Federalismo da avventurieri in camicia verde

"Il Riformista" del 2 luglio 2010

Peppino Caldarola ( 02 luglio 2010 )

"Federalismo, il giorno dopo. La relazione di Tremonti al Consiglio dei ministri, presieduto da Umberto Bossi, non è piaciuta alle Regioni. In un documento approvato all’unanimità queste hanno rigettato lo schema del ministro dell'Economia...."

Federalismo da avventurieri in camicia verde


Federalismo, il giorno dopo. La relazione di Tremonti al Consiglio dei ministri, presieduto da Umberto Bossi, non è piaciuta alle Regioni. In un documento approvato all’unanimità queste hanno rigettato lo schema del ministro dell'Economia. Non accettano né i giudizi trancianti sull’attività delle autonomie né la procedura gradualista nel federalismo fiscale per cui c’è un primo tempo in cui si riconosce ai comuni la potestà di mettere tasse sugli immobili, ad esclusione della prima casa, e un secondo tempo, «verrà», ha detto Bossi, in cui si definiranno i compiti delle Regioni. La situazione è persino paradossale. C’è un governo che si proclama federalista che ingaggia una battaglia frontale contro le Regioni e queste, che dovrebbero essere le destinatarie di nuovi poteri, che si sentono defraudate e contestano apertamente l’esecutivo.

Sono fondamentalmente tre i punti in discussione sulla riforma che neppure Tremonti è riuscito a chiarire e che anzi alimentano un duro scontro politico. Il primo riguarda la manovra economica del governo. Le Regioni, ma con loro l’intero sistema delle autonomie, rifiutano di essere l’unico soggetto costretto a pagare il prezzo della fuoriuscita dalla crisi e dell’operazione di risanamento del bilancio. Lo scaricabarile che l’esecutivo ha fatto imponendo tagli generalizzati che spingeranno gli enti locali a ridurre le spese, soprattutto quelle sociali, ovvero ad aumentare i tributi mette in un angolo l’intero mondo del governo locale. Buona parte delle contraddizioni si sono trasferite in casa del Pdl dove la dissidenza di Formigoni, governatore della Lombardia, si è espressa rumorosamente ma ha coinvolto anche i presidenti di alcune Regioni meridionali che si vedranno costretti ad affrontare una dura salita alla loro partenza come nuovi amministratori.

Era sembrato qualche giorno fa che lo stesso Berlusconi fosse preoccupato per questo inciampo nel rapporto con le regioni quando, intervistato in Brasile, disse che la manovra si poteva correggere ma fu poi subito costretto a smentire le sue stesse parole. Resta il fatto che, come ha detto Errani presidente delle Emilia e Romagna e del Comitato delle Regioni, che «il cerino acceso è passato dallo stato a noi».
Il secondo è il rifiuto delle Regioni di diventare oggetto di una strategia che modifica l’assetto istituzionale senza poter in alcun modo partecipare alla discussione. La relazione di Tremonti al consiglio dei ministri ha confermato questa preoccupazione. Non c’è mai stato, ne è previsto in futuro, alcun momento di collegialità fra il governo e il sistema delle autonomie locali per verificare le idee e le proposte attorno al federalismo. Il federalismo si rivela una di quelle riforme piovute dall’alto, e avviate per tenere unito il quadro politico, ma del tutto indifferente ai problemi reali che una forma così estrema di decentramento provoca.

Il terzo punto è stato sollevato con forza dall’opposizione e dagli osservatori indipendenti. Manca ancora oggi un quadro esatta dei costi e dei benefici di questa cosiddetta riforma. La relazione di Tremonti con incredibile disinvoltura tace su questo aspetto essenziale. Ci si propone di modificare l’architettura dello Stato ma nessuno sa quali conseguenze avrà questa operazione sulla vita e sulla finanza pubblica. Se non fossimo in Italia ci sarebbe da urlare di rabbia. Ma in questo paese ormai non ci si può sorprendere di nulla. Accade così che un ministro del Tesoro si presenti in Europa vantando tagli alla spesa che graveranno quasi esclusivamente su quella parte dell’amministrazione in nome della quale si vuole cambiare l’assetto dello Stato. È tempo di cattivi pensieri. Si vogliono commissariare le regioni un minuto prima di riconoscere loro una maggiore autonomia in un sistema di regolazione dei rapporti che finirà per accrescere il divario fra cittadini del Nord e cittadini del Sud. Verrà un giorno, proclamano i federalisti, in cui chi spende di più sarà costretto a far pagare più tasse ai suoi elettori e quindi potrà essere punito da loro, ma nulla si dice sulla traversata nel deserto che ci porterà nel regno dei sogni immaginato dalla Lega.
Siamo ancora una volta di fronte ad un’operazione a sfondo interamente politico e mediatico.

Da un lato si avvia una nuova campagna tesa a indicare le ragioni della difficile situazione economica fuori della responsabilità del governo (la colpa è della crisi internazionale e della finanza allegra delle regioni), dall’altra si sedano i contrasti fra la Lega e il Pdl concedendo al partito di Bossi la possibilità di dichiarare che il federalismo è già partito. In mezzo c’è il vuoto totale. Non c’è una proposta, non c’è una previsione, non ci sono rimedi. Accade così che la riforma federalista assuma sempre più i caratteri di un’avventura. Forse è arrivato il momento che anche l’opposizione riconsideri la propria apertura di credito. Mesi fa su un generica dichiarazione di intenti l’opposizione si astenne, con il Pd, o votò a favore con l’Idv. Da allora non è venuto alcun chiarimento, non si è fatto alcun passo in avanti. Bisogna cominciare a dire che questa riforma, così come si presenta, non è condivisa.

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