Caritas in veritate:un manifesto per lo sviluppo mondiale

"Aggiornamenti Sociali" n. 7/8 luglio - agosto 2010

Paolo Savona ( 11 luglio 2010 )

"L’enciclica Caritas in veritate, letta da un economista come il prof. Savona, rivela la necessità e la possibilità di ripensare i fondamenti stessi dei modelli utilizzati dalla scienza economica, in modo da inserire organicamente il ruolo del dono e della gratuità...."

Caritas in veritate:un manifesto per lo sviluppo mondiale

L’enciclica Caritas in veritate, letta da un economista come il prof. Savona, rivela la necessità e la possibilità di ripensare i fondamenti stessi dei modelli utilizzati dalla scienza economica, in modo da inserire organicamente il ruolo del dono e della gratuità. Si tratta di un ulteriore contributo, di
ampio respiro, all’interno del Forum che la nostra Rivista sta dedicando al documento di Benedetto XVI (per i precedenti interventi cfr ww.aggiornamentisociali.it>).

Per la sua pregnanza e l’ampiezza della riflessione proposta, l’enciclica Caritas in veritate (1) può essere definita un vero e, per ora, unico
«manifesto per il governo dello sviluppo globale»: è infatti l’unico documento di politica economica a scala mondiale, che presenta il dono, offerto in nome della carità, come strumento di sviluppo. Tutti gli altri documenti a nostra disposizione, dal discorso di insediamento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti (2), ai molti studi prodotti da centri di ricerca e alle prese di posizione dei diversi Governi, hanno come oggetto la tutela degli interessi di singoli Stati e non abbracciano il mondo intero. In modo particolare l’enciclica propone un nuovo modello di sviluppo, argomento tipico del linguaggio degli economisti.


Il testo riprende l’intervento che l’A. ha tenuto in occasione della Tavola rotonda «Caritas in Veritate.
Dialogo su modelli di sviluppo» organizzata il 12 novembre 2009 presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma da JSN (Jesuit Social Network-Italia, ) e MAGIS (Movimento e azione dei gesuiti italiani per
lo sviluppo, ). Titoli dei paragrafi, neretti e note a cura della Redazione.

(1) Benedetto XVI, enciclica Caritas in veritate, 2009, n. 1. Il testo è disponibile in , come quello degli altri documenti pontifici citati. I rimandi all’enciclica saranno dati indicando fra parentesi nel
testo il numero a cui si fa riferimento.
(2) Cfr Obama B., Inaugural Address, 21 gennaio 2009, .


1. Linguaggio dell’enciclica e linguaggio dell’economia
A partire dallo stimolo fornito dal testo di Benedetto XVI, il tentativo di
questa riflessione (3) è quello di inserire il dono quale strumento di politica
economica nei modelli esplicativi di funzionamento dell’economia globale.
Si tratta di una trasposizione attraverso cui si cerca una conciliazione fra due
diversi ordini di principi, che è necessaria perché l’enciclica diventi capace di incidere sull’agire economico. Scopo della dottrina sociale dovrebbe infatti essere quello di confrontarsi con i comportamenti socioeconomici, sollevandone le problematicità e aprendo spazi di dialogo proprio con il mondo degli economisti e di coloro che usano il linguaggio economico.
a) Il salario giusto
Il nodo che richiede una conciliazione fra i principi della dottrina sociale e
quelli della dottrina economica riguarda il concetto di «giusto prezzo», in particolare riferito al lavoro, che è specificato in dettaglio in tutte le encicliche sociali a partire dalla prima, la Rerum novarum, che identificava la «giusta mercede», cioè il giusto prezzo del lavoro, nel salario che consentiva al lavoratore e alla sua famiglia di vivere in modo dignitoso (4). Nella Centesimus annus Giovanni Paolo II integra nella definizione le diverse tutele previdenziali (5) e infine,nella Caritas in veritate Benedetto XVI incorpora anche le spese per la formazione (cfr ad es. n. 61). Il concetto di giusto salario nella dottrina sociale della Chiesa, quindi, si è evoluto includendo nuove componenti.
La riflessione sul «giusto prezzo» del lavoro per gli economisti pone un
problema in rapporto al tema della piena occupazione: se la «giusta mercede»
non consente di raggiungere tale obiettivo, chi deve provvedervi? Chi deve farsi
carico della piena occupazione, ad esempio nell’ipotesi in cui il salario sia troppo alto comparativamente ad altri Paesi e riduca la competitività delle merci e quindi la domanda, a danno dell’occupazione? La risposta data dalla Caritas in veritate è «il dono». Si pone qui un problema dal punto di vista del linguaggio economico: il dono certamente opera un’azione di redistribuzione del reddito esistente, ma è in grado di accrescere il livello della produzione, ha effetti moltiplicativi superiori a quelli legati alla redistribuzione del reddito che ad esempio compie lo Stato? Il ruolo dello Stato nell’enciclica appare messo in secondo piano, perché il dono entra in gioco prima che si realizzi il suo intervento redistributivo,che necessariamente è coercitivo. Il Papa ribadisce chiaramente che questo ruolo deve essere svolto dalla società, quindi è precedente all’attività

