Torniamo a indignarci o non c'è speranza di cambiare

"Avvenire" 1 novembre 2008

Carlo Cardia ( 01 novembre 2008 )

Abbiamo ancora il coraggio di indignarci di fronte alla stupidità umana? Siamo davvero troppo ricchi per urlare dei no? Dove è finito il nostro sentimento di umanità? Forse questa è la peggiore eredità dei due decenni leghisti, due decenni che hanno portato le coscienze ad addormentarsi.



DI FRONTE ALL’INCONCEPIBILE OFFERTO DALLA CRONACA RESTIAMO MUTI

Torniamo a indignarci o non c’è speranza di cambiare

Forse siamo troppo ricchi, per sentire i brividi dell’orrore, o forse ci siamo talmente impoveriti nell’animo che rimaniamo indifferenti di fronte all’inconcepibile. È un fatto che la lapidazione di una ragazza in Somalia non ha conquistato sui media lo spazio che avrebbe meritato, né provocato sofferenze o raccapriccio. Chi sa quanti ricorderanno le parole di Gesù nel Vangelo rivolte ai lapidatori « chi è senza peccato scagli la prima pietra » ?
Forse un giorno ci verrà chiesto dove eravamo e cosa facevamo quando una donna subiva questa barbarie in un luogo a noi vicino, e non sapremo rispondere. Non sappiamo più parlare neanche a noi stessi, e dirci la verità, presi come siamo dalle vertigini della crisi economica, dall’analisi di un torbido delitto di provincia che occupa telegiornali e pagine intere di stampa, da discussioni spesso confuse sui problemi politici. Forse ci stiamo immiserendo davvero, e ci rinserriamo nella nostra realtà particolare chiudendo gli occhi a eventi, fatti, episodi che cancellano i diritti alla vita, alla libertà religiosa, alla dignità umana. Se aprissimo gli occhi, la nostra tranquillità ne sarebbe turbata, ci sentiremmo a disagio, dovremmo fare qualcosa, ma noi non vogliamo turbarci, non vogliamo essere inquieti, non vogliamo fare niente. Se mettiamo in fila tre cose, dovremmo rimanerne sconvolti. Da mesi tutti sanno che cristiani di ogni denominazione, sono uccisi, perseguitati, inseguiti e violentati in ogni maniera in India e in altre parti del mondo. Ma, tranne il Papa e la Santa Sede, le istituzioni, i governi, i capi di tante religioni, chi è sempre pronto a manifestare, tutti tacciono. Con l’eccezione del Senato italiano. Qualche altro ha detto qualcosa, ma nessuno se ne è accorto.
La lapidazione della somala dovrebbe suscitare ribellione e protesta civile, invece è derubricata come un fatto sciagurato che capita da quelle parti.
L’ 8 ottobre scorso la nostra Corte di Cassazione ha negato il diritto di una immigrata a rimanere in Italia nonostante corra il rischio di subire nel suo Paese in Africa una condizione contraria alla dignità umana, essendo già stata sottoposta alla pratica dell’infibulazione. E ha negato questo diritto perché i rischi paventati dalla donna sono « null’altro che la sottoposizione alla generale condizione di tutte le donne del paese stesso e cioè a una condizione di ' sudditanza' che, certamente inaccettabile per ogni coscienza civile, è però priva della necessaria individualità postulata anche dalla Convenzione di Ginevra » . Ha deciso la Cassazione che è giusto sospendere il provvedimento di espulsione, ma poi la donna ( rinfrancata) sarà riconsegnata al suo Paese per subire sudditanza e, chi sa, nuove pratiche infibulatorie.
Sono fatti molto diversi, ma uniti da un denominatore comune. Dalla nostra ignavia e da una desertificazione di sentimenti e di giustizia che si va estendendo dentro di noi e non ci fa ribellare di fronte a migliaia di martiri cristiani, ci fa ignorare l’orrore di una lapidazione, ci fa rispedire indietro una donna che non vuole essere suddita, e patire umiliazioni per la sua umanità.
Forse dovremmo provare a cambiare, dovremmo tornare a saperci commuovere, reagire, lottare, fare qualcosa perché la gente parli, protesti, porti le questioni ai più alti livelli istituzionali. Se non facciamo nulla di tutto ciò, dobbiamo porci una domanda più preoccupante. Che ci stanno a fare decine di Carte internazionali, trattati e Convenzioni, sui diritti umani, che riempiono migliaia di pagine sulla dignità umana, i diritti dei minori, dei credenti, delle donne, che subiscono violenze fino alla morte. E che ci stanno a fare le istituzioni europee, che si proclamano eredi della migliore tradizione di libertà elaborata dal genere umano, e le istituzioni umanitarie dell’Onu, se quando c’è violenza, oppressione, umiliazione, tacciono e si girano dall’altra parte? Se rispondessimo sinceramente a queste domande dovremmo almeno fare un atto di umiltà. E riconoscere che noi non siamo meglio di altri, che non è vero che difendiamo i diritti della persona, non è vero che ci impegniamo per la difesa dei più deboli, che negare le nostre radici cristiane serve solo a nascondere un regresso di cui siamo pienamente responsabili. Se compissimo almeno questo atto di umiltà, forse non cambierebbe la realtà, ma saremmo meno alteri e ricominceremmo daccapo a chiederci cosa è giusto e cosa non è giusto fare.
Da molto tempo la superbia ci impedisce di porci domande come questa.


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