Il Cavaliere mette Gianfranco alla porta

"Il Riformista" del 30 luglio 2010

Alessandro De Angelis ( 30 luglio 2010 )

"Non solo espulsione. Messo ai voti dell'ufficio politico un durissimo documento contro la terza carica dello Stato: «Non è più garante». Il premier: «Basta dissenso»...."

Il Cavaliere mette Gianfranco alla porta


Non solo espulsione. Messo ai voti dell'ufficio politico un durissimo documento contro la terza carica dello Stato: «Non è più garante». Il premier: «Basta dissenso».



È l'ora della decisioni irrevocabili. Silvio Berlusconi caccia Gianfranco Fini dal Pdl. L’espulsione “politica” è affidata a un documento al vetriolo votato dall’ufficio di presidenza. Un testo di poche di righe condanna il comportamento “politico” di Fini, «incompatibile col suo ruolo di garanzie» e dei suoi parlamentari, rei di comportamenti «incompatibili» col Pdl sull’uso politico della giustizia. Di più. Annunciati provvedimenti disciplinari per Bocchino, Granata e Briguglio. Per il premier il ruolo di Fini alla Camera «non è più di garanzia» e annuncia «iniziative perché lasci la presidenza».

Una linea dura, durissima, irricevibile per il presidente della Camera. Pure sul capitolo Pdl: «Non sono più disposto - ha scandito il Cavaliere - ad accettare il dissenso, quello di Fini è un vero partito nel partito».
Un assalto che il premier ha portato avanti per tutta la giornata, personalmente. Ha orchestrato la strategia, ha corretto il testo limato ora dopo ora, fino ad arrivare alla versione più dura. Ha tenuto l’asticella sulla rottura nonostante in molti hanno provato a spingerlo su posizioni meno belligeranti.

Gli ultimi, disperati, tentativi di tregua vengono portati avanti pure da qualche falco che, in una drammatica giornata di fibrillazioni, si è messo le ali della colomba. Come i pretoriani di Liberamente. Tutto lo stato maggiore telefona al premier con toni quasi accorati. Prima Frattini, poi Carfagna. Esito negativo. Ci provano anche Prestigiacomo e Gelmini. Tutti fanno lo stesso ragionamento: «Presidente, così mettiamo il governo nelle mani dei finiani. Se fanno i gruppi parlamentari è peggio di ora. Ci ritroviamo Bocchino alla capigruppo con quello presidente. A quel punto inizieranno a chiedere vertici di maggioranza su ogni provvedimento. Come si fa a governare in queste condizioni?».

Non solo i soli a invitare alla prudenza. Gianni Letta tenta fino all’ultimo di frenare il Capo prospettando uno scenario da incubo: se Fini non bluffa sui numeri, rischiamo che l’instabilità favorisca gli artefici del governo tecnico. Niente da fare. Anche se dal palazzo rimbalza la notizia che il presidente della Camera ha i numeri per formare i suoi gruppi parlamentari: venti, trenta deputati e una decina di senatori. Ai perplessi il Cavaliere fa sentire il rumore dei tamburi di guerra: «Indietro non si torna. Quello va sbattuto fuori. Ormai è chiaro come gioca, a colpi di ricatti. Altro che “resettiamo tutto” come dice. Alla prossima inchiesta è pronto a puntarmi una pistola alla tempia». E sui numeri rassicura: «Fidatevi, non riusciranno nemmeno a fare i gruppi. A parole è un conto, ma quando si fa sul serio rimarranno quattro gatti. E in ogni caso avremo la maggioranza senza di loro». Dalla Camera i parlamentari più fedeli tormentano di messaggi Sestino Giacomoni, l’ombra del premier, con i nomi dei finiani indecisi: «Se il presidente chiama, restano con noi».

Chiuso a metà pomeriggio nella sua war room di palazzo Grazioli con i triumviri e i fedelissimi Ghedini e Alfano il premier è euforico, su di giri, come se si fosse liberato di un peso portato sulle spalle per troppo tempo. Tanto che si mette a studiare coi suoi le modalità di espulsione: «Trovate un modo, un cavillo per espellerli tutti». Gli ex colonnelli di An sono per le maniere forti, dicono che i provvedimenti disciplinari servono, eccome. Perché Fini non può accettare le sanzioni, mentre solo su un testo politico di margini se ne trovano sempre. Niccolò Ghedini però, altro falco diventato colomba per un giorno, veste i panni della prudenza: «Solo con le sanzioni non andiamo da nessuna parte. Vorrei far notare che la costituzione sancisce la libertà di associazione. Se avviamo una procedura per colpire una sorta di reato di opinione facciamo una cosa che cozza con la Carta».

Si va avanti per ore. L’avvocato non vuole il processo: «Ma ve li immaginate i giornali che titolano sulle epurazioni contro quelli che chiedono legalità?». Statuto alla mano vengono esaminate le varie possibilità: sospensione, espulsione. Non si contano le obiezioni dei legali pidiellini: «I finiani potrebbero ricorrere alla magistratura. E poi ci vogliono tre mesi da quando contestiamo il comportamento da sanzionare alla decisione dei probiviri». Per non parlare dei regolamenti, poco chiari. Ecco che il Cavaliere stronca il dibattito: «Facciamo un documento durissimo di espulsione politica. E annunciamo pure provvedimenti disciplinari. Vedrete che non ci sarà tempo di fare il processo, li mettiamo nelle condizioni di andarsene prima». Proprio per favorire la rottura il Cavaliere pretende che nel documento vergato da Sandro Bondi «Fini» sia nominato esplicitamente. Nella prima versione è scritto «i comportamenti dei parlamentari vicini al presidente della Camera sono incompatibili con la linea del Pdl». Nell’ultima incompatibile è Fini. Da oggi inizieranno le manovre per sfilargli le truppe. E non è un caso che come vice di Paolo Romani allo Sviluppo sarà nominata Anna Maria Bernini, ex finiana dialogante che ha scelto di stare col premier. E martedì il Cavaliere piomberà al Senato - non alla Camera - per un discorso alla nazione. Pezzo forte: l’annuncio di una grande riforma e la denuncia dell’uso politico della giustizia.

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