. Per questo chi critica la manovra non può limitarsi a emendamenti di dettaglio. Occorre cambiare la prospettiva, anche nel praticare il rigore. Il rigore utile è quello che unisce misure di contenimento vero ed equo della spesa con interventi di riforma...."

Ha ragione. Spero che svegli il Pdl


Ha ragione. Spero che svegli il Pdl

La crisi continua a imperversare, c’è il rischio di una ricaduta in tutto il mondo, e noi l’affrontiamo con tagli ingiusti e inefficaci, senza la minima idea di come far reagire il Paese al rischio incombente del declino. Per questo chi critica la manovra non può limitarsi a emendamenti di dettaglio. Occorre cambiare la prospettiva, anche nel praticare il rigore.
Il rigore utile è quello che unisce misure di contenimento vero ed equo della spesa con interventi di riforma.



Questo è un appello condiviso da molti, dal governatore di Bankitalia Mario Draghi al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, si direbbe quasi bipartisan. Occorre però tradurlo in proposte, in pressioni sociali e politiche adeguate, dovrebbero farlo insieme anzitutto sindacati e imprenditori con un patto anticrisi e pro riforme, ma finora non si vede niente.

Gli esempi di combinazione utile fra rigore/riforme sono molti, ne indico due.

I tagli lineari alla spesa non sono solo ingiusti ma inefficaci, come dimostra l’esperienza recente. Quando si concentrano sulle autonomie locali toccando appena ministeri ed enti centrali uccidono ogni prospettiva di federalismo virtuoso, possibile che nel Pdl se ne accorga solo Roberto Formigoni? Inoltre mantengono in vita i peggiori meccanismi della spesa pubblica, quella di auto-mantenimento delle burocrazie che è cresciuta di oltre 20 miliardi negli ultimi due anni. Invece di fare tagli indiscriminati o casuali, si abbia il coraggio di disboscare la giungla di enti vari, dalle migliaia di municipalizzate e aziende para pubbliche, alle comunità montane, tagli agli infiniti duplicati di strutture statali sul territorio e alle stesse provincie. Questo non solo ridurrebbe i costi dell’amministrazione e della politica ma favorirebbe la semplificazione e la sburocratizzazione. Non basta proclamare “azienda in un giorno” se ci sono decine e decine di diaframmi inutili fra cittadino, imprenditore e l’economia. Abolirli sarebbe una riforma “che resta”. Sarebbe un pezzo decisivo di liberalizzazione, la vera sussidiarietà di cui il Pdl predica tanto, che lascerebbe spazio alle energie economiche e sociali dei cittadini e dell’imprese.

Il secondo esempio riguarda le pensioni. Alzare l’età pensionabile per tutti, uomini e donne è inevitabile: non per fare cassa, ma per guardare in faccia il futuro, nostro e dei nostri figli. Ma non basta bloccare qualche finestra ne attuare in modo “stupido” l’ordine europeo sull’età pensionabile delle donne. C’è l’occasione anche qui per fare una vera riforma riprendendo e completando l’idea di base della legge Dini. Invece di equiparare l’età di pensione di vecchiaia secondo la logica rigida delle soglie si dovrebbe generalizzare una fascia flessibile, entro cui ammettere libertà di scelta di pensionamento, comune a uomini e donne con il superamento della distinzione fra pensione di vecchiaia e di anzianità, in coerenza con il metodo contributivo.

Tale fascia potrebbe essere elevata per entrambi i generi, ad esempio adottando una fascia fra 62 o 63 e 70 anni considerando che dal 2013 l’età di accesso alla pensione di anzianità è per tutti di 62 anni (63 anni per i lavoratori autonomi). Per le donne andrebbe previsto non un “privilegio” nei tempi della vecchiaia, ma un riconoscimento nel tempo della maternità, ad esempio un anno di contributi figurativi per figlio, come si fa in altri Paesi, e inoltre un riequilibrio dei ruoli con congedi pagati anche per i padri. Così si rispetterebbe sia la parità delle persone sia la libertà. Si eviterebbe che fra qualche anno la Consulta dichiari incostituzionale l’attuale decreto del governo che alza l’età di pensione delle dipendenti pubbliche e non delle lavoratrici del settore privato. Infine, sempre a proposito di riforme, non basta spostare in avanti l’età della pensione, occorre aumentare la durata dell’occupazione, cioè migliorare la possibilità di lavorare per tutti, compresi i cosiddetti anziani. È contraddittorio, oltre che ipocrita, pretendere l’innalzamento a 65-67 anni, se poi le aziende espellono i 50enni dal lavoro.

Misure per favorire l’invecchiamento attivo sono state sperimentate con successo in altri Paesi: ad esempio la riduzione dei contributi a chi offre opportunità di lavoro agli over 50; orari più flessibili, part-time misto a pensione, formazione per adeguare le competenze, una correzione degli automatismi retributivi per anzianità che rendono troppo costosi gli anziani. Occorre combattere i pregiudizi culturali che ritengono non occupabili le persone anziane. Non è più così; chi ha un buon lavoro può essere ancora molto utile a se stesso e agli altri, grazie alle migliorate condizioni di vita e di salute.

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