(3) Questo intervento si ispira al recente e più ampio articolo Savona P., «Caritas in veritate, il “manifesto” papale per lo sviluppo globale», in Economia Italiana, 2 (2009) 473-490, in .
(4) Cfr Leone XIII, enciclica Rerum novarum, 1891, n. 34.
(5) Cfr Giovanni Paolo II, enciclica Centesimus annus, 1991, n. 15.


dello Stato (cfr nn. 38 s.). Il problema che resta però irrisolto per arrivare al concetto del giusto prezzo è quali siano gli effetti moltiplicativi del dono.

b) Economia e scarsità
L’economia non è la scienza della ricchezza. Questa affermazione può suonare
strana, perché tutti abbiamo in testa il riferimento alla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith 6 come testo fondamentale della disciplina economica; ma
Smith parlava dell’essenza del capitalismo, che è effettivamente l’accumulo
della ricchezza, ma che, allo stesso tempo, è qualcosa di diverso dall’economia.
Il capitalismo è una forma di organizzazione sociale dove al vertice della scala
di valori sta l’accumulazione della ricchezza. Il problema nasce proprio dal
fatto che molti confondono capitalismo con economia. L’economia invece è la
scienza della scarsità, cioè la scienza dell’uso dei beni scarsi. Per i cattolici la scarsità è il frutto del peccato originale, per gli economisti è un dato di partenza ineludibile. Sul problema della scarsità non c’è pertanto conflitto fra dottrina sociale della Chiesa e dottrina economica. Ciascuno gli conferisce una diversa interpretazione, ma se accettiamo la definizione di economia come scienza della scarsità, allora non c’è conflitto.
Lo strumento principale per gestire le risorse scarse è il mercato competitivo
e questo è un punto fondamentale, troppo spesso trascurato. Mi riferisco qui
al concetto di mercato realmente competitivo, quello su cui ha puntato in
modo particolare l’attenzione la Centesimus annus di Giovanni Paolo II, primo
pontefice ad aver introdotto e legittimato il concetto di mercato nella dottrina
sociale (7). Egli infatti aveva compreso che parlando di mercato non ci si riferiva al capitalismo, ma a uno strumento. Lo stesso argomento ritorna nella Caritas in veritate, ma con una precisazione: Benedetto XVI infatti sostiene che il male non risiede tanto nel mercato in quanto tale, ma nel suo cattivo uso (cfr n. 36).
La mia idea è che la dottrina sociale della Chiesa abbia ormai accettato il concetto di mercato, operando però i giusti distinguo, che gli economisti tengono in considerazione. Il problema nasce nel momento in cui il mercato diviene uno strumento del capitalismo, da cui il termine mercato capitalistico, con la conseguenza che alla finalità di gestione della scarsità viene sostituita quella dell’accumulazione della ricchezza. Ritengo che questo sia un passaggio fondamentale: pur se è possibile individuarlo nel pensiero di Benedetto XVI, non appare esplicitato compiutamente nella Caritas in veritate.

