Il primo passo

"Corriere della Sera" del 23 giugno 2010

Dario Di Vico ( 23 giugno 2010 )

"Anche senza plebiscito, il buon senso ha vinto e adesso l’errore che non si deve fare è rispedirlo in soffitta..."



Il primo passo


Anche senza plebiscito, il buon senso ha vinto e adesso l’errore che non si deve fare è rispedirlo in soffitta. Il sì degli operai di Pomigliano all’intesa con la Fiat, anche se non ha raggiunto le percentuali ipotizzate alla vigilia, ha molte valenze. Cominciamo dal metodo. L’uso (e non l’abuso) del referendum può essere una strada per dirimere le controversie nel sindacato e più in generale può rappresentare un aiuto ai decisori. La rivalutazione dell’ascolto, in un momento in cui la politica appare ripiegata su se stessa, è una novità da non sottovalutare.

Se non vogliamo che l’astensionismo elettorale cresca, costruire un maggiore raccordo tra élite e società è una condicio sine qua non. È singolare come i partiti egemoni a destra e a sinistra adorino le tecniche di ascolto in vitro (sondaggi, focus group e filmati alla Santoro), mentre siano diventati restii a utilizzare l’ascolto diretto. Nel merito i lavoratori di Pomigliano hanno comunque detto che non si possono buttare 5 mila posti di lavoro e 700 milioni di investimenti in un Sud che, dopo aver visto fallire l’industrializzazione di Stato e aver constatato la debolezza delle iniziative nate in loco (il caso Natuzzi purtroppo docet), rischia di avere un’unica grande company: la criminalità organizzata. Ora però l’intesa va gestita con il giusto equilibrio. Riqualificare lo stabilimento, renderlo competitivo, costruire relazioni industriali moderne in Campania, è sicuramente un’impresa che fa tremare i polsi, in presenza di un dissenso non marginale, ma può rappresentare per la società meridionale una bandiera, la voglia di dimostrare che la modernità non deve per forza emigrare al Nord o in Polonia.

Se si sceglierà questa strada, il sindacato e i diritti non moriranno, avranno una seconda chance. Serve però molto buon senso e non solo a Pomigliano. L’interpretazione del voto, come sempre accade in casi controversi, produrrà nuove polemiche come se non si fosse votato. Chi sposerà la tesi della «catastrofe del lavoro» non troverà di meglio che intonare il requiem e predire nuove sventure per tutte le tute blu d’Italia. Chi vorrà fare comunque di questa vicenda un modello da estendere a tappeto promettendo di «pomiglianizzare» il Nord rischierà di minare la coesione sociale in un momento in cui le aziende hanno bisogno di intercettare la ripresa e di battersi con il coltello fra i denti sui mercati emergenti. Ai primi viene da rispondere che la vera catastrofe del lavoro è la disoccupazione (e non la riduzione dell’assenteismo), ai secondi che quando il meglio diventa nemico del bene segna un autogol.

È chiaro che le relazioni industriali italiane vanno svecchiate e in tempi che non siano biblici. Ma gli scienziati della politica ci insegnano come il nostro Paese abbia un’alta path dependance, una difficoltà congenita a rompere d’un botto con il passato. L’Italia non ama le rivoluzioni ed è portata a fidarsi di chi fa intravedere un «progresso senza avventure». Facciamo tesoro di questo insegnamento e impegniamoci a non lasciare soli gli operai di Pomigliano. Come purtroppo abbiamo fatto con gli imprenditori di Prato.



Materiale: