Non è cosa da probiviri

"La Stampa" del 29 luglio 2010

Marcello Sorgi ( 29 luglio 2010 )

"Data ormai per scontata dallo stesso Berlusconi, che ieri sera l’ha praticamente annunciata, mentre Fini subito dopo frenava, la rottura nel Pdl tra i due cofondatori sembra appesa a un filo, anche se nessuno ha ancora capito come avverrà...."

Non è cosa da probiviri


Data ormai per scontata dallo stesso Berlusconi, che ieri sera l’ha praticamente annunciata, mentre Fini subito dopo frenava, la rottura nel Pdl tra i due cofondatori sembra appesa a un filo, anche se nessuno ha ancora capito come avverrà.

L’idea che basti un solenne discorso di Berlusconi, pronunciato oggi o domani - e comunque dopo la ventilata decisione del presidente della Camera di rinviare a settembre l’approvazione della legge sulle intercettazioni contro i desideri della maggioranza -, va detto chiaro, non sta in piedi. Fini un minuto dopo gli risponderebbe in modo altrettanto pesante, e torneremmo al punto di prima.

Ancora peggio sarebbe l’ipotesi, di cui si sente parlare da giorni, di un intervento dei probiviri, organismo che in tutti i partiti è deputato a questioni etiche o di regolamento interno, ma che nel Pdl è rimasto finora silenzioso di fronte a episodi grandi e piccoli di malversazioni e guerriglie intestine.

Basti solo l’esempio dei dossier sessuo-politici che volevano attribuire frequentazioni trans al governatore della Campania Caldoro. Adesso invece i probiviri verrebbero chiamati in causa, fuori dalle loro competenze, per espellere dal partito Fini e i suoi. Seppur dovrebbe essere chiaro ormai, dopo le esperienze in Lombardia, Lazio e Piemonte, che il ricorso alla magistratura per risolvere questioni politiche è pernicioso, oltre che inutile, ne nascerebbe sicuramente una complicata querelle, come quelle che accompagnarono alla fine della Prima Repubblica il tramonto degli storici partiti novecenteschi, con mediocri dispute sulla gestione dei simboli o sulla proprietà degli immobili. Tutto, dunque, sconsiglia anche questa seconda strada, a cominciare dai tempi lentissimi della giustizia civile che finirebbero con l’imbrigliarla.

La terza via, ma solo in ordine di elencazione, è quella di costringere Fini a lasciare il posto di presidente della Camera con la motivazione che avrebbe approfittato della sua carica e non si sarebbe comportato in modo imparziale. Benché dotato di un carisma che gli viene dalla lunga esperienza di leader, un cofondatore degradato al rango di peone diventerebbe assai meno temibile per Berlusconi, al punto che non sarebbe forse più necessario cacciarlo dal Pdl. E tuttavia, a memoria d’uomo e di frequentatori del Transatlantico, che ieri si esercitavano nella ricerca di un precedente, non si ricorda nella storia repubblicana il caso di un presidente d’Assemblea sfiduciato e costretto a lasciare l’incarico.

Proprio perché è chiamato a garantire con la sua imparzialità tutti i componenti della Camera che presiede, il presidente, appena eletto, smette di appartenere alla maggioranza che l’ha votato e al partito di cui fa parte (non a caso molti hanno voluto riconsegnare platealmente la tessera il giorno stesso dell’elezione). Naturalmente è previsto il caso che i presidenti, nel corso della legislatura, possano cambiare ruolo: ce ne sono stati, infatti, che dallo scranno più alto di Montecitorio o di Palazzo Madama sono passati al Quirinale, o più raramente a Palazzo Chigi. Ma insomma, se non se ne va di sua volontà o non viene chiamato a più alto incarico, come si suol dire, non c’è verso di schiodare Fini dalla sua poltrona. Perfino la pensata, che qualcuno ha suggerito a Berlusconi, di far presentare una mozione di sfiducia, basata sull’accusa, tutta da dimostrare (anche se purtroppo ha trovato negli ultimi tempi qualche fondamento), che avrebbe usato per ragioni politiche e per vantaggi personali le sue prerogative, è assai discutibile. E va tenuto in considerazione il fatto che Fini avrebbe l’ultima parola sull’ammissibilità di una siffatta mozione e che la larga campagna di solidarietà che verosimilmente si alzerebbe in suo favore potrebbe alla fine convincerlo a respingerla.

In tutti i casi si aprirebbe una crisi istituzionale, tra il capo del governo e il presidente della Camera. A voler essere legulei fino in fondo, con tutti gli azzeccagarbugli che ci sono in giro in questi giorni, solo la Corte Costituzionale sarebbe competente a dirimere una simile controversia. Passerebbero dei mesi. La sentenza della Consulta, quale che fosse, verrebbe contestata da Berlusconi, che già non perde occasione per ricordare che a suo dire undici dei quindici supremi giudici sarebbero di sinistra.

La crisi istituzionale, come il premier ha già fatto capire ieri sera, si accompagnerebbe a una crisi politica, da risolvere rapidamente, perché il centrodestra, anche senza Fini e i finiani, secondo lui ha i numeri per governare e potrebbe dimostrarlo in Parlamento. E’ possibile: ne nascerebbe, però, un governicchio, tenuto in piedi a corrente alternata da Bossi, pronto a staccare la spina subito dopo l’approvazione del federalismo, o a offrire i suoi voti a un esecutivo d’emergenza che fosse disposto a inserirlo nel suo programma.

Se ne ricava che risolvere coi probiviri, con i giudici e con gli avvocati la disputa che ormai da mesi paralizza il governo, come s’è visto è impossibile, fuori dalla realtà. Sarebbe una pazzia, impensabile perfino per uno che ci ha abituati a una conduzione spesso stravagante della cosa pubblica. Per questo, anche se si è convinto che non c’è più niente da fare, Berlusconi farebbe bene a ripensarci. Finché è in tempo.



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