Andrea Romano

"Il Sole24ore" del 29 luglio 2010

Se la Lega ha paura di morire democristiana ( 31 luglio 2010 )

Interessante pezzo di Andrea Romano apparso qualche giorno fa sul quotidiano di Confindustria e che, se unito a quelli pubblicati in questi giorni sulla crisi del PdL, può dare un ulteriore elemento di analisi...

Se la Lega ha paura di morire democristiana

Il copione politico di questi giorni è dominato da un solo argomento (le tensioni tra Fini e Berlusconi) e prevede una sola domanda: quando si consumerà la rottura definitiva tra i fondatori del PDL? Esiste tuttavia la possibilità, non solo teorica, che il confuso spettacolo di questa legislatura si concluda con il botto di un finale a sorpresa. Ovvero che sia la Lega di Bossi a decidere di staccare la spina ad un governo dove è entrata da vincitrice ma nel quale non si è mai sentita davvero a casa propria.

Ci si dimentica troppo spesso, infatti, che tra tutte le forze politiche presenti oggi in Parlamento la Lega è l’unico partito a poter vantare la qualifica di “ordine militante”. Non già un “partito pigliatutto” come gli altri, quindi, che in un verso o nell’altro hanno tutti stemperato la vocazione originaria per inseguire una rappresentanza la più ampia possibile di profili sociali e identità culturali. A differenza del PD o del PDL, ma anche dell’UDC o dell’Italia dei Valori, la Lega non ha mai perso di vista la propria missione storica: conquistare la rappresentanza del Nord per la gente del Nord, attraverso la via politicamente più efficace. Qualche giorno fa ce lo ha ricordato Roberto Maroni, che nel partito di Bossi conserva il ruolo di architetto delle strategie. “La Lega – ha detto il ministro degli interni – è l’unico partito italiano che si ispira a Lenin: migliaia di persone da motivare, uno che comanda e gli altri che eseguono un progetto”. È sembrata la battuta sentimentale dell’ex militante di Democrazia Proletaria che Maroni fu in gioventù, ma era in realtà la rivendicazione della centralità del “progetto” intorno al quale il gruppo dirigente leghista si è formato ed è cresciuto.

Sul lungo periodo quel progetto rimane non negoziabile, come le convinzioni più profonde che sorreggono un qualsiasi gruppo militante, ed è su questo che potrebbe infrangersi la stabilità del governo Berlusconi. Quel progetto e quelle convinzioni possono infatti coesistere con la difficile navigazione dell’esecutivo solo a patto che l’obiettivo del federalismo non sia messo in discussione. Ma la crisi del disegno federalista, almeno in questa legislatura, è già nei fatti anche se non ancora in evidenza nell’agenda politica. Così come è ben visibile la trasformazione del profilo pubblico di Giulio Tremonti, che da principale garante dell’asse Lega-Berlusconi si è trasformato nel candidato numero uno a guidare un “governo tecnico” che possa far conto anche sul sostegno del Partito democratico.

Non è poi da sottovalutare il logoramento che sugli elettori leghisti sta esercitando, ormai quotidianamente, il ritorno della “grande narrazione del malaffare”. È difficile immaginare che un elettorato come quello della Lega, già di per sé distante da sensibilità garantiste e che negli anni ha digerito l’alleanza con il Cavaliere consolandosi con la leggenda di una diversità antropologica dai “berluscones”, possa convivere ancora a lungo con i maneggi che ci restituiscono le cronache di questi giorni. Si dirà che tra le sensibilità degli elettori e le scelte dei gruppi dirigenti corre l’enorme spazio delle interpretazioni, delle scelte tattiche e delle opportunità. Ma questo è solo parzialmente vero nel caso della Lega, che del legame con il territorio continua a fare un punto di forza e che molto più di altri partiti vive dei sentimenti e dellelamentele di militanti ed elettori.

Per tutti questi motivi è difficile immaginare che la Lega si predisponga ad una navigazione di tipo democristiano in questa seconda parte di legislatura, scegliendo quindi di incassare il poco disponibile e rimandando ad una prossima e lontana puntata la realizzazione dell’obiettivo storico del federalismo. Proprio perché quell’obiettivo non è mai stato tanto vicino come in questi anni, la sua archiviazione di fatto potrebbe indurre il partito di Bossi a giocare la scommessa della vita: decidere autonomamente la fine del governo, purificarsi dalle intossicazioni e tornare al voto per guadagnare il massimo risultato possibile dalla crisi del PdL. Sarebbe un altro modo, e forse il più efficace nella stagione politica che sta vivendo l’Italia, per restituire senso alla missione storica dell’”ordine militante” leghista.



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