(6) Smith A., La ricchezza delle nazioni, a cura di Anna e Tullio Bagiotti, Il Sole 24 Ore, Milano 2010 (ed. or. 1776).
(7) Cfr Giovanni Paolo II, Centesimus annus, cit., nn. 34-35, 40, 42-43.


c) Dono e mercato
Che cosa manca ancora per realizzare la necessaria riconciliazione tra il
linguaggio dell’economia e quello della dottrina sociale? La mia tesi è che la
riconciliazione tra prezzo giusto e prezzo di mercato si ottenga proprio a
partire dal concetto di mercato, respingendone la configurazione capitalista
— cioè finalizzata alla pura accumulazione di ricchezza e dominata dal problema
della dimensione di impresa (8) — e liberando così la forza creativa del dono.
In un sistema oligopolistico o monopolistico o in un sistema speculativo, il meccanismo del dono non può funzionare. È perciò necessario agire sulle radici
stesse del mercato e il compito degli economisti è di indicare in che modo esso
deve funzionare affinché la forza creativa del dono possa esplicarsi. Se si raggiunge questo traguardo, si confutano le implicazioni che le idee di Marx sul
crollo del capitalismo e quelle di Schumpeter hanno sul mercato.
Marx sosteneva che il problema risiede nel fatto che il capitalismo genera
uno spreco di risorse, in quanto gli imprenditori tendono ad accumulare, e quindi non reinvestono nell’attività produttiva tutti i profitti, generando una perdita netta per l’economia. Schumpeter 9 introduce in questo modello l’elemento della creatività dell’uomo. Se è vero che l’imprenditore capitalista non reinveste interamente i propri profitti, è anche vero che costantemente appaiono nuovi imprenditori i quali, per realizzare le proprie idee innovative, si discostano da tale modello, attingendo a questi risparmi accumulati e reinvestendoli.
Paolo Sylos Labini 10 aveva invece sottolineato i nessi positivi tra gli elevati
profitti ottenibili sui mercati oligopolistici e l’innovazione e lo sviluppo,
reintroducendo l’etica dell’accumulazione di ricchezza che, destinata all’innovazione tecnologica, aumentava la produttività del lavoro e quindi il benessere e le possibilità di occupazione. Ritengo che calando il dono all’interno di questa realtà sia possibile rispondere ai punti critici evidenziati da queste tre teorie economiche.

2. Il ruolo della finanza
A questo punto ritengo necessario introdurre il concetto di finanza, intesa
come strumento di gestione ottimale delle risorse scarse: in presenza di risorse
non impiegate, il ruolo della finanza deve essere quello di anticipare i flus-

(8) La ricerca dell’accumulazione di ricchezza conduce alla crescita dimensionale delle imprese: la grande dimensione permette di arrivare al regime di monopolio o almeno di oligopolio, in cui l’impresa è in condizione di controllare quantità e prezzo, risorse finanziarie e innovazione tecnologica, ottenendo maggiori profitti, ma acuendo lo squilibrio di potere fra lavoro e capitale, che ha generato la necessità di legislazioni sociali a tutela del lavoratore.
(9) Joseph Alois Schumpeter (1883-1950) fu uno dei principali economisti del XX secolo, esponente della scuola austriaca.
(10) Paolo Sylos Labini (1920-2005) è stato un economista italiano, allievo tra l’altro di Schumpeter all’Università di Harvard.



