Le dimissioni non servono al Pdl: nel partito i giochi restano aperti

"La Stampa" del 27 luglio 2010

Marcello Sorgi ( 27 luglio 2010 )

"Le dimissioni di Denis Verdini dalla presidenza del Credito Fiorentino - banca della quale è il patron, e carica che finora era stata considerata incompatibile con il suo ingresso al governo - rappresentano l’estremo tentativo del coordinatore del Pdl al centro dell’affare P3 e sotto inchiesta per ipotesi di corruzione all’ombra della loggia segreta, di conservare il suo posto al vertice del partito..."

Le dimissioni non servono al Pdl: nel partito i giochi restano aperti


Le dimissioni di Denis Verdini dalla presidenza del Credito Fiorentino - banca della quale è il patron, e carica che finora era stata considerata incompatibile con il suo ingresso al governo - rappresentano l’estremo tentativo del coordinatore del Pdl al centro dell’affare P3 e sotto inchiesta per ipotesi di corruzione all’ombra della loggia segreta, di conservare il suo posto al vertice del partito. E’ come se Verdini dicesse: non ho più affari da difendere, ho scelto la politica come impegno esclusivo e desidero difendermi politicamente da quella che considero una campagna giustizialista ai miei danni.

Il coordinatore deve aver valutato sia la conclusione delle vicende Scajola, Brancher e Cosentino che, pur difesi in prima battuta da Berlusconi, non hanno retto al peso delle accuse ai loro danni e si sono dovuti rassegnare alle dimissioni, sia l’ulteriore riscaldamento del clima interno al partito del premier, con l’esplosione ultima del «caso Granata» e la previsione, che corre ormai di bocca in bocca, di una rottura ormai prossima tra il Cavaliere e Fini. In questo senso Verdini ha in qualche modo precorso i tempi e usato il precedente Cosentino per salvare il posto al partito: ma non è detto che con quel che sta succedendo ci riesca.

L’idea che la fuoruscita dei finiani dal Pdl - in che modo, poi, è tutta da vedere - porti automaticamente a un congelamento degli attuali equilibri interni del partito, come se il problema stesse tutto e solamente nel dissenso praticato sistematicamente dalla minoranza, non è altro che una speranza del gruppo di comando più vicino a Berlusconi e degli ex colonnelli finiani, oggi assurti a ruoli di governo, che temono molto di più un compromesso tra i due cofondatori.

In realtà il nodo della questione morale viene sollevato da più parti tra governo e partito: ne ha parlato di recente Tremonti, i cui rapporti con il premier sono altalenanti negli ultimi tempi. E vi hanno insistito le ministre Gelmini, Prestigiacomo e Carfagna, accreditate, con la loro corrente, di muoversi per conto di Berlusconi, e il loro collega Frattini, candidato, in alternativa alla Gelmini, alla carica di coordinatore unico al posto dell’attuale triumvirato Bondi, Verdini, La Russa. Nel Pdl dunque i giochi restano aperti, in attesa dell’offensiva agostana preannunciata da Berlusconi. E le dimissioni di Verdini, più utili, probabilmente, per la banca che ha lasciato che non per il partito in cui rimane, non dovrebbero spostare più di tanto.


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