si di reddito dell’impiego delle risorse (lavoro e capitale), riuscendo a generare sviluppo e migliorare il benessere dell’umanità.
a) «Ancella dello sviluppo»
Non ho obiezioni circa il fatto che la finanza persegua anche finalità di
accumulo di ricchezza — come può essere ad esempio la creazione di un sistema
pensionistico —, a condizione che risponda alla richiesta di soddisfacimento dei
bisogni dell’umanità e non al principio di accumulazione fine a se stessa. Ma
allo stesso tempo sostengo che la finanza debba rimanere «uno strumento
finalizzato alla miglior produzone di ricchezza ed allo sviluppo», come afferma
con chiarezza la Caritas in veritate (n. 65). Il suo ruolo cioè deve essere
quello di anticipare i mezzi per consentire di rimettere in circolazione il risparmio che non viene interamente utilizzato, quello di anticipatore nella gestione delle risorse scarse.
Il ruolo di «ancella dello sviluppo» della finanza si realizza proprio esercitando una funzione essenziale che in questo momento nel mondo, e in particolar modo in Italia, non viene più riconosciuta: quella di magistrato del merito di credito. Tale ruolo è quello di prestare denaro raccolto presso i risparmiatori a coloro ai quali viene riconosciuta una probabilità, almeno in termini potenziali, di farlo fruttare. Questa funzione oggi è di fatto negata: le banche sono sotto accusa anche perché decidono di non concedere crediti a imprenditori meritevoli.
Quando il sistema bancario non esercita in modo adeguato tale funzione, è
necessario criticarlo e stimolarlo. Al suo svolgimento è legata anche la protezione della ricchezza dei piccoli risparmiatori: se il credito non viene concesso su basi corrette, il mercato non può funzionare e non solo non si realizza il modello di sviluppo basato sul dono, ma al contrario si dà spazio a quei comportamenti predatori dei risparmi tipici della finanza speculativa, volta ad accrescere la ricchezza nominale. Alcuni «iperliberisti» 11 sostengono che la speculazione rientri fra i diritti di libertà dell’uomo. Non condivido questa posizione, e tanto meno lo fa il Pontefice, che nell’enciclica condanna ogni attività speculativa, in particolare quella che proviene dalla finanza (cfr nn. 21, 40, 65).
Una seconda funzione essenziale delle banche, strettamente legata a quella
creditizia, è la gestione del sistema dei pagamenti, che è il «sangue» del sistema economico e quindi anche del mercato: se il sistema dei pagamenti non è
fluido, il meccanismo si inceppa e anche il credito ne risente direttamente creando difficoltà alla produzione e agli investimenti. Infine, la finanza ha il compito di curare «il cuore» del sistema socio-economico, il risparmio, proteggendolo dalle mani rapaci e trasportandolo nel tempo con beneficio dei titolari, a

(11) Sono considerati tali i membri della Scuola di Chicago, in particolare il Nobel americano Milton Friedman (1912-2006), e quelli della Mont Pelerin Society, che annovera tra i suoi fondatori il Nobel austriaco Friedrich von Hayek (1899-1992).

garanzia delle loro vicende della vita, in particolare quando la vecchiaia riduce o annulla la capacità di procurarsi un reddito.

b) La finanza etica
Solo a questo punto, dopo tutto il percorso che abbiamo seguito, è possibile
introdurre il concetto di finanza etica, termine che ritengo assolutamente equivoco.
La finanza «etica» è quella che fa funzionare bene il mercato, esercitando
la funzione di magistrato del merito di credito, assicurando il buon funzionamento del sistema dei pagamenti e curando il cuore del sistema, che è la
gestione del risparmio. Sono queste tre funzioni che fanno l’eticità della finanza.
Il sostegno ai poveri e alle imprese in difficoltà competono ad altre istituzioni, competono al dono e, se questo non è sufficiente, allo Stato attraverso l’attività redistributiva.
Un altro aspetto va considerato riguardo a questo tema: la finanza etica non
può generare perdite, ma deve rispettare i principi di sana e prudente gestione,
e quindi anche di redditività. Se la finanza etica lavorasse in perdita, inquinerebbe il buon funzionamento del mercato, creando esternalità negative (12). La finanza etica è qualcosa di diverso e anche la Caritas in veritate afferma che non coincide affatto con l’economia del dono (cfr nn. 45, 65).

c) Regole e controlli
Un ultimo aspetto va considerato nella nostra analisi e riguarda le regole
che consentono il buon funzionamento del mercato. La situazione in cui ci siamo
venuti a trovare con la crisi finanziaria dipende proprio da una eccessiva propensione a utilizzare un’ottica di breve periodo, per la quale il valore di un bene finanziario è racchiuso in modo esclusivo nella sua immediata liquidabilità sul mercato. A questa propensione si è sommato un difetto del sistema, dovuto alla frammentazione delle funzioni di controllo fra più istanze, che ha generato interstizi fra le competenze e spazi in cui era possibile speculare al di fuori di qualsiasi controllo, le cosiddette operazioni «over the counter» (13), tra cui anche

(12) Quando, a partire dal 1980, ho esercitato per la prima volta la funzione di presidente di un istituto di credito per lo sviluppo, il Credito Industriale Sardo, lo Stato aveva fornito 100 miliardi di lire di capitale e il mio
obiettivo gestionale era ottenere ogni anno un profitto pari al tasso di inflazione. In questo modo non avrei distrutto capitale pubblico. La Regione Sardegna contestava questa impostazione sostenendo che «facevo profitti», in quanto riteneva che la finanza etica o la finanza pubblica avrebbe dovuto produrre perdite a vantaggio del sistema isolano. La politica di promozione dello sviluppo economico del Mezzogiorno è saltata proprio per questi motivi.
(13) Il termine indica le operazioni, i contratti e i prodotti non standardizzati trattati al di fuori dei mercati finanziari regolamentati. La locuzione significa letteralmente «sopra il bancone» e l’origine della sua applicazione alla finanza è incerta. Potrebbe derivare sia da una analogia con i medicinali da banco (in inglese over the counter drug), cioè somministrabili senza controllo medico, o dall’uso, in origine, di concludere queste
operazioni non in Borsa, ma sul bancone di uno dei bar delle vicinanze.


i derivati (14). Due sono quindi i fattori alla base della crisi finanziaria: una cultura economica sbagliata e una regolamentazione non equilibrata e frammentata, che apriva spazi di speculazione.
Quindi, per realizzare un mercato che risponda alle caratteristiche di eticità
sopra descritte, ritengo necessarie due condizioni: l’esistenza di un unico
ente di controllo e di un’unica regola del gioco, ovvero che tutte le attività
monetarie e finanziarie siano soggette alle stesse norme. Condivido perciò l’impostazione adottata dal legislatore europeo, secondo cui la protezione del risparmio deve limitarsi solo al risparmiatore definito come «sprovveduto» 15, senza dare l’illusione di proteggere anche chi si orienta verso settori più rischiosi: chi dispone di maggiori risorse e le investe in tale direzione è libero di farlo, ma deve essere chiaro che lo Stato non è in grado di proteggerlo e che si sta assumendo un rischio autonomo.

In conclusione sento di ribadire il punto di partenza di questo itinerario
analitico. L’enciclica Caritas in veritate è un documento di grande rilevanza,
autentico «manifesto per lo sviluppo globale», pubblicato proprio in un momento
in cui l’economia ha bisogno di stimoli per rivedere i propri assunti e le
proprie pratiche. Dare applicazione concreta ai contenuti dell’enciclica è
qualcosa di cui avremmo estrema necessità, ma richiede lo sforzo di conciliare
il linguaggio della dottrina sociale con quello della scienza economica. Se non
si risolve questo problema il messaggio resterà, nella migliore delle ipotesi,
nell’ambito dei credenti, senza essere portato a destinazione nel «grande mondo
dell’economia», in fondo quello che rappresenta, con i suoi egoismi nazionali, il vero ostacolo al progresso sociale e civile delle genti.


(14) Cfr Savona P., Gli effetti macroeconomici dei derivati – Dieci lezioni, Luiss Press, Roma 2010. Su questa Rivista, cfr Bastoni R. – Lanfranchi V., «Derivati», in Aggiornamenti Sociali, 3 (2009) 222-225; anche in .
(15) Con la direttiva comunitaria 94/19/CE sull’assicurazione dei depositi bancari il «legislatore» europeo ha stabilito che l’investitore «sprovveduto» è colui che possiede fino a 100mila euro, tracciando una linea convenzionale, che copre circa il 90% delle consistenze in essere di depositi bancari, a garanzia del corretto funzionamento del sistema dei pagamenti e del risparmio minuto, al di sotto della quale viene garantito l’intero valore depositato; cfr Savona P., «Tutela del risparmio, tutela dei risparmiatori e finanziamento dello sviluppo: un difficile ma necessario equilibrio», in Economia Italiana, 2 (2007) 343-376